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Vivere il territorio – Intervista a Simone Borsari

Simone Borsari 1

Seconda intervista della rubrica Il Punto, seconda volta che sono con Elettra. Stavolta siamo andati a parlare con Simone Borsari, presidente del quartiere San Donato – San Vitale di Bologna.

Ormai sono passati due anni da quando ho conosciuto Simone e la sua segretaria, Angela Parisi, in occasione di una delle prime presentazioni di Rising, il romanzo d’esordio mio e di Filippo Paris.

Al centro dell’intervista il ruolo del quartiere nel rapporto tra cittadini e istituzioni, la valorizzazione del territorio e la riqualificazione delle periferie. Argomento che Simone ha dovuto affrontare e che conosce bene dopo i nove anni di presidenza del quartiere San Donato – San Vitale.

Simone Borsari.

Davide Lamandini


Il Punto
1. Simone, ormai da nove anni sei Presidente del Quartiere San Donato – San Vitale di Bologna partiamo da una domanda generica e introduttiva: che lavoro fai e che competenze ha il quartiere rispetto al Comune?

È un’esperienza molto formativa, che riempie di soddisfazione dal punto di vista personale, professionale e anche politico, ovviamente. Il quartiere è l’istituzione più vicina ai cittadini e di conseguenza le persone, quando hanno un’idea una segnalazione una criticità o anche solo bisogno di sfogarsi, vengono nei nostri uffici prima che in qualsiasi altro luogo. Certe volte sanno che il Comune non può risolvergli un problema, ma cercano comunque qualcuno che li ascolti.

È bello poter essere un punto di riferimento, anche se allo stesso tempo, ovviamente, carica di tante responsabilità. Responsabilità che poi si devono anche collegare alle competenze che il quartiere effettivamente ha, perché ai Quartieri vengono assegnate deleghe operative ben precise, e laddove non abbiamo una competenza diretta (ad esempio, sulle manutenzioni, sulla mobilità, sull’urbanistica e sui lavori pubblici), possiamo solo trasmettere le segnalazioni e alcune indicazioni di priorità operative agli altri Settori del Comune.

Il Quartiere può disporre di un budget economico assegnato annualmente dalla Giunta comunale e spende quei soldi sulla base delle priorità operative che autonomamente individua nell’ambito delle materie delegate. Per fare un esempio di ciò di cui ci occupiamo direttamente possiamo citare

  • I servizi educativi e scolastici tra i 6 e i 18 anni;
  • I progetti per l’adolescenza;
  • Il rapporto con le associazioni sportive;
  • I progetti di cura condivisa dei beni comuni (la cittadinanza attiva e i patti di collaborazione);
  • Il governo delle reti di collaborazione tra cittadini e istituzioni sul welfare di comunità (miglioramento della qualità della vita e della coesione sociale nei nostri territori);
  • I contributi per il diritto allo studio e per l’assistenza handicap.

Abbiamo un ufficio anagrafe legato al Comune in grado di svolgere tutte le pratiche di autorizzazione e assistenza ai cittadini. Anche gli orti comunali sono di nostra competenza. E poi abbiamo un ufficio che si occupa della ricezione delle segnalazioni, che puntualmente inoltriamo ai tecnici comunali via via competenti per la loro soluzione.

Il Presidente di Quartiere è una figura centrale in tutto questo perché deve aiutare i servizi centrali a selezionare le attività a cui dare una priorità e, certe volte, perché deve anche “combattere” per fare in modo che le istanze dei suoi cittadini vengano ascoltate dai tecnici e dagli Assessori.


Il Punto
2. Ora passiamo a una domanda più personale: cosa significa per te rappresentare il livello istituzionale più vicino al cittadino?

San Donato – San Vitale è il quartiere in cui sono nato, dove ho scelto di rimanere a vivere dopo essermi sposato e dopo aver avuto una bambina. Lo amo esattamente per come è, perché è un territorio della cosiddetta periferia, anche se di vere e proprie centralità urbane qui ce ne sono tante.

Poter essere utile a migliorare il mio quartiere mi da una profonda soddisfazione; e, per come vedo io le cose, l’importante è unire il piacere di fare qualcosa che possa aiutarti a migliorare a crescere, con l’essere utile alle persone e alla comunità, anche se è molto impegnativo, comporta sacrifici familiari e personali e ti grava di tante responsabilità.

