CronacaPolitica

I gilet arancioni – Fino a quando saremo scemi allo stesso modo

Gilet Arancioni

L’Italia non è ancora uscita dalla sfida contro il Covid-19. Dal punto di vista sanitario i risultati del lockdown in questi giorni iniziano a farsi vedere con maggiore nitidezza; mentre l’economia, dopo essere stata congelata per tre interminabili mesi, lascia la prospettiva di un paese in serissima difficoltà, con la società civile che lancia i primi segnali di insofferenza.

È solo di pochi giorni fa, infatti, la notizia delle multe ai danni dei ristoratori che hanno partecipato alla “protesta delle sedie” a Milano, per dimostrare le loro difficoltà economiche.

La piazza di Milano

Forse proprio per questa delicata situazione, sabato scorso qualcuno si sarà stupito di veder comparire sui social le foto di un gigantesco assembramento di colore arancione, in piazza Duomo a Milano. Un assembramento ben maggiore e molto più pericoloso di quello organizzato dai ristoratori ambrosiani. I nuovi manifestanti, che si fanno chiamare “Gilet arancioni” – con un evidente richiamo ai Gilet gialli che hanno infiammato la Francia nella primavera scorsa – si sono riuniti contro il governo, complice, a detta loro, di far parte del complotto internazionale che sta dietro alla pandemia di Coronavirus. Il loro leader, l’ex generale dei Carabinieri Antonio Pappalardo, ha poi sfruttato l’occasione per assurgere agli onori della cronaca nazionale, individuando subito la causa della diffusione del virus nelle antenne del 5G.

Fugato così ogni dubbio sulle sue doti di leadership, entrato in guerra contro ogni potere forte e guadagnatosi la fiducia dei partecipanti, ha acceso la folla con un programma ben definito. La fine del governo Conte, il ritorno alla “lira italica”, l’elezione diretta del capo del Governo, del Presidente della Repubblica e – perché no? – della Corte Costituzionale (in barba a ogni concezione di separazione dei poteri), la riduzione del Parlamento a 200 membri, il divieto assoluto di vaccinare, etc… A questo punto sorge spontanea una domanda, che nasce anche da una certa inquietudine nel vedere una così considerevole partecipazione: da dove vengono i Gilet arancioni?

La natura del dissenso

Prima di tutto, non si può fare a meno di notare che, come primo bersaglio dell’ex generale (subito dopo le antenne), siano stati scelti proprio i Cinque Stelle, i quali, per proposte e spirito di protesta, dovrebbero rappresentare i suoi “padri nobili”. Strano destino per i seguaci di Grillo, nati sulle ardimentose promesse dei Vaffaday, diventar bersaglio dieci anni dopo di un Vaffa ancor più grande e, si potrebbe dire, persino più estremista. Ecco che si dimostra nuovamente vero il detto di un altro padre nobile, questi però della nostra Repubblica, Pietro Nenni.

A fare gara fra i puri troverai sempre uno più puro che ti epura.

Pietro Nenni

Si potrebbe ricostruire qui la “storia” dei Gilet arancioni; si potrebbero raccontare le vicende politiche del generale Pappalardo, tutt’altro che edificanti ed esemplari; ma credo che non sarebbe utile né, a questo punto, pieno di sorprese. Le folli dichiarazioni di Pappalardo e dei suoi seguaci si qualificano da sé e sono reperibili da chiunque su qualsiasi social. Quello che invece credo vada indagato con attenzione, è il motivo per cui da circa trent’anni nel nostro Paese si susseguano esperienze pseudo-politiche molto diverse tra loro, tutte però accomunate da una forte carica di protesta, che progressivamente si canalizza in forme sempre più complottistiche ed estremiste.

Alla ciclica nascita di questi movimenti, che rifiutano di chiamarsi “partiti”, si rispolverano leitmotiv che evidentemente non smettono di affascinare: la fine delle democrazie liberali, nuove forme di “democrazia immediata”, atteggiamenti antiscientifici, in favore del “ritorno” del potere nelle mani – e nella conoscenza – del popolo.

Insomma, il contemptus mundi del XXI secolo. Le risposte ai molti perché che questo fenomeno ci pone dinanzi richiederebbero forse interi saggi per essere analizzate compiutamente. Si possono però individuare due ambiti del discorso.

Una scuola in vacanza

Il primo, e il più importante, è quello della scuola, che evidentemente è incapace non tanto di dare nozioni, quanto di insegnare ai ragazzi (che poi diventano gli adulti della manifestazione di Milano) un vero pensiero critico. Una forma mentis, si potrebbe dire, finalizzata ovviamente non al livellamento delle idee, ma alla costruzione consapevole del pensiero.

A giudicare dall’estrema popolarità che le teorie complottistiche hanno nel nostro Paese – pensiamo a quanto polemicamente si discusse sull’introduzione della vaccinazione obbligatoria – manca infatti una scuola solida e presente, che funzioni anche da ascensore sociale per i giovani, capace cioè di fornire loro una concreta opportunità di sviluppo all’interno della società democratica. È risaputo, peraltro, che l’emarginazione sociale e le scarse prospettive di miglioramento della propria qualità della vita siano alcune delle principali cause dell’insoddisfazione verso il cosiddetto “sistema”.

Democrazia in vacanza?

In secondo luogo si denota una mancanza pressoché totale della Politica (quella con la “p” maiuscola). Questo non solo per la decadente qualità dei politici, ma soprattutto perché per anni in Italia si è fatto credere, con il benestare del qualunquismo drammatico di buona parte dell’informazione, che fosse possibile una democrazia senza politica. Ovverosia una democrazia che non avesse bisogno dei partiti, delle loro strutture di “formazione”, di selezione di classe dirigente.

E questo facendo passare sotto silenzio gli esempi di buona amministrazione e presentando all’audience televisiva un’immagine quasi sempre caricaturale della politica (“sono tutti corrotti”), dipingendola come un passatempo per mestieranti, come la più infima delle attività. E così, come diceva il grande Gaber, con la scusa di “scendere alla portata di tutti, con un’adeguatina oggi, e una domani” ci si prende gusto, si abbassa sempre più il livello della discussione e del pensiero, finché non saremo “tutti scemi allo stesso modo, e la democrazia sarà perfetta”.

Un giorno non molto lontano, infatti, uno degli urlatori arancioni potrebbe essere ministro, o addirittura Presidente del Consiglio. È una prospettiva fantasiosa? Può darsi. Ma le probabilità che si avveri cresceranno sempre di più, almeno fino a quando continueremo a considerare – e a trattare – la democrazia come qualcosa di scontato e persino superfluo.

Michele Gallone

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