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Ripensare la cultura in Italia – Intervista a Mariapia Ciaghi

Mariapia Ciaghi

Nell’ambito degli effetti del Coronavirus sulla nostra società, Jon Mucogllava ha intervistato Mariapia Ciaghi, editore della casa editrice Il Sextante. Dall’esperienza personale alla situazione di emergenza, fino alle prospettive per un rilancio del settore e, più in generale, della cultura in Italia.


1. Qual è stata, finora, la sua esperienza personale come editore de “Il Sextante”? Cosa l’ha spinta a intraprendere questo percorso professionale?

Premetto innanzitutto che Il Sextante è una casa editrice con sede legale in Trentino e unità operativa a Roma che vanta tra le sue pubblicazioni due periodici cartacei e ora anche uno online. Il primo era un semestrale in tre lingue, L’Eco delle Dolomiti, unico nel suo genere a livello internazionale e che riuscivamo a distribuire perfino in Brasile; e il secondo, avviato nel 2016, era Eudonna magazine, il cui intento è quello di recuperare le genealogie femminili, in linea con l’eco-femminismo critico. Dopo l’emergenza sanitaria, lo scorso giugno abbiamo avviato anche un trimestrale online: Mockupmagazine.it.

Fu lo scrittore Piero Sanavio, in seguito a una intervista che gli feci sul suo romanzo La Felicità della vita nella sua casa a Roma nel 2002 per la rivista spagnola “El Fingidor”, che mi disse che sarei potuta diventare un ottimo editore. Ho scelto una strada in salita ma piena di sorprese entusiasmanti. Aprire una casa editrice non è di certo facile, la percentuale di lettori in Italia è sempre più bassa e investire in cultura è vissuto da molti come uno spreco.

Il Sextante è nata come casa editrice indipendente, libera da zavorre politiche e schemi e metodi del passato: ho sempre voluto infatti una casa editrice giovane, dinamica e creativa. Credo che oggi, dopo più di dieci anni dalla fondazione, Il Sextante stia andando nella giusta direzione. Amo la grafica ben disegnata, le illustrazioni, la fotografia come parte integrante del tutto. Credo nel ruolo attivo dell’editore: non vaglio progetti, li creo assieme a un valido gruppo di persone. Amo il confronto e la creatività condivisa.

Come piccola editrice devo faticare per ritagliarmi un posto, tutto deve essere conquistato con tenacia e caparbietà, e poi mi devo confrontare con i grandi problemi dell’editoria come la distribuzione o la reperibilità dei libri, questioni difficili da affrontare che richiedono lunghe riflessioni e buone dosi di creatività. Anche i librai indipendenti svolgono un ruolo fondamentale, quello di facilitare la bibliodiversità e allungare la vita del libro che, sugli scaffali delle grandi catene, è presente ormai per appena tre settimane. La mia propensione ad avere a che fare con la creatività, declinata nei più svariati campi (arte, teatro, libri per bambini) è infine alla base di ogni scelta editoriale.


2. Come descriverebbe il panorama della piccola editoria in Italia prima del Covid?

A fine febbraio dello scorso anno sono stata invitata in qualità di editrice indipendente italiana dall’Università di Granada a chiudere il Congresso “El Libro” aperto dallo scrittore, traduttore ed editore argentino Alberto Manguel. In tale occasione ho cercato di sintetizzare i cambiamenti che nell’arco degli ultimi anni hanno investito la piccola e media editoria nel nostro Paese e che sono il riflesso di un sistema che ha visto uno spropositato rafforzamento dei grandi gruppi editoriali.

Il dato che caratterizza il panorama editoriale italiano e determina una certa preoccupazione per quanto concerne la produzione culturale, la diffusione e la libera circolazione delle opere del pensiero, risiede nel fatto che i principali segmenti della filiera editoriale sono nelle mani di pochissimi attori. L’editoria libraria italiana è condizionata da un sistema oligopolistico che controlla mercato, distribuzione e vendita.