È molto gratificante riuscire a far cambiare idea a persone che partono diffidenti nei confronti delle istituzioni – a causa di diffusi pregiudizi negativi sulla politica e dell’imbarbarimento dei rapporti umani (basta che guardiamo le dinamiche relazionali dei social a tale proposito). L’approccio all’istituzione spesso è polemico, quello del “pago le tasse e voglio un servizio”; del “mi rubate i soldi perché non so dove li mettete, perché non siete trasparenti”. Però sei lì per dare loro una mano nell’interesse del bene pubblico, e mettere in pratica questo obiettivo è la cosa più importante in assoluto. A volte, per vincere la diffidenza di alcuni cittadini è come su di sé incombesse un onere della prova: devi dimostrare la tua onestà, integrità e competenza. È una sfida in più.

Quando le persone riconoscono la serietà e l’impegno arriva la soddisfazione. Altre volte trovi qualcuno che invece non è mai contento, anche se riesci a realizzare ciò che ti ha chiesto. Sono normali dinamiche relazionali.


Il Punto
3. Ecco, stavamo per arrivarci. Come ci si sente quando non si riesce – per i più diversi motivi – a dare una soluzione ai problemi delle persone?

In certi casi è frustrante perché dei cittadini possono avere problemi che non puoi risolvere “come Quartiere”, come la perdita del lavoro o una difficoltà economica. I servizi sociali, ovviamente, ci sono ma nonostante il grande impegno profuso, non riescono sempre a farsi carico di tutto. A volte vorresti fare di più e non puoi farlo.

Altre volte i tempi della burocrazia sono così lunghi che fai fatica a spiegare al cittadino che ti stai facendo carico del suo problema – anche solo il rifacimento di una strada – e che quei lavori sono programmati per 6-7 mesi dopo, tra gare di appalto e stanziamento di risorse. Bisogna anche saper parlare e spiegare ai cittadini, fargli capire che bisogna avere pazienza. Ma non sempre ci si riesce nei tempi e nei modi che la situazione richiederebbe.

Ho la fortuna di avere una famiglia che mi capisce e sostiene nella mia attività e nei sacrifici che comporta, e anche questa è una cosa importante. Consiglierei un’esperienza in quartiere a chiunque voglia fare politica, per capire cosa significhi stare a contatto diretto con le persone, ascoltarle, confrontarsi, rappresentare le loro istanze, lavorare a soluzioni concrete, spiegarle e assumersene la responsabilità.


Il Punto
4. Partendo da quello che hai fatto dal 2011 a oggi – come ad esempio la prevenzione alla microcriminalità o il progetto degli orti sui tetti – volevamo chiederti: dal tuo punto di vista come si può cercare di riqualificare un territorio considerato periferia? Come gli si può, in un certo senso, dare una nuova centralità?

È proprio questa una delle sfide più grandi di un lavoro del genere. Stiamo parlando di luoghi che vengono comunemente percepiti come periferia, non attrattivi, senza identità, pericolosi. Ma in realtà sono solo luoghi che hanno un tessuto di cittadinanza attiva fortissimo. Hanno degli spazi – parchi, piazze, servizi – da vivere. Perché laddove ci sono periferie geografiche devi investire sempre di più sulla qualità e sulla prossimità dei servizi.

Un esempio classico è il Pilastro. Negli anni, grazie al dialogo tra cittadini, associazioni e comitati degli inquilini, ha ottenuto tanti servizi e il Comune ha investito molte risorse, non solo economiche ma anche umane. Adesso le scuole del Pilastro, che scontano un forte pregiudizio negativo spesso legato al consistente numero di ragazzi di origine straniera presenti nelle classi, hanno tra i migliori insegnanti di Bologna.

Provare a dare un contributo alle periferie parte da:

  • Un’idea di riqualificazione urbana per fare in modo che i luoghi siano innanzitutto gradevoli esteticamente. E noi lo abbiamo fatto con esempi come l’illuminazione, il nuovo arredo urbano, il rifacimento di strade e marciapiedi, i giochi per bambini e tanto altro; e con un progetto artistico che ha portato alla creazione di pregevoli murales in molti angoli del nostro Quartiere (l’interno di via Martelli adesso è una galleria a cielo aperto di street art);
  • Alla riqualificazione urbana deve accompagnarsi la rigenerazione sociale, cioè la creazione di una rete di opportunità e servizi per migliorare la qualità della vita delle persone di ogni fascia di età (servizi per gli anziani e per le persone fragili, occasione di socialità positiva, formazione e avviamento al lavoro per i giovani, solo per fare degli esempi), insieme ad un impegno per la costruzione di una comunità coesa basata sul dialogo tra le diverse culture che animano il territorio, una grande ricchezza che comporta anche contrasti, conflitti e incomprensioni.

