Cultura

“Tacete, o Maschi” – La voce delle poetesse marchigiane del ‘300

Tacete o Maschi

Nel 1300, il primo gruppo di poetesse d’Europa invitava le donne a ribellarsi ai soprusi e a reclamare i propri spazi. Oggi questa memoria rischia di perdersi per colpa di una critica autoreferenziale e discriminatoria.


Il marchio editoriale Argolibri, con la recente pubblicazione di “Tacete o maschi”, ci porta alla scoperta di una poesia nuova e antica allo stesso tempo, scritta quasi 700 anni fa, ma ancora capace di farsi portavoce di problemi tuttora irrisolti.

Per troppo tempo i componimenti presenti in quest’opera sono rimasti sconosciuti, tenuti nascosti da chi, per timore o per superbia, li riteneva di poco valore o degli apocrifi. D’altronde, quelli erano i secoli di Dante, del Petrarca e di Boccaccio, i grandi maestri della nostra lingua. Lo spazio per altre voci era esiguo, specialmente per quelle femminili. Non importava quanto fossero nobili, o colte; erano pur sempre donne.

La storia di una lunga ingiustizia

La storia che andremo a raccontare inizia nei dintorni di Fabriano, nella metà del XIV secolo. Lo sviluppo della industria della carta fa sì che questa città dia i natali a un’intera generazione di audaci poetesse, che con ogni probabilità crearono il primo cenacolo tutto al femminile d’Europa, dedicandosi lodi e sonetti nel tentativo di far sentire la propria voce, la propria presenza.

Taceteo Maschi
Un particolare delle illustrazioni del libro (tratte da opere di Simone Pellegrini).

Queste donne di altissimo lignaggio (appartenevano infatti alle famiglie più potenti della città), fra cui spiccavano Ortensia di Guglielmo, Leonora della Genga e Livia da Chiavello, misero in versi, nelle loro sfarzose gabbie dorate, un audace grido di protesta, destinato però a essere strozzato da più mani.

Infatti, di questa meravigliosa stagione letteraria sopravviveranno solo una dozzina di sonetti, principalmente per mano dell’erudito cinquecentesco Gilio da Fabriano, che li trascrisse in appendice ai suoi Topica Poetica. Ma, per aggiungere il danno alla beffa, la ristrettissima produzione, benché di eccellente livello, scatenerà un intenso dibattito nella critica, schierata tra i sostenitori dell’autenticità delle opere e quelli che potremmo definire veri e propri negazionisti, animati da faziosità anziché da vero spirito critico.

Non ci dovrebbe meravigliare scoprire che fino al Novecento si è continuato a negare addirittura l’esistenza (tra gli increduli illustri vale la pena citare almeno Carducci), nonché le capacità letterarie di questa generazione tutta al femminile: un comportamento del genere non è altro che l’ennesima prova di una ricerca basata non sul rigore scientifico, ma su effimeri pregiudizi dettati da una visione misogina del mondo e delle arti.

Una visione della donna al femminile

Per rimediare a questa grave ingiustizia in Tacete o Maschi alcune poetesse contemporanee, ovvero Mariangela Gualtieri, Antonella Anedda e Franca Mancinelli, rispondono in versi a queste donne coraggiose, nel tentativo di sottrarle a secoli di ingiusto oblio. Si crea così un dialogo tra passato e presente, tra amanti della poesia. Le poetesse di oggi e di ieri si scambiano consigli, opinioni, visioni, tutte accomunate da uno stesso ideale di parità e uguaglianza.

Forse oggi, a distanza di molti (troppi) secoli, siamo pronti a riscoprire le loro parole, riflettendo su quanta arte è andata perduta per così futili motivi.

I versi delle poetesse marchigiane ci offrono un nuovo punto di vista, in cui la donna non è relegata a mero oggetto di desiderio, ma assume un un’autonomia intellettuale e sociale secondo principi teorizzati solo in anni più recenti.

Per lungo tempo si è scritto d’amore descrivendo le proprie amate come figure angeliche, in grado di mutare l’animo con un solo sguardo, ma soprattutto grazie a una bellezza da esibire agli occhi degli uomini. Erano angeli, non in grado però di ambire al paradiso, alle arti, relegate a madri e mogli custodi della casa e della famiglia.

Tacete, o maschi, a dir, che la Natura…

Per comprendere appieno la sensibilità e l’intrinseco messaggio che le poetesse vollero dare al mondo in cui vivevano, sarebbe opportuno leggere attentamente ogni componimento a noi giunto. Credo pertanto che sia necessario fermarsi almeno su un componimento, forse il più significativo fra i pochi sopravvissuti.

