Cultura

Semi e miglioramento genetico

Semi

Solo da pochi anni il tema del cambiamento climatico è entrato prepotentemente all’interno delle nostre case. Problemi come la malnutrizione, la mancanza dell’acqua o la biodiversità sono finalmente diventati parte dei programmi elettorali di molti governi. Questioni del genere sono spesso considerate separatamente, eppure sono fortemente interdipendenti e legate da un unico filo conduttore: i semi.

Partiamo col definire la biodiversità. Essa è la varietà della vita a livello genetico (di specie e di ecosistema). Fondamentale per la sicurezza alimentare, per lo sviluppo sostenibile e per la fornitura di molti servizi ecosistemici vitali. Dunque, perché i semi sono importanti per la biodiversità? In un contesto sempre più incerto avremo bisogno di piante capaci di tollerare temperature e condizioni diverse da quelle attuali; eppure, negli ultimi anni, il miglioramento genetico e le tecniche di trasformazione del seme hanno mirato dalla parte opposta. Difatti, l’industrializzazione agricola e la lobby dei semi hanno indotto la maggior parte degli agricoltori (anche nei paesi più poveri) ad uniformare le colture. Su 30mila piante commestibili soltanto 7mila sono coltivate dall’uomo e, di queste, solo 30 alimentano la popolazione mondiale.

L’uniformità genetica rende le piante vulnerabili ai cambiamenti climatici e ai possibili attacchi di infestanti o insetti. Uno studio suggerisce come nella maggior parte degli stati europei “gli attuali programmi di allevamento e selezione delle cultivar non preparano a sufficienza all’incertezza e alla variabilità climatica”. Dunque la connessione tra biodiversità, semi e cambiamenti climatici è ora più chiara. La varietà delle colture è necessaria affinché le piante possano adattarsi all’ambiente in cui crescono e rispondere positivamente al riscaldamento globale. Senza contare, poi, i numerosi effetti sulla salute. Colture come il frumento o il riso sono molto meno.

Un po’ di storia

L’agricoltura nasce nella cosiddetta «Mezzaluna Fertile», quel lembo di terra che corre dalle foci del Nilo al Mar Persico toccando regioni come l’Egitto, la Siria e l’Iraq. Ritrovamenti di resti di semi del progenitore selvatico dell’orzo, rinvenuti in Siria, attestano come già nel Neolitico l’uomo praticasse coltivazioni sistematiche (rivoluzione del Neolitico). Difatti, l’uomo capì il potenziale delle piante addomesticate che sostituirono il normale consumo di carne e che furono il motivo principale del passaggio dal nomadismo al sedentarismo. Il tempo, poi, ha fatto il resto. Le colture, concepite tra il Tigri e l’Eufrate, si estesero anche in tutto il mondo adattandosi ai vari climi ed ecosistemi.

Il punto di distacco tra l’approccio odierno e quello portato avanti fin dagli albori dell’agricoltura sta nella scoperta della genetica, in particolare nelle leggi di Mendel. Fino a cento o centocinquanta anni fa, i nostro avi, prima del raccolto, sceglievano le piante più belle e rigogliose e, con molta cura, provvedevano a conservarle per la semina dell’anno successivo. I coltivatori, in questo modo, favorivano il processo di adattamento alle condizioni ambientali e perseguivano inconsciamente la conservazione della diversità.

Per molti millenni questo difficile processo di adattamento è stato portato avanti da milioni di uomini in tutto il mondo tuttavia, oggi, questo viene realizzato grazie al lavoro di pochi laboratori di ricerca. La genetica ha permesso di sviluppare piante sempre più resistenti e vigorose meno adatte, però, a crescere in terreni e climi differenti.

Conseguenze della genetica

Pochi scienziati non saranno mai in grado di produrre abbastanza specie tali da essere completamente adatte ai miliardi di terreni nel mondo. Inoltre, i metodi di ricerca e produzione di nuove specie di semi sono alquanto discutibili. Principi errati del miglioramento genetico hanno indotto a credere che “il lavoro di selezione debba essere fatto coltivando le piante in condizioni ideali per la crescita” e che “le varietà selezionate producano bene anche qualora tali condizioni non ci fossero”. Viene da sé capire come tali considerazioni non siano realizzabili nella realtà. I semi non riescono a crescere in condizioni diverse da quelle ideali ed è per questo che, oggi, è il terreno ad adattarsi alle piante attraverso l’uso di prodotti chimici e concimanti, a volte nocivi, che ricreano l’ambiente ideale dei laboratori. Infine è la lobby delle sementi a fare il resto e contribuire all’uniformità delle colture.

Il miglioramento genetico partecipativo

Molti scienziati, dunque, si oppongono alle mono colture e, tra questi, c’è il Prof. Salvatore Ceccarelli, genetista, agrario e ricercatore presso l’ICARDA di Aleppo dal 1980 al 2006. Egli ritiene che, per parlare di biodiversità, sia necessario partire dai semi. Infatti, l’agricoltura che pratichiamo e, di conseguenza, tutto ciò che mangiamo, dipendono direttamente da questi ultimi. Se però i semi vengono controllati da poche imprese multinazionali, agli agricoltori non rimane che scegliere tra alcune limitate varietà. Tutto ciò, naturalmente, non porta alcun beneficio alla biodiversità, soprattutto in un contesto di veloce cambiamento climatico.