La scuola ha non solo una importante funzione educativa, ma è anche un enorme collante sociale: i bambini fanno amicizia subito: a loro non interessa il colore della pelle o la religione che ciascuno professa, e insieme alla scuola si possono creare occasioni perché anche le diverse famiglie possano conoscersi, stare assieme ed apprezzarsi. Occorre organizzare eventi e iniziative in cui le persone possano conoscersi e stare assieme. I gruppi etnico-culturali non devono stare per conto loro, ma mischiarsi e conoscersi.

Al Pilastro, ad esempio, abbiamo creato la Scuola delle Donne, che insegna l’italiano a madri di bambini stranieri; oltre allo scopo evidentemente educativo, nel tempo questa scuola è diventata nel tempo un circolo di madri, italiane e non, che passano il tempo insieme. E questo contribuisce a creare un senso di appartenenza alla comunità.

Ci sono tanti altri esempi che si potrebbero fare. Serve valorizzare le differenze ma dare anche un senso di comunità che ti faccia sentire l’appartenenza al quartiere, alla città, per condividerne le regole. E poi bisogna lavorare molto sui servizi che danno opportunità ai giovani e sulla gestione dei conflitti all’interno dei condomini di edilizia pubblica. Abbiamo tante case popolari e su questo dobbiamo ancora rimboccarci molto le maniche: la convivenza tra individui molto eterogenei è faticosa, capirsi è difficile e lo è ancora di più creare delle relazioni.


Il Punto
5. Visto che li hai citati, parliamo di giovani. Spesso nei quartieri “di periferia” si sviluppano casi di devianza giovanile, dal bullismo alla microcriminalità. Come si può a livello di quartiere cercare di prevenire fenomeni del genere?

Facendo in modo che i ragazzi il pomeriggio, finita la scuola, abbiano la possibilità di non stare in strada ad annoiarsi. Bisogna, ad esempio, incentivare i ragazzi a fare sport, e noi come quartiere attraverso un bando pubblico distribuiamo risorse a quelle associazioni che si impegnano nella promozione sul territorio di attività sportive, accogliendo anche quei ragazzi le cui famiglie non possono permettersi di pagare le quote associative. Noi le aiutiamo economicamente e loro prendono ragazzi di famiglie in condizioni di disagio. Lo sport aiuta su tanti livelli ed è un’opportunità educativa importante.

Anche i centri di aggregazione giovanile, gli educatori di strada che lavorano in convenzione col Quartiere, luoghi come il GRAF, i laboratori di teatro o di musica elettronica, opportunità per cercare di fare in modo che i ragazzi stiano bene, stiano insieme e evitino giri pericolosi. Una particolare attenzione la dedichiamo anche alla lotta alla dispersione scolastica e all’abbandono precoce della scuola: il quartiere ogni anno dedica molte risorse – economiche e anche umane, di grande qualità – a progetti su questi temi.

Emerge poi un altro punto a favore dei territori periferici: la grande collaborazione tra cittadini, associazioni e istituzioni in progetti di pubblico interesse. Non che non ci sia nel Centro Storico, ma dove c’è più “fame” di rilancio e riscatto – dove abbiamo gli “occhi della tigre”, per citare un famoso film –, sono molte le persone che hanno voglia di dare il loro contributo per raggiungere questi obiettivi. Un dialogo continuo che aiuta a creare progetti, eventi, iniziative e alla lunga la voce si sparge nel resto della città e danno centralità a luoghi prima abbandonati o anonimi. Si pensi al Mercato Sonato, qui a San Donato, ormai conosciuto in tutta Bologna.

E qui si chiude il cerchio: non solo riqualificazione urbana, non solo la rigenerazione sociale, non solo la collaborazione tra cittadini e associazioni, ma anche centralità urbane, sociali e culturali in grado di attrarre persone che vivono fuori dal quartiere.


Il Punto
6. Come si lavora su un territorio?