Il sonetto “Tacete, o maschi, a dir, che la Natura”, scritto da Leonora della Genga, rivendica senza mezzi termini il ruolo della donna per quanto concerne l’arte della penna. Il ritmo è incalzante ed il tono giustamente accusatorio. Il primo verso si apre con un tono aggressivo che invita a tacere, a zittire quelle parole false ripetute da quegli uomini a cui solo era riservata la vita pubblica e artistica (Tacete, o maschi, a dir, che la Natura / A far il maschio solamente intenda).

La Natura è descritta come madre amorevole nei confronti delle figlie, con le quali condivide l’esser donna. L’atto di dar forma alla donna assume qui un significato sacro, al pari, anzi superiore, alla nascita dell’uomo. In pochi versi ci troviamo di fronte ad un grido di ribellione, che spesso si pensa appartenere esclusivamente al mondo moderno.

La seconda quartina introduce l’elemento dell’invidia (Qual’ invidia per tal, qual nube oscura), sentimento proprio del maschio che annebbia la sua mente. Il verso si conclude con una domanda provocatoria dove la gloria della donna è ritenuta talvolta superiore a quella dell’uomo, intento a crogiolarsi nella sua illusione di prediletto dalla Natura (Onde la gloria lor la vostra oscura?).

Tacete o Maschi
Petrarca fu amico ed estimatore delle poetesse marchigiane. Rispose per le rime a un sonetto di Ortensia di Guglielmo.

Una volta introdotta la figura della donna come degna di ammirazione, si passa, per così dire, ai fatti. Si può notare come l’oggetto delle due terzine muti, soffermandosi sulle capacità del genere femminile, spesso ignorate.

Al pari degli uomini, vengono descritte come capaci di combattere in tempo di guerra, ma anche di tenere le redini di Imperi in tempo di pace ed infine anche di trovar il cammin dritto in Elicona, il monte sacro alle Muse della poesia. L’animo femminile, diversamente sensibile rispetto a quello femminile, è quindi in grado di dar origine ad una poesia diversa, meritevole di lode, rispetto e considerazione.

L’intenzione dell’autrice sembra qui essere quella di sminuire il genere maschile, svelando le molteplici illusioni di cui gli uomini si facevano pregio.

Il sonetto si conclude poi con un’affermazione forte, ancor più coraggiosa se consideriamo il contesto storico in cui queste voci si muovono. In ogni cosa il valor vostro cade, Uomini, appresso loro; sono queste parole che potrebbero suonare come eretiche, ma che invece sono incise con la piena consapevolezza della forza che racchiudono. La donna riacquista il proprio ruolo di madre, preziosa alla vita e senza la quale ogni valore cessa di esistere, differenziandosi dalla visione maschilista della madre al servizio esclusivo della casa e della famiglia. Ella diventa la sola capace di reggere la “corona”, tradizionalmente riservata agli uomini.

Leonora propone una figura di donna che, consapevole della propria virtù, smette di essere semplice oggetto di desiderio, e diviene lei stessa una guida per l’uomo e un faro per tutto il genere umano.

Un obiettivo raggiunto

Le poetesse marchigiane hanno in generale contribuito in maniera determinante allo stile e alla forma della neonata poesia in lingua volgare, apportando delle significative novità. A Leonora della Genga appartiene il primo sonetto a rime identiche a noi noto (Dio rima con Dio e uomo con uomo). Ortensia di Guglielmo invece, nel sonetto in risposta a Petrarca, utilizza al verso quattro una delle prime attestazioni della forma poetica “ire” per “andare” (Ch’ir tenti d’Eliconia al sacro fiume). Questi accorgimenti ci provano, nel caso fosse ancora necessario, le qualità della loro poesia.

Nonostante gli ostacoli e i tentativi di eliminarne le tracce, qualcosa è sopravvissuto dall’oblio del passato, e forse ora è in grado di smuovere la coscienza degli uomini nuovi. Il loro obiettivo si può dire finalmente raggiunto? Ai posteri l’ardua sentenza…per ora resta soltanto un retrogusto amaro al pensiero di come sarebbero potute andare le cose, se solo si fosse data la giusta voce alle giuste battaglie.

Jon Mucogllava

Ti potrebbero interessare
CulturaEditoriali

3 pensieri sulla Giornata Mondiale contro la Violenza sulle donne

Cultura

Il mio Messico - Istruzioni per l’uso

Cultura

Scrivere, un mestiere per tutti (o forse no) – Self Publishing ed EAP

CulturaInterviste

Ripensare la cultura in Italia – Intervista a Mariapia Ciaghi