Cultura

Non è mai troppo tardi – La Didattica a Distanza tra passato e presente

Non è mai troppo tardi

Crediamo che la DaD sia qualcosa di recente, ma quanto sappiamo davvero delle sue origini? Per capire come adattarci meglio al presente di tutto il mondo, riprendiamo dal nostro passato italiano la figura del docente Alberto Manzi: le sue lezioni sono state una grande innovazione, possiamo ancora imparare qualcosa dal maestro televisivo di un’intera generazione?


In questo periodo di pandemia milioni di ragazzi, dalle elementari alle superiori, si sono trovati costretti a sperimentare l’ormai nota didattica a distanza.

Seguire le lezioni da uno schermo ha rappresentato per l’intero ambiente scolastico una grossa novità, e ha trovato impreparati alunni, famiglie e professori. Le difficoltà non sono state poche, in particolare nel raggiungere in modo adeguato tutti gli studenti. Inevitabilmente, a finire sotto i riflettori sono stati la Ministra Azzolina e la sua squadra di lavoro, accusati di non aver saputo agire nel modo migliore. Molte famiglie forse avrebbero preferito una regolare scuola in presenza, ma periodi eccezionali richiedono scelte coraggiose e fuori dal comune.

La didattica a distanza non è un’invenzione di quest’anno: esiste, nelle sue diverse forme, da decenni, e in certi contesti, purtroppo, rappresenta l’unica opzione possibile; molti non lo ricorderanno, eppure un esperimento del genere è stato fatto, ha un nome, un cognome e un volto celebri in tutto il paese.

Non è mai troppo tardi: la DaD del ‘900

Il 15 novembre del 1960 sulla RAI andava in onda Non è mai troppo tardi, un nuovo programma ideato dal Ministero dell’Istruzione e rivolto agli adulti analfabeti, all’epoca numerosi. La conduzione era affidata ad Alberto Manzi, giovane docente romano, alla prima esperienza in tv. Prima di essere chiamato in TV il maestro aveva svolto delle importati ricerche di carattere pedagogico vivendo a contatto con le tribù della foresta amazzonica e contribuendo alla loro scolarizzazione.

Il suo impegno nell’istruire i meno fortunati e soprattutto il suo interesse nel conoscere a fondo i disagi delle classi più povere, lo resero la figura più adatta per la trasmissione.

Alberto Manzi.

Il programma proseguì per otto anni e permise, secondo le stime della RAI, a un milione e mezzo di italiani di conseguire la licenza elementare.

“Volevano un maestro per la televisione e ci hanno dato una lezione già scritta, sulla lettera ‘o’. […] Io ho detto: “Sentite posso fare come pare a me o devo recitare? […] Questo poi fa: “No, può fare pure di testa sua.” Allora ho cominciato e ho fatto: “Chi ha scritto sta lezione non capisce niente”. E ho strappato il foglio della lezione. Pensavo che la televisione fosse immagine in movimento, se io mi fermo venti minuti addormento tutti, se voglio tenerli svegli devo fare qualcosa che si muove. Quindi ho iniziato a fare degli schizzi…” – Alberto Manzi

In un’intervista per la RAI, Manzi raccontò come venne scelto ai provini, illustrando il suo modo di stare davanti alla macchina da presa. Le sue lezioni erano semplici, in modo da arrivare a tutti con l’ausilio di immagini, per superare l’ostacolo dell’analfabetismo.

Scrivere per immagini era per il maestro il primo passo per fare in modo che, guardando lo schermo, il suo pubblico imparasse e si sentisse coinvolto. Il docente conosceva il suo pubblico e le sue esigenze: persone adulte che la sera, dopo un faticoso turno di lavoro, si riunivano in casa per imparare quel che potevano.

Il “mito” della trasmissione è stato ridimensionato negli anni. Aldo Grasso, noto giornalista e critico cinematografico, sollevò parecchi dubbi sull’efficacia reale dell’antenato della DaD. Egli sostenne che il numero dei diplomi conseguiti grazie a questo metodo siano stati non più di qualche migliaio.

Tuttavia, a prescindere dai dati, è innegabile che un programma del genere sia stato un esperimento sociale innovativo per quell’Italia in pieno boom economico.

Lezioni di intrattenimento

La didattica a distanza dei giorni nostri è stata a lungo criticata perché ritenuta inefficace e gravosa per gli studenti, spesso puntando il dito contro i vari strumenti tecnologici e ignorando le vere e più profonde cause che la rendono tale.

La vera lezione che il maestro Manzi ci ha trasmesso non riguarda la grammatica italiana, ma il modo di porsi dietro una telecamera.

Tutto quello che osserviamo da uno schermo ha lo scopo di intrattenerci e un obiettivo da raggiungere, che sia un breve video, un film o una serie tv.

Le lezioni non sono poi tanto diverse. La webcam che mostra lo studio del professore diventa improvvisamente una macchina da presa degna dei maggiori studios. Di fronte ad essa, però, si trovano spesso persone abili nel fare lezione ma non nel raccontarla, nell’intrattenere il loro pubblico di studenti come in una sorta di spettacolo. Il risultato è scontato: microfoni e telecamere rigorosamente spenti per potersi dedicare ad altro, con la voce dell’insegnante che parla a vuoto in sottofondo.

Molti insegnanti, guardando l’aula dall’altra parte della cattedra, non si sono mai posti il problema di intrattenere i giovani, individuato invece decenni prima da Manzi. L’intero organismo scolastico si è visto coinvolto in un “terremoto” senza precedenti e soprattutto senza preavviso; nessun corso per imparare a gestire una classe virtuale è mai stato offerto al corpo docenti. In misura minore, ciò si verifica anche in aula, dove molti insegnanti si lamentano della poca attenzione rivolta alle loro materie.

Ormai da anni viviamo in simbiosi con la tecnologia e non dovremmo vederla come un ostacolo, come un capro espiatorio per giustificare le nostre difficoltà nell’adattarci ai tempi che mutano così rapidamente. Una volta tornati alla normalità, per il bene dell’insegnamento, si dovranno raccogliere i frutti acerbi, maturati prima del tempo, di questa trasformazione così fulminea e radicale per noi, ma forse in qualche modo benefica.

Il lavoro dell’insegnante ha da sempre goduto di particolare prestigio sociale, poiché si è sempre trattato di un compito delicato, arduo e che richiede abilità sempre nuove, da aggiornare costantemente. 

Generazioni a confronto

In epoche di transizione come la nostra è sempre più difficile trovare un punto di contatto tra vecchie e nuove generazioni, con queste ultime che non si riconoscono nelle prime. La scuola, di conseguenza, si ritrova spesso ad essere un laboratorio dove una società mostra i suoi lati unici e dove lo studio è solo uno dei tanti obiettivi, finendo molte volte per essere dimenticato fin troppo spesso.

Abbiamo la fortuna di possedere strumenti impensabili fino a pochi decenni fa, che di sicuro ci aiutano ma che allo stesso tempo richiedono abilità diverse da parte di tutti. 

Non possiamo più ignorare la validità della tecnologia, alla quale siamo indissolubilmente legati. Quest’anno più che mai abbiamo la possibilità di notare e ammettere quello che andrebbe cambiato in meglio, dal modo di svolgere le nostre attività quotidiane al rapporto con gli altri.

Jon Mucogllava

(In copertina Claudio Santamaria nei panni di Alberto Manzi nella serie TV RAI Non è mai troppo tardi)


Per approfondire il tema, il ciclo di interviste di The school must go on, a cura di Clarice Agostini:

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