Allora, prima di tutto bisogna metterci la faccia. La gente deve vederti, più quando ci sono i problemi che quando tutto va bene. Devono vederti come un punto di riferimento, disponibile per tutti. E poi devi riuscire a coinvolgere i cittadini, attraverso le iniziative che abbiamo detto prima. Anche lavorare sul welfare di comunità e sul miglioramento continuo dei servizi.

In quartiere abbiamo un Tavolo di progettazione partecipata diviso per zone, dove cittadini e associazioni coordinati dal quartiere si mettono insieme al Quartiere per identificare delle priorità di lavoro che possano fare il bene di quel singolo pezzo di comunità, e supportiamo le idee emerse con risorse economiche e con la professionalità dei nostri operatori. Le risorse economiche da sole non bastano: serve un lavoro di squadra, che coinvolga persone brave e motivate, ma che oltre alla competenza mettano passione e cuore. E qui da noi ne abbiamo tante.

Lavoriamo anche su una forte campagna di politica culturale, organizzando insieme alle associazioni numerosi eventi culturali che aggreghino le famiglie attorno a momenti positivi per la cittadinanza.


Il Punto
7. Matteo Lepore, assessore alla cultura, turismo e promozione della città di Bologna, in una recente intervista ha detto che nell’immaginario collettivo dei bolognesi il Pilastro a lungo ha rappresentato il Bronx della città. Da dove nasce questo stereotipo?

Per spiegarlo dobbiamo ripercorriamo la storia del Pilastro.

La zona è nata nel 1966 ed è stata progettata male. Era un insieme di case popolari messe in mezzo a campi, dove non c’era neanche l’asfalto, niente scuole, chiese o servizi, solo case popolari.  All’epoca non c’erano tangenziale e altre vie di comunicazione. E lì sono state messe le famiglie che venivano da lontano, dal Mezzogiorno o dal Nord-est, profughi giuliani, dalmati o dalla Libia: era un coacervo di gente buttata lì senza un servizio. E proprio per questo si è creato subito un forte senso di appartenenza.

Il Comitato di Inquilini ha interagito col Comune e ha combattuto numerose battaglie civili per ottenere attenzione nei confronti del rione, e l’Amministrazione comunale ha iniziato a investire nei servizi, modificando anche la concezione urbanistica del comparto. Forse il Pilastro non era stato pensato come ghetto, ma nei fatti per anni lo è diventato, rimanendo per anni isolato dal resto della città. Dinamiche simili sono avvenute nel quartiere della Barca.

Nel corso degli anni, quando si è investito di più nei servizi per la popolazione, la situazione ha iniziato a mutare e la qualità della vita è aumentata, molti alloggi popolari sono stati riscattati e sono anche arrivate molte famiglie da altre zone della città. Oggi sono presenti anche molti nuclei di origine straniera, perché l’ampia metratura delle case popolari del Pilastro è adatta a famiglie numerose.

Un altro spartiacque fondamentale della storia del Pilastro è stato l’omicidio dei Carabinieri Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini da parte della Banda della Uno Bianca (4 gennaio 1991, Strage del Pilastro ndR). Il Pilastro è finito sotto i riflettori di tutta Italia con la definizione di “Bronx di Bologna”, tanto che nelle indagini all’inizio si era sospettato gente luogo che sicuramente aveva problemi con la giustizia, ma nessun coinvolgimento diretto con la strage. Le indagini che sono seguite hanno fatto una sorta di “pulizia” del quartiere, però lo stigma del quartiere pericoloso dove erano stati uccisi tre Carabinieri rimase a lungo.

Oggi la situazione è migliorata molto, adesso posso dire che il Pilastro si sta avviando davvero su una strada di rilancio e riscatto. E lo potete vedere dagli investimenti fatti, dai progetti varati e dai servizi attivi. I problemi sono ancora tanti, come è naturale che sia, ma si stanno affrontando uno ad uno. Non va tutto bene ma neanche tutto male, la realtà è sempre nel mezzo, siamo una zona “normale”, con un passato sicuramente complicato ma in trasformazione e con un rinascimento civico in atto, accompagnato – come testimoniano i progetti finanziati con i fondi nazionali del “Piano Periferie”, da notevoli investimenti economici e sociali e dove le istituzioni sono presenti.


Il Punto
8. Ormai non se ne parla più molto, ma durante la campagna elettorale per le regionali in Emilia-Romagna, Matteo Salvini si è reso protagonista di un triste episodio di cronaca avvenuto proprio al Pilastro, nel quartiere San Donato. Cosa ne pensi?