Questa situazione contribuisce alla costituzione di una serie di problemi per gli editori non integrati e per tutte le realtà indipendenti. Oltre al problema relativo ai costi e alla gestione della distribuzione esistono le difficoltà di penetrazione per gli editori indipendenti nei canali di vendita legati ai grandi marchi editoriali. Le difficoltà che incontrano la piccola e media editoria e le librerie indipendenti costituiscono un problema culturale di ampio respiro che riguarda l’intera comunità civile. Infatti, a essere in pericolo non è esclusivamente un settore merceologico, che soccombe sotto la feroce espansione di monopoli, ma è la stessa possibilità di diffusione del patrimonio culturale.

Allo stato attuale, il nostro panorama editoriale, essendo controllato per oltre il 60% da cinque grandi gruppi editoriali, sembra non poter garantire a lungo quel concetto fondamentale di biodiversità applicata al mondo del libro: la bibliodiversità è una nozione concreta che indica la diversità dei libri presenti in un determinato contesto.

Inoltre, il controllo del settore da parte di grandi gruppi editoriali ha assunto ormai da diversi anni un’internazionalizzazione sempre maggiore. Le difficoltà dell’editoria indipendente sembrano avere nelle diverse realtà occidentali un denominatore comune: il funzionamento della catena del libro è regolato secondo la logica commerciale dei grandi gruppi editoriali che impongono regole a tutti gli operatori del settore.


3. Quali sono state le conseguenze più pesanti che l’emergenza ha portato nel suo campo?

Se quanto le ho detto precedentemente mostra la fotografia della situazione dell’editoria indipendente prima dell’emergenza Coronavirus può facilmente immaginare le conseguenze derivate dalla stessa.

L’editoria è stata l’ultimo settore della cultura colpito dei decreti. Prima c’erano state le chiusure di teatri e cinema, le cancellazioni dei concerti, le chiusure di musei, mostre e siti archeologici, erano state annullate presentazioni, festival e fiere, per via dell’invito a evitare assembramenti, poi formalizzatosi nel decreto del 9 marzo 2020 che ha contribuito a far rimandare o annullare anche eventi ancora lontani. Ma il paradosso si è materializzato quando si è sancita la chiusura delle attività commerciali al dettaglio che non vendevano beni «di prima necessità», tra cui le librerie.

Tutto il mondo del lavoro culturale è stato sconvolto e chi lavorava nelle filiere culturali non sa ancora se e come riuscirà a superare la crisi. Soprattutto chi era già in condizioni di precarietà, oggi vive nell’angoscia, in un limbo dentro il limbo, mentre per le case editrici non si sa ancora quali progetti andranno avanti, quali titoli usciranno e in che forma, quali contratti saranno rinnovati, se e quando arriveranno i pagamenti.


4. Ci sono state, negli anni precedenti, situazioni simili che lei ha dovuto affrontare?

Certamente, il mio metodo di approccio all’editoria è fortemente in controtendenza con la logica commerciale degli editori che tendono sempre più verso la ricerca spasmodica dell’opera di successo, ed è quindi indispensabile che l’editore indipendente e di progetto continui nel suo esercizio di divulgazione delle idee: per far ciò deve saper sopperire alle numerose difficoltà che il panorama editoriale contemporaneo prospetta quotidianamente.

Se l’industrializzazione e la concentrazione dell’editoria portano all’omologazione della produzione e dell’offerta, al contrario i libri di progetto degli editori indipendenti, che seguono scelte editoriali piuttosto che logiche commerciali, sono, di frequente, la manifestazione della bibliodiversità, risultando una concreta opposizione al fenomeno di “best-sellerizzazione” che contraddistingue la produzione editoriale basata su prodotti calibrati per il grande pubblico. A trarre vantaggio da questa struttura del sistema editoriale non sono certamente i lettori: la maggiore immissione di titoli non corrisponde a una proliferazione di bibliodiversità ma a una mercificazione del libro che deperisce sempre più rapidamente.

