Cronaca

A un passo dall’oclocrazia – La protesta di Napoli tra mafia e estrema destra

Napoli 1

La protesta di ieri sera a Napoli non nasce da un disagio di carattere economico, ma dal semplice malcontento di un popolo che ha perso completamente la cognizione del proprio ruolo all’interno del contratto sociale. Cosa può succedere quando la democrazia inizia sempre di più a degenerare in oclocrazia?


La parola al Popolo

La definizione tradizionale di Stato moderno prevede tre pilastri costitutivi fondamentali, ciascuno egualmente importante nel garantire il corretto funzionamento della società civile: Sovranità, Territorio e Popolo. La Sovranità è l’elemento più effimero, un concetto astratto che vediamo incarnato nell’esercizio del potere da parte dei rappresentanti eletti negli organi governativi; il Territorio, d’altro canto, è l’elemento più concreto, l’area geografica su cui si esercita la sovranità e in cui vive il Popolo. Quest’ultimo è l’elemento mediano, concreto in quanto composto da singoli, fisici individui, ma astratto nel loro essere cittadini detentori di diritti e titolari, nelle democrazie, della sovranità.

C’è chi afferma che ieri a Napoli, dalle undici di sera in avanti, i cittadini partenopei abbiamo semplicemente fatto valere questa loro sovranità, rivendicandone il possesso ed esprimendo, in via diretta, una presunta “volontà popolare”. Questa interpretazione capziosa non potrebbe essere più lontana, più avulsa dalla realtà dello scempio cui siamo stati costretti ad assistere ieri sera. Tutte le forze oscurantiste e antidemocratiche, tutte le tendenze corruttrici e venefiche dell’Italia sono scese in campo, in bella mostra, evidenziando una scandalosa pletora di fallimenti su ogni campo della vita politica.

Al grido di “libertà”

Il Popolo ormai si è ridotto a una semplice folla senza mente propria, e ha perso completamente di vista il suo strumento principale con cui deve far valere, in democrazia, la propria opinione: il voto. Vincenzo De Luca, appena rieletto, ha il coraggio di imporre norme restrittive, come aveva promesso, per arginare la diffusione del Coronavirus, davanti alla generale irresponsabilità dimostrata nell’ultimo periodo; sorpresi forse dalla rarità di un politico che tiene fede alla parola data, improvvisamente i cittadini di Napoli sembrano ricredersi in massa sulla propria scelta, che li aveva portati a rieleggere il presidente uscente con cifre alla Lukashenko.

E veniamo al primo problema: con un’affluenza alle urne a malapena del 52 % è risibile che il popolo scenda in piazza a protestare quando avrebbe potuto, semplicemente votando qualcun altro, evitare tutto questo. La mancanza di interesse per il voto dovrebbe, per un cittadino serio e consapevole, automaticamente escludere l’interesse a protestare successivamente: se non voti, è perché non ti curi dei risultati, e se ti curi di loro, devi votare; è il principio di partecipazione democratica che sta alla base del nostro stato. Vedendo i manifestanti che gridavano alla “libertà”, mi sono tornate in mente le parole di Gaber, quando cantava “la libertà / non è star sopra un albero / non è neanche il volo di un moscone / la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione”.

Gli unici che davvero a pieno titolo potevano protestare (e l’hanno fatto, il giorno prima) erano gli esercenti di bar e ristoranti, che pur complici nel lassismo generale che continua a interessare l’Italia, saranno i più colpiti economicamente dalle nuove norme (quanto davvero sarà dannoso per loro, dopo un’estate essenzialmente libertina, è argomento per un altro luogo). La protesta di ieri sera a Napoli nasceva però non da un disagio di carattere economico, ma dal semplice malcontento di un popolo che ha perso completamente la cognizione del proprio ruolo all’interno del contratto sociale: quello di sottostare alle leggi che i suoi rappresentanti eletti promulgano.

Proteste, assembramenti e cassetti incendiati (Corriere della Sera).

Da protesta a tumulto

Abbiamo assistito ad una visione particolaristica, quasi feudale della legge, che diviene ingiusta se non mi aggrada e giusta se ne traggo beneficio, una visione ormai sempre più radicata in quelli che a stento definiamo cittadini italiani. La protesta è presto divenuta un tumulto senza né capo né coda, senza senso alcuno né scopo dichiarato: ce lo dimostrano le masse di persone che si muovevano senza mascherina, assembrandosi in un rifiuto totale delle più basilari norme di protezione di sé e degli altri. Protestare senza le mascherine porterà sicuramente ad un aumento dei casi, aggiungendo ulteriore stress a un sistema sanitario fragile come quello campano e determinando certamente un giro di vite aggiuntivo, ma questo non interessa ai manifestanti, che visto l’accaduto sarebbe meglio definire semplici riottosi.

La visione particolaristica della legge porta infatti a una affine e pericolosissima concezione dell’illegalità: sbagliato è ciò che mi danneggia, tollerabile quello che danneggia qualcun altro e non me. È con questo principio, cancro della società, che la criminalità organizzata regna sovrana in tutta Italia e in Meridione specialmente: non sono le armi, non sono le bombe, non è il pizzo e neanche le lupare che danno il potere ai mafiosi e ai camorristi, ma la connivenza costante del tessuto sociale in cui sono inseriti, che li giustifica, li idolatra, li romanticizza e li ammira. Ed è questo che ha fatto sì che la protesta divenisse tumulto.