Comportamenti di quel tipo non solo non hanno risolto nulla, ma sono profondamente offensivi per i cittadini del Pilastro. I problemi nessuno li nega e ci sono, ma non sono di più rispetto ad altre aree della città.  Certo ci sono tante case popolari e alcune centrali di spaccio che vanno debellate. In questo caso però si è voluto soltanto seminare odio tra vicini di casa. Nient’altro.

Molte associazioni e molte persone del quartiere, insieme alle istituzioni, si sono subito mobilitate per dire basta a carnevalate mediatiche che non risolvono i problemi. Perché è stato messo in pericolo sia chi ha fatto le segnalazioni sia chi è stato esposto ad un processo mediatico. È quanto di più sbagliato e deleterio ci possa essere per la convivenza civile, per il lavoro delle forze dell’ordine e per il senso di comunità. Noi cerchiamo di fare esattamente il contrario, costruendo comunità nel rispetto della legge e dei ruoli di ciascuno, anziché seminare zizzania tra i cittadini.


Il Punto
9. Una considerazione finale: questo è il tuo nono anno come presidente del quartiere San Donato prima e San Donato – San Vitale dopo. Le ultime regionali in Emilia-Romagna hanno evidenziato una profonda differenza tra l’orientamento di voto delle grandi città e quello delle zone più di “periferia”, nel senso di meno centrali. E alla fine la vittoria di Bonaccini non è stata netta come ci si poteva aspettare. Cosa ne pensi?

Nelle dinamiche periferia-centro c’è sempre qualcuno che si sente meno ascoltato. E questa deve essere una lezione importante per il futuro: bisogna investire in progetti e risposte concrete nei confronti di chi si sente abbandonato. L’Emilia-Romagna è una regione che ha tantissime eccellenze e in cui anche dal punto di vista economico la qualità della vita è molto alta.

Ci sono sempre persone che non si sentono rappresentate. Io credo che in questi casi si debba pensare a progetti mirati per quelle aree, senza generalizzare. Si può sempre fare di più e meglio; la sfida adesso credo che sia dare risposte a chi si è sentito escluso e affrontare problemi cruciali per il presente, come quello ambientale. La fiducia può essere guadagnata e mantenuta costantemente, non siamo più nell’epoca delle ideologie – o bianco o nero –, ed è anche giusto che le persone decidano di votare chi secondo loro è più adatto a governare.

La vittoria di Bonaccini non deve farci adagiare sugli allori. C’è ancora tanto da fare e le priorità, almeno secondo me, sono lavoro e ambiente.


Il Punto
10. Quali sono gli obiettivi dell’anno in corso e di quello a venire, l’ultimo del tuo secondo mandato?

L’emergenza Covid non è solo sanitaria, ma anche economica e sociale, e ha sovvertito ogni priorità, la nostra stessa società non è più quella che era prima della pandemia. Adesso la cosa più importante è ripensare i servizi per i cittadini in modo che possano essere sempre più efficaci e capillari. La lotta all’impoverimento (economico, sociale, educativo) è in cima alla lista delle cose da fare, e dato che il numero delle persone e famiglie in condizioni di fragilità è drammaticamente aumentato, serve uno sforzo delle istituzioni e delle realtà territoriali per garantire opportunità, servizi e sostegno a tutti, anche lavorando su modelli nuovi.

Poi, naturalmente, occorre dare continuità ai progetti e alle iniziative che stiamo portando avanti da anni, rimodulandoli sulla base delle mutate esigenze delle persone. Chi vuole approfondire le attività in cui il Quartiere è impegnato può consultare il Programma Obiettivo del Quartiere, che riassume tutti i nostri progetti e da conto in modo dettagliato di come utilizziamo le risorse pubbliche (lo si può trovare a questo link, ndr.).

Vanno poi conclusi gli interventi del Piano Periferie e va ripresa l’attuazione degli altri interventi decisi col bilancio partecipativo. Lavorerò affinché chi verrà dopo di me possa trovarsi nelle condizioni giuste per fare ancora meglio, per il bene del nostro territorio.


Un’intervista a cura di Elettra Dòmini e Davide Lamandini


Il Punto

Il Punto. Un’idea originale di Davide Lamandini. Consulenza editoriale di Clarice Agostini, Elettra Domini e Francesco Faccioli. In copertina e all’interno dell’articolo foto di Maria Luce Neri.

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