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I nostri “amici” libici – Quando la storia ci incriminerà

Accordi Italia-Libia

In un momento storico così drammatico, chi è che ha tempo di occuparsi della Libia? Un paese dilaniato dalla guerra civile, in cui migliaia di uomini ogni giorno cercano di scappare, in cerca di una vita migliore. Ma l’Italia si dimostra sorda a ogni richiesta – meno che a quelle economiche.


Quella che ci lasciamo alle spalle è senza dubbio un’estate di fuoco, insolita e intrisa di sconvolgimenti politici e non: l’emergenza sanitaria ancora in corso, l’ottenimento dei pieni poteri di Orban in Ungheria, la repressione della comunità LGBTQ+ in Polonia, le elezioni in Bielorussia e la campagna elettorale per le presidenziali americane. Il mondo freme ed è forse per questo che la scelta di rinnovo degli accordi Italia-Libia è passata quasi inosservata.

Il voto alla Camera

Il 16 luglio la Camera ha votato quasi all’unanimità per il rinnovo del famoso “Memorandum”, stipulato nel 2017 dal governo Gentiloni con l’obiettivo di arginare l’immigrazione clandestina. Da allora, l’Italia ha versato circa 150 milioni di euro in tre anni per finanziare l’addestramento dei militari e fornire loro tutti i mezzi necessari per contenere le partenze; con il rinnovo degli accordi, inoltre, il finanziamento aumenterà di 3 milioni rispetto all’anno scorso.

All’epoca Gentiloni disse che l’accordo avrebbe rafforzato la cooperazione Italia-Libia in molti settori, contrastando allo stesso tempo il traffico di esseri umani e migliorando i centri di detenzione.

Ciò che è lecito chiedersi è come sia stato possibile fare tutto questo senza il benché minimo monitoraggio, di cui appunto non vi è traccia negli accordi; la Libia è un paese in guerra e noi abbiamo fornito mezzi possibilmente utili al conflitto civile che sta sconvolgendo il paese senza fissare alcuna condizione in merito al loro utilizzo.

Le conseguenze di questa superficialità sono evidenti e innegabili.

Negli anni, infatti, sono state numerose le inchieste e il materiale raccolti dall’Onu a testimonianza delle violazioni dei diritti umani da parte dei miliziani e degli stessi funzionari pubblici libici; violenze fisiche e sessuali, torture e abusi continui, di cui siamo irrimediabilmente complici.

Un passo indietro

Siamo nuovi a tutto questo? Assolutamente no.

Era il lontano 2008 quando venne firmato il “Trattato di Bengasi”, che vide protagonisti Silvio Berlusconi e Mu’ammar Gheddafi.

Definito anche “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione”, l’accordo prevedeva ancora una volta un finanziamento italiano in cambio della detenzione illegale dei migranti diretti in Europa; in cambio la Libia fornì all’Italia gas e petrolio.

Il grande Sì

Tre anni fa avremmo potuto spiegare un accordo del genere auto attribuendoci ingenuità e ignoranza, ma oggi? Oggi chi ci giustifica? Sappiamo ciò che accade in Libia, sappiamo cosa spetta alle persone che rifiutiamo alle frontiere.

Proprio per questo dovremmo indignarci per l’esito del voto parlamentare del 16 luglio, a causa del quale il 2 novembre gli accordi verranno rinnovati con modifiche che Luigi Di Maio renderà pubbliche solo a fine ottobre.

A votare a favore è stato il centro destra, la Lega, il Movimento 5 Stelle e la maggioranza del PD; un grande sì dunque, perché quegli accordi sembrano proprio non poter cessare di esistere.

L’immigrazione è un’emergenza

Sarebbe sbagliato sminuire il problema dell’immigrazione e pensare che gli accordi internazionali non servano: l’esodo a cui l’Europa sta assistendo è un’emergenza e come tale va affrontata.

È altrettanto sbagliato però il modo in cui le destre populiste europee stanno distorcendo la realtà, manipolando le informazioni e risvegliando quello che l’antropologa Paola Tabet ha definito come “il motore che, nei momenti di crisi, va a cinquemila giri”: il razzismo.

La crisi economica ci ha messo in ginocchio e la storia insegna che, in tali circostanze, chi governa tende a scaricare le responsabilità, spesso su chi non ha diritto di replica.

La distorsione dell’informazione riguardo il sovrappopolamento, la fantomatica invasione di cui tanto si parla, gli alti tassi di delinquenza: tutto ciò ha creato nella popolazione civile una solida base per lo sviluppo di un patetico vittimismo e per la morte dell’empatia.

Nonostante i dati ci siano e siano alla portata di tutti, sembra essere più semplice credere alle parole del politico di turno, convincersi che il problema sia altrove e che non ci riguardi.

La realtà dei fatti

Eppure, basterebbe poco per scoprire che un’invasione non c’è mai stata e che in Italia la popolazione immigrata si è stabilizzata da circa cinque anni (come potete vedere qui), basterebbe poco per capire che l’esportazione di armi provoca la guerra e la guerra provoca esodi (l’Italia è nella top 10 mondiale per esportazione).

Insomma, basterebbe davvero poco per smentire le bugie che puntualmente ci vengono propinate da una retorica becera e ignorante (perché ignora la realtà dei fatti), ma lo scontento che la crisi economica ha provocato prevale e toglie lucidità nello sguardo. 

Quando i nostri nipoti saranno chini sui libri di storia e ci chiederanno come sia stato possibile condannare consapevolmente a morte così tanti esseri umani, spero avremo la decenza di tacere; spero non accamperemo più scuse, spiegazioni valide a giustificare l’ipocrisia e il menefreghismo dei nostri giorni. Non ci farà stare meglio pensare che è stata una decisione di destra o di sinistra, semplicemente perché non lo è stata.

Francesca Anigoni


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