Ceccarelli aveva capito, oltre all’omogeneità delle colture,  che la genetica non stava apportando alcun miglioramento alle specie di piante già conosciute proprio perché le condizioni ideali di laboratorio non corrispondevano a quelle reali. Pertanto, nelle sue ricerche, ha iniziato a coinvolgere gli agricoltori sviluppando una tecnica chiamata miglioramento genetico partecipativo. La possibilità di confronto tra ricercatori e agricoltori e l’opportunità di sviluppare metodi di selezione sul campo gli hanno permesso di ottenere ottimi risultati. “I tipi (di orzo) selezionati nel corso del primo anno venivano di nuovo provati per il secondo, durante il quale si operava di nuovo la selezione seguendo le stesse modalità e cosi via” per quattro anni. In questo modo le numerose specie di orzo coltivate il primo anno si ridussero gradualmente fino ad arrivare a degli incroci tali da permettere rendimenti costanti nonostante le differenze climatiche da un anno all’altro.

Benefici e risvolti

Il miglioramento genetico partecipativo si prestava bene all’agricoltura biologica, rispondeva positivamente ai cambiamenti climatici e favoriva la biodiversità. Senza contare, inoltre, i numerosi effetti sui contadini che da semplici prestatori d’opera diventavano attori del processo di selezione e produzione. È facile capire, però, come molti non abbiano preso a cuore questo tipo di approccio. Il miglioramento genetico partecipativo non è mai decollato a causa di uno spostamento di priorità delle istituzioni, che hanno favorito l’evoluzione genetica classica grazie a finanziamenti privati provenienti da quelle corporazioni intente a favorire l’uso di prodotti chimici e semi omogenei.

Miglioramento genetico evolutivo

Per superare questi enormi limiti, Ceccarelli ha deciso di unire la partecipazione all’evoluzione rispolverando il miglioramento genetico evolutivo. Il metodo consiste nell’utilizzare semi ottenuti incrociando diverse varietà e continuare, anno dopo anno, a raccogliere e coltivare questi stessi. In questo modo le piante si adattano al terreno in cui crescono sviluppando varietà capaci di resistere all’innalzamento delle temperature nel lungo periodo. Inoltre, esso non opera in modo drastico come la selezione artificiale.

Per quanto riguarda le varietà da mescolare, tutto dipende dagli obiettivi del contadino. Se, per esempio, si vuole perseguire la resistenza di una pianta in un determinato terreno nella semina iniziale si sceglieranno quantità maggiori di varietà capaci di resistere meglio a quel tipo di habitat.

Effetti del miglioramento

Questa pratica ha effetti più che positivi anche sulla biodiversità. Si è visto come insetti e funghi microscopici attacchino solo alcune delle piante coltivate danneggiando una piccolissima parte del raccolto. Dunque, non è necessario l’uso di diserbanti o prodotti chimici, anche se molti potrebbero chiedersi: perché utilizzare questo tipo di cultivar se nel corso del tempo potrebbe uniformarsi e ledere la biodiversità? Ceccarelli ci spiega che questo dipende da quanto varia sia la popolazione iniziale. Difatti, maggiore è la variabilità, maggiore sarà la possibilità di conservare la diversità nel tempo. Inoltre, un altro fattore chiave è sicuramente l’ambiente. L’innalzamento delle temperature per più anni, ad esempio, porta la coltura ad andare sempre nella stessa direzione. Infine, si è visto, che una pratica atta a scongiurare questa uniformità potrebbe essere, anche, lo scambio informale di semi tra agricoltori.

È da molti anni (quasi novanta), ormai, che le ricerche sulle popolazione evolutive sono sempre più frequenti. In Italia, le università di Firenze, Perugia e Bologna hanno constatato come queste popolazioni possano avere effetti benefici:

  1. Adattano la fioritura alle condizioni in cui sono coltivate;
  2. Aumentano la produzione;
  3. Aumentano la stabilità della produzione da un anno all’altro;
  4. Diventano più resistenti alle malattie;
  5. Diventano più alte.

Conclusioni

Per concludere, questa articolo mira a sensibilizzare il nostro approccio a temi sempre più incombenti come il cambiamento climatico. È necessario attivare programmi che possano garantirci sistemi sostenibili in grado di soddisfare le esigenze alimentari dei nostri figli.

Oggi si parla ancora troppo poco di questi temi, anche se dovrebbero essere al centro dei nostri dibattiti considerando le imminenti conseguenze del cambiamento climatico. Per troppi anni si è speculato sulla nostra terra; ora, però, basta. Noi giovani meritiamo un futuro migliore. Un futuro normale fatto di sensazioni ed emozioni simili a quelle provate dai nostri nonni. Facciamo qualcosa per salvare questo pianeta, il Nostro pianeta. In fondo, la Terra continuerebbe a vivere anche senza di noi.

Pierdomenico Ottomano

(In copertina Jan Kopřiva da Unsplash)


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