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Cos’è l’ambientalismo intersezionale? – Intervista a Tyler Chanel

Ambientalismo intersezionale

Da quando mi occupo di attivismo uno dei concetti che ho fatto più mio è quello di privilegio. Con questo intendo il potersi permettere di non vivere un problema, magari di non avere nemmeno idea che un certo atteggiamento o una determinata situazione possano creare difficoltà a una categoria di persone. In questi anni, il momento dove, probabilmente, ho capito di avere un privilegio è stato quando ho sentito parlare di ambientalismo intersezionale (intersectional environmentalism).

Da femminista sapevo cosa significasse la parola “intersezionale”, ma non avrei mai pensato che un movimento legato all’ambiente potesse non essere inclusivo. “Si parla del pianeta, dovrà per forza coinvolgerci tutti, no?” Giusto, ma come può un movimento comprendere tutti se non tiene conto dei diversi background e delle differenti difficoltà e discriminazioni che questi portano con sé?

Quando si parla di minoranze è sempre opportuno rivolgersi direttamente alle persone coinvolte e per questo ho chiesto a Tyler Chanel, un’attivista per l’ambiente, di raccontarmi nel dettaglio la sua esperienza nel movimento ambientalista.

Alice Buselli


Per iniziare si presenti e mi parli un po’ del suo lavoro.

Allora, il mio nome è Tyler Chanel, sono una modella per brand etici e blogger con sede a Los Angeles, California. Il mio blog si chiama “Thrifts and Tangles” e scrivo di acquisti di seconda mano, capelli afro e sostenibilità. Uso tutte le mie piattaforme come mezzo per educare gli altri su come vivere una vita a ridotto impatto ambientale e diventare consumatori consapevoli. Vorrei inspirare le persone a dare una possibilità a tutte e tre le cose. Sai, dico: “Prova a bagnarti i piedi, l’acqua è caldina.” o magari di provare a buttarsi nel mondo della sostenibilità. Ritengo ci sia molto da imparare e, una volta iniziato, venga voglia di continuare a esplorare per apprendere sempre di più. Perciò, sostanzialmente, io vorrei aiutare le persone a essere istruite e ben informate su questi argomenti.

Il tema dell’intervista è “ambientalismo intersezionale”. Parliamo un po’ di questo.

L’ambientalismo intersezionale è un ambientalismo guardato attraverso le lenti di tutti gli elementi, considerando la razza, la supremazia dei bianchi, la disuguaglianza sociale… Direi che il semplice ambientalismo si concentri sul pianeta, mentre l’ambientalismo intersezionale comprenda sia le persone che il pianeta.

Quando ho iniziato a conoscerlo personalmente, la prima domanda che mi posi fu: “Com’è possibile che razza e sostenibilità siano collegati?”

Sono collegati perché esistono molte leggi discriminatorie nei confronti di comunità nere e di colore*. A causa di ciò le fasce più povere hanno al loro interno una percentuale più alta proveniente da questi gruppi, i quali sono perciò più esposti all’inquinamento, è più probabile che abitino vicino a una discarica, siccome costa meno, e c’è una percentuale molto alta di avvelenamento da piombo: tanti vecchi edifici furono verniciati con pittura al piombo, che è dannosa per il cervello qualora entri nell’organismo. Svariati bambini piccoli hanno sofferto danni celebrali perché hanno leccato le pareti.

Anche il cambiamento climatico colpisce maggiormente queste comunità. Qui in America, per esempio, l’Uragano Katrina ha devastato in larga parte i quartieri popolari abitati dai neri, paragonati a quelli dei bianchi. Invece a Flint, nel Michigan, paese abitato principalmente da persone di colore, da anni c’è un problema di acqua contaminata. Per questo l’ambientalismo intersezionale è fondamentale: se si desidera la giustizia ambientale bisogna pretenderla per tutti quelli che vengono danneggiati.

Lei personalmente lo conosceva già o l’ha scoperto durante il suo percorso sulla sostenibilità?

L’ho sempre notato in qualche modo, perché la mia famiglia viene da Chicago e conosco personalmente qualcuno vittima di avvelenamento da piombo, la cui crescita è stata bloccata a causa questo. Non ricordo se sapessi che si chiamasse ambientalismo intersezionale, perché mi sono sempre interessata all’ambiente e sapevo che le persone di colore fossero più danneggiate per via di leggi razziste.

