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I racconti

Fuori dalla finestra – Premio Alessandro Artese 2020 (3° classificato)

Artese 2020

Pubblichiamo in questa sede, su gentile concessione dell’autrice, il racconto Fuori dalla finestra di Emilia Todaro, terzo classificato al premio di narrativa “Alessandro Artese 2020”.


Elisa guardava fuori dalla finestra. Pioveva.

Il bar era caldo e affollato e, ogni volta che la porta veniva spalancata, gli avventori si stringevano nelle loro leggere giacche primaverili. L’acquazzone aveva colto tutti alla sprovvista, costringendo viandanti e turisti a trovare un riparo.
Elisa, invece, non si trovava lì per caso; i suoi vestiti erano asciutti. Era dalle dieci di mattina che aspettava, e ormai si era fatta ora di pranzo. La cioccolata che aveva ordinato nell’attesa, e che non aveva ancora voluto toccare, si era ormai raffreddata; ogni tanto sistemava la tazza sul piattino con gesti brevi e convulsi.

Per tutto il tempo in cui era stata lì dentro non aveva quasi mai smesso di guardare fuori dalla finestra, paziente. Sperava di vederlo arrivare, ma in realtà era possibile che lui fosse già dentro al locale. Potevano essere nella stessa stanza e lei non avrebbe saputo dirlo: talvolta rivolgeva nervosamente lo sguardo ai clienti alla ricerca di un viso che le facesse nascere quella consapevolezza, quella familiarità che le era mancata. Poteva solo affidarsi all’istinto. Non possedeva nessuna fotografia; lui stava sempre dietro all’obiettivo. Elisa, perciò, dopo gli anni trascorsi, ne ricordava l’aspetto a stento. Le era rimasto poco, l’ombra di un sorriso, una mano tra i capelli che odoravano di pulito e di sole. Corse fra i campi fioriti. Abbracci intensi e liberi. E tutto prima che diventasse ricordo, e il ricordo nostalgia.

Alzò lo sguardo dalle venature del tavolino: vide una madre, giovane, assieme alla figlia di circa tre anni; entrambe avevano i capelli lisci color miele, erano zuppe di pioggia, sorseggiavano le loro bevande e giocavano con le praline che avevano comprato al bancone, scambiandosi sguardi complici. Sul volto di porcellana della bimba si affacciavano due occhi celesti, rivolti alla mamma con un’espressione ingenua di fiducia e ammirazione, sconsolati quando lei nascondeva il cioccolatino e ridenti quando lo mostrava di nuovo. La mamma la guardava senza nascondersi, senza erigere un muro tra sé e la bambina; con amore, in una parola.

Elisa ripercorse con la mente le cene in due a casa, da sola con la madre, il suo guardarla con disapprovazione, quasi che l’avere gli stessi occhi del padre fosse stata colpa sua. Occhi verde chiaro, trasparenti, leggermente all’insù: Elisa aveva passato ore davanti allo specchio tentando di immaginarli intagliati in un volto diverso, scuro e nodoso come tronco d’albero. La madre, del canto suo, li odiava quegli occhi. Occhi così candidi, così sinceri.  Occhi che l’avevano abbandonata senza battere ciglio, senza rimpianti. Senza versare nemmeno una lacrima.

Occhi di fotografo, abituato alle avventure, alla leggerezza, che a un certo punto si era reso conto che quella donna e quella figlia erano troppo ingombranti per uno che viveva senza freni. Poi la quotidianità era diventata vuoti e silenzi, riempiti dalle paure della madre, dalle sue ansie e dalle sue angosce. A furia di tentare di fuggirle, si impossessavano sempre di più di lei, opprimendo il suo giovane cuore. E sopra a tutto la paura di non riuscire mai a trovare qualcuno con cui dividere la vita. Poi, un susseguirsi di eventi senza significato e senza passione.

Era un tango di anime che danzavano senza una direzione vera. Quelle delle amiche che la trascinavano ogni sera in discoteca, a ballare a ubriacarsi a dimenticare tutto il resto; quelle dei ragazzi – tanti, troppi – con cui cercava di colmare il vuoto del suo animo. E ogni mattina si risvegliava in un letto diverso, circondata da un braccio che non conosceva e che quasi la nauseava. Era diventata sempre la stessa storia e ormai conosceva a memoria ogni dettaglio del copione: cambiava solo qualche personaggio di contorno, qualche situazione, ma la sostanza era la stessa. A volte era lei che si disprezzava. Aveva sempre cercato la serenità, l’armonia, volendo credere nelle persone, anche in quelle sbagliate, per poi ritrovarsi sempre solo nello squallore e nella superficialità.

Ora voleva riprendersi questo piccolo pezzetto di sole che le era stato tolto e che, esiguo, aveva usurato, deformato, giocherellandoci distrattamente nei momenti di noia o di insonnia. Il sorriso era diverso, e i capelli avevano un profumo meno intenso. Eppure, se Elisa ci pensava senza concentrarsi troppo, perdendosi nel ricordo, riusciva ancora a cogliere qualcuna di quelle sensazioni. Sì, ne era certa, l’avrebbe riconosciuto.

La campanella della porta. Elisa istintivamente si voltò verso l’ingresso. Al centro c’era un uomo alto, con i capelli castani puliti e un sorriso gentile, fradicio di pioggia, con le scarpe di cuoio zuppe di acqua. Si avvicinò alla cameriera, la parlò piano, quasi sottovoce e la donna gli indicò con un pacato cenno del capo il tavolino di Elisa. Lei lo guardò e riscoprì in lui una sensazione lontana; nonostante i segni dell’età, Elisa vedeva nell’uomo qualcosa di antico, che sapeva di fiori e di sole. Non ci fu bisogno di presentarsi. Si guardarono negli occhi, che erano dello stesso verde chiaro e, prima che lui potesse dire qualsiasi cosa, Elisa, quasi in un sussurro, “Papà.”

Emilia Todaro

(In copertina Pezibear da Pixabay)


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