Se l’ammodernamento tecnologico degli strumenti informatici ha reso più semplice la produzione del libro, l’incremento delle concentrazioni e la struttura del mercato hanno reso più complicato svolgere l’attività editoriale in modo autonomo e indipendente. Una soluzione, oggi, a disposizione dell’editore è quella di saltare in toto la distribuzione, vendendo i propri libri direttamente alle librerie attraverso la rete Internet con l’ausilio di un sito web appositamente dedicato. Vendere i libri direttamente e senza intermediari, cambiando il canale di distribuzione del libro, è un modo per gli editori indipendenti di tornare a essere concorrenziali – almeno in parte – rispetto alla grande distribuzione organizzata e alle librerie di catena.


5. Quali strategie ha adottato per limitare i danni causati dall’emergenza sanitaria? Cos’è dovuto cambiare nel suo modo di lavorare?

Abbiamo fatto sforzi titanici per la consegna a domicilio e ci siamo ingegnati da subito per trovare strategie di resistenza senza rinunciare alle precauzioni per evitare il contagio: spedire i libri, consegnarli personalmente nella buca delle lettere, scambiarli lasciandoli in negozi ancora aperti come le tabaccherie, mettendo i libri visibili online e promuovendoli tramite presentazioni registrate e visibili in rete.


6. Cosa le è mancato maggiormente del suo lavoro in questi mesi?

Nella nostra esperienza, è sempre stato centrale l’incontro con le lettrici e i lettori, indispensabile momento di promozione dei nostri titoli ma anche di confronto, di verifica del lavoro compiuto e ispirazione per il futuro. Eravamo abituati a organizzare incontri pubblici: presentazioni, conferenze, laboratori, congressi, mostre a tema, reading e spettacoli teatrali, che in alcuni casi hanno anche aiutato a comprendere i contenuti dei libri editati.

Quest’aspetto è stato ovviamente congelato del tutto. Quello che è mancato maggiormente è stato dunque lo scambio diretto di vedute con gli autori durante gli incontri, abbiamo sofferto lo smarrimento del rapporto anche umano e fisico alla base del mestiere editoriale.


7. Come si augura possa cambiare, una volta superato questo periodo, il mondo in cui lavora?

La trasformazione dei canali distributivi ha coinvolto in egual misura anche le librerie: in vista di una crescita dimensionale, le imprese hanno rivolto le loro risorse verso una totale ristrutturazione, volta a creare un nuovo modo di concepire gli spazi dedicati al consumo di libri. È ragionevole sostenere che le istituzioni abbiano le competenze e i mezzi politici per proteggere la bibliodiversità: da un lato regolamentando i processi di concentrazione e finanziarizzazione dell’editoria; dall’altro intervenendo sulle realtà verticalmente integrate e imponendo una separazione delle fasi a valle, quali la distribuzione e vendita, e a monte della catena. C’è però da dire che la regolamentazione del mercato pone inevitabilmente dei limiti alla libertà d’azione dei singoli e ciò potrà sembrare ad alcuni vessatorio, quasi illiberale.

Dopo questa crisi ciò che sarà veramente necessario sarà un forte sostegno a tutti i settori della cultura, che però non dovrà limitarsi agli appelli ad andare al cinema, in un museo, a teatro, a un concerto, o a comprare un libro. La divulgazione della cultura dovrebbe essere incentivata con spazi pubblici concessi gratuitamente a editori, musicisti, teatranti, per organizzare presentazioni, eventi, rappresentazioni, proiezioni, concerti, e altro ancora, mentre le realtà più piccole e in difficoltà meriterebbero sostegni a fondo perduto.

Più in generale si dovrebbe iniziare un percorso di rivendicazioni dal basso animato dai protagonisti del lavoro culturale, ognuno con le proprie riflessioni, che inizi a elaborare proposte nuove. È il momento di ripensare il modo in cui si diffonde la cultura in Italia.

A cura di Jon Mucogllava

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