Due anni fa stavo guardando su Instagram una storia di Dominique Drakeford, un’educatrice virtuale sulla sostenibilità, e lei parlò di come le comunità nere e di colore siano sempre state più sostenibili e condivise la sua prospettiva da persona nera sull’ambientalismo. Non avevo mai unito i pezzi, anche se li avevo visti, perché normalmente non se ne parla mai. L’ascoltavo raccontare di come le persone nere abbiano sempre steso i vestiti invece di usare l’asciugatrice o riutilizzato le borse della spesa come forma di sopravvivenza, solamente per arrivare al giorno dopo. Questi però sono metodi più sostenibili e non l’avevo mai realizzato prima che lei lo spiegasse. Perciò immagino di averlo sempre notato in qualche modo, ma due anni fa, mentre guardavo le sue storie, ho pensato: “Wow, c’è davvero un aspetto razziale in questo.”

Secondo me ne abbiamo già parlato, ma in quali aspetti le persone di colore sono svantaggiate in termini di sostenibilità?

Beh negli aspetti che ho citato prima, come l’avvelenamento, poi esistono i deserti alimentari (food desert), per cui in parecchi quartieri neri ci sono pochi supermercati, in proporzione, e non hanno una grande offerta di cibi sani. C’è anche una disuguaglianza in termini di sanità e credo sia comunque collegata alla sostenibilità: se non puoi nemmeno prenderti cura della tua salute, come puoi preoccuparti di tutti gli altri aspetti della vita?

Quali contributi stanno portando le persone di colore al movimento per la sostenibilità?

Credo siano sempre stati più connessi con la terra. Mia nonna, per esempio, coltivava la sua frutta e la sua verdura in giardino e allevava i polli. Tutti facevano cose simili o per esempio prendono i mezzi pubblici, non perché sia più sostenibile, bensì perché è la loro unica opzione. Se vivi in un deserto alimentare devi coltivare dei vegetali perché non puoi contare sul supermercato per rifornirteli. Erano davvero legati alla terra. Ancora oggi le popolazioni indigene proteggono 80% della biodiversità del pianeta e sanno davvero come non sfruttare le risorse.

Gli ambientalisti più famosi sono quasi tutti bianchi. Cosa ne pensi di quello?

Ho la sensazione che l’attivismo mainstream dia l’impressione che le comunità nere e di colore abbiano bisogno dell’aiuto dei bianchi per portare la sostenibilità nelle loro vite. Lo vedo molto con l’alimentazione vegana: tante comunità di colore sono sempre state vegane. Solo di recente è diventato popolare e ora è una cosa molto bianca, ma in realtà è sempre esistita. A me piace sentire prospettive diverse e penso che l’attivismo sia molto “white washed” e portato avanti da persone che hanno più privilegi, che possono comprare vestiti etici costosi o nuovi oggetti in bambù. Preferisco seguire persone che parlano di come acquistare queste cose di seconda mano e mostrano che non servono tanti soldi per vivere in modo sostenibile. Generalmente si pensa che sia uno stile di vita costoso e non è vero.

Come può migliorare?

Penso possa migliorare diversificando le voci, facendo in modo che più persone abbiano piattaforme su cui parlare e soprattutto ascoltare chi queste cose le ha già fatte. Adesso ci sono dei grandi incendi in California e si dice che gli indigeni che abitavano in queste zone contenessero i fuochi per assicurarsi che non arrivassero alla quantità che sono adesso. Bruciavano una certa quantità di frasche per tenerle sotto controllo, ma… sai…gli Stati Uniti non hanno ascoltato e ora abbiamo questi assurdi incendi. Adesso stiamo tornando a fare dei fuochi controllati e penso che sia davvero importante ascoltare persone che l’hanno fatto per tanto tempo.

Come possiamo noi, persone bianche, essere migliori alleati?

Direi facendo ricerca, leggendo autori neri e di colore, ascoltare le persone di colore. Una volta ho visto un video su YouTube che parlava di ambientalismo intersezionale e di come la razza sia un fattore importante e dei bianchi nei commenti dicevano: “Perché tiri fuori la razza?” “Viviamo in una società post-razziale.” “Cosa c’entra la razza con il resto?”. Stavano sminuendo l’esperienza della persona che parlava e ho pensato: “No, smettetela, ascoltate!” Il razzismo esiste, la gente deve conviverci ogni giorno. Penso che una sorta di empatia, comprensione e credibilità data alle persone sia importante, però non si può verificare a meno che uno non diversifichi chi segue e con chi esce. Bisognerebbe sforzarsi anche di fare amicizia con persone diverse, da backgrounds differenti.


*con “di colore”, tradotto letteralmente dall’inglese “people of color” o “brown people”, si intendono tutte le comunità non bianche oltre agli afroamericani, come asiatici, caraibici, indigeni ecc.

Intervista a cura di Alice Buselli, disponibile anche in lingua originale inglese su Medium.

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