I clan mafiosi, che controllano anche gli ambienti degli ultras, non si sono “infiltrati” nella protesta, l’hanno creata e indirizzata verso la direzione eversiva a loro congeniale, con inviti, passaparola e di certo con anche qualche stimolo economico (casi del tipo “ti do 50 euro se vai a far casino in centro” si sono verificati in molte altre manifestazioni a Napoli).

Cronistoria di una protesta

Fin dall’inizio, prima dello scattare del coprifuoco, in questi ambienti circolava la voce che “questa sera bisogna spaccare tutto”, e questi circoli sono i centri apicali della vita sociale napoletana: la parola vola fra gli ultras, ambienti notoriamente violenti, rivoltosi e gestiti come una sussidiaria dai clan della Camorra; da loro la parola viaggia agli estremisti politici, anch’essi collusi, e poi dritta ai giovani, che in tutti questi arruffapopolo vedono modelli, leader, esempi. La gioventù più sbandata, più vicina a questi contesti, si prepara e si arma di caschi, oggetti contundenti, petardi, bombe carta e fumogeni.

La mobilitazione, da qui, raggiunge poi il popolo generale, che si muove senza una vera cognizione di causa ma secondo una tacita scala gerarchica (“se Tizio scende in piazza, lo facciamo anche noi”). La folla che scende in campo è dunque eterogenea e priva di una vera direzione: la loro rabbia non è indirizzata verso un obiettivo preciso, e così ciascuno individua il suo personale e particolare nemico. Si parte con un raid ai palazzi della Regione Campania, unico nemico comune in quanto impositore delle restrizioni, e che se vogliamo usare una metafora manzoniana è il nostro Forno delle Grucce.

Da qui, seminato il caos e incontrato la resistenza (se così la possiamo definire) delle forze dell’ordine, la massa bestiale si disperde e va a caccia di chi capita sotto tiro: vengono presi d’assalto i mezzi di Polizia e Carabinieri, in schiacciante inferiorità numerica e che per difendersi possono contare a malapena sui lacrimogeni, vengono aggrediti i telecronisti, vengono lanciate le bombe carta sui passanti.

L’aggressione al giornalista di Sky durante gli scontri del 24 ottobre 2020 (Corriere della Sera).

Il furore dilaga, e il Popolo completa la sua abdicazione totale dal ruolo che gli spetta riducendosi a poco più di uno sciame di locuste.

La strada del fallimento

Tutto ciò che si può avere di negativo nella società e nella concezione politico-sociale è dunque emerso: si è gridato “libertà” come sinonimo di “anarchia”, si è parlato di “dittatura” come sinonimo di “regole”, si è andati ad attaccare gli innocenti, producendo lo sfacelo totale della società civile ed il trionfo della mentalità anti-Statale.

Il fallimento è completo: sul piano civile, abbiamo visto come il voto sia disdegnato e si voglia solo protestare, perché è più facile lamentarsi nel ruolo passivo, piuttosto che averne uno attivo. Si è visto come lo Stato sia divenuto nella nuova mentalità corrotta e meschina non un do ut des, ma un dat sine dem ([egli] dà senza che io dia), un ente assistenziale che ha solo il dovere di aiutare ma non il diritto di imporsi. Si è visto come la protesta stessa abbia perso il proprio senso, quello di mandare un messaggio forte, e sia diventata l’equivalente di una notte di sfogo illimitato, stile The Purge. Si è vista la totale incapacità di sottostare a divieti che limitano anche solo libertà secondarie (e.g. farsi un aperitivo sul lungomare) e l’affermazione di una visione sacrale, quasi americana, della libertà personale.

Sul piano della sicurezza pubblica, ancora una volta si è visto che le forze dell’ordine sono lacunose nei mezzi di prevenzione (come infiltrati ed informatori che tastino il polso del tessuto sociale) e completamente prive di quelli di repressione (troppi pochi agenti e per giunta inibiti da leggi estremamente restrittive sull’uso della forza in questi casi).

Sul piano sociale, si è visto come a Napoli (nello specifico, ma è così un po’ ovunque) la mafia controlli ancora la vita pubblica con una salda morsa di ferro, spesso favorita e sempre tollerata dalla visione particolaristica della legge e dello Stato, e come in molti casi la criminalità organizzata non eserciti un controllo diretto convenzionale, quanto più coincida proprio con il tessuto sociale che essa domina e di cui tiene le fila tramite sistemi clientelari e familistici che surrogano e soppiantano lo Stato.

Verso l’oclocrazia…

Lo Stato, dicevamo, ha dunque perso, ieri, sovranità e popolo in un solo colpo: è rimasto per ore alla mercé delle masse che volevano dettare leggere e rivendicavano una libertà assoluta e totale, un potere diretto, un’autonomia legislativa, ed è possibile che ispirino altri a fare lo stesso, addirittura costringendo lo Stato ad arretrare e infine cedere. Questi segni sono gli araldi dell’ingresso della nostra πολιτεία (politeia) nella cosiddetta oclocrazia, il governo sregolato della moltitudine. Temete e tremate dunque, poiché l’anaciclosi di aristotelica memoria ci insegna che a seguirla è sempre il desiderio di più ordine e stabilità, e con esso il dispotismo dell’uno, la tirannide.

Iacopo Brini

(In copertina e nel testo immagini di Fabio Sasso [ANSA])

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