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La rivolta delle donne in Polonia

Polonia rivolta donne

Bentornati sulle colonne de Il Punto, con il terzo episodio della sezione Incontri, in tempi di pandemia rigorosamente via Skype. Questa volta diamo voce a una ragazza polacca di quattordici anni che chiameremo Helena per proteggerne l’identità e che ci parlerà della recente rivolta delle donne che ha infiammato la Polonia.

Al centro delle proteste i due disegni di legge proposti dall’esecutivo del premier Mateusz Morawiecki: il primo ha come obiettivo ridurre le possibilità di praticare legalmente l’aborto nel paese, il secondo invece punta a vietare la promozione del sesso tra minorenni. Un’operazione simile era stata tentata già nel 2016, ma all’epoca una forte mobilitazione popolare ne aveva impedito l’approvazione.

Oggi, in tempi di lockdown, proteste di questo tipo non sono possibili e nel chiaroscuro che si forma in ogni situazione di emergenza, i contorni delle libertà individuali diventano sempre più sfocati, i diritti sempre più vaghi. E allora migliaia di giovani, donne e ragazze hanno trasformato il web nel loro terreno di battaglia e lì hanno proseguito con la lotta. In particolare, nel suo piccolo, Helena ha deciso di utilizzare i social per connettersi con persone di altri paesi e raccontare loro quello che vive tutti i giorni nel suo.

Davide Lamandini


Il Punto
1. Cosa è cambiato nelle vostre vite dopo le leggi speciali messe in campo per far fronte alla pandemia da Coronavirus? Che clima si respira?

Personalmente, mi sento spiazzata. Mi sembra di essere atterrata all’improvviso in un altro mondo, diverso da quello che conoscevo prima. Le nuove leggi varate con l’emergenza sono restrittive, quasi soffocanti. Non possiamo neanche scendere in piazza a protestare, e rimaniamo fermi a casa incapaci di ribellarci. Sotto a tutta questa apparente calma si celano però animi bollenti: pieni di odio e rabbia. È come se insieme al numero dei contagiati crescesse l’intolleranza, specialmente nei confronti della comunità LGBTQ+


Il Punto
2. Di recente in Polonia sono state fatte alcune proposte di legge che hanno come obiettivo principale limitare l’accesso legale all’aborto nel paese. Cosa ne pensi?

Secondo me, se venisse approvata una legge del genere, sarebbe un grosso problema. Anche perché nelle loro intenzioni non sarebbe possibile nemmeno nel caso in cui la salute della madre sia in pericolo. E se la madre muore, muore anche il bambino. 

Già qualche tempo fa hanno tentato di ridurre la legge sull’aborto, proprio per impedire alle giovani ragazze incinte di metterlo in pratica. All’epoca ci sono stati molti scioperi, sia in piazza che sul web, e sono stati costretti a tornare indietro. Ma in generale la motivazione sarebbe che vogliono fermare la pedofilia e rendere le persone più consapevoli. Ma è un approccio completamente sbagliato. Ad esempio, mentre si parla di fermare la pedofilia, si pensa anche di eliminare qualsiasi tipo di educazione sessuale e si discrimina la comunità LGBTQ+. E poi dicono di essere tolleranti.

No, non è vero, non lo sono. Tutto inizia con il bullismo nelle scuole. Conoscevo una ragazza transgender, a scuola da me: una volta, mentre si stava cambiando, le compagne hanno iniziato a prenderla in giro. Poi, due settimane dopo, quando l’ho rivista, aveva un sacco di cicatrici profonde sulle mani e continuava a ripetermi: “non fare quella faccia, non è niente, è normale”. In certi casi fa davvero male. Soprattutto quando non si ha il sostegno delle famiglie e allo stesso tempo non si può uscire di casa e chiedere aiuto ad altri.


Il Punto
3. Pensi che questi nuovi decreti legge – almeno nelle loro intenzioni – possano minare il principio di democrazia e le libertà personali dei cittadini polacchi?

Sì, tuttavia questo resta un grande problema: le riforme vanno a toccare diritti appartenenti a singole parti della popolazione. Noi vorremmo solo scendere in strada e urlare che non siamo d’accordo, che non staremo in silenzio.

Però adesso gli unici a urlare e protestare sono loro. Ci impongono di stare a casa, dicendoci che i problemi a cui pensare sono altri. Con il Coronavirus, il divieto degli assembramenti e la quarantena le più grandi manifestazioni per rivendicare i nostri diritti sono state cancellate. Noi siamo arrabbiati, però la rabbia va repressa, in una situazione difficile come questa. La rabbia allora ha lasciato spazio alla tristezza.

Il governo allora ha iniziato a sfruttare la tristezza trasformandola in paura: sono partite delle “campagne di terrorismo mediatico” per spaventarci. Ogni giorno ci ricordano che la quarantena durerà fino al 2025, che moriremo tutti, che è l’unico e più grande problema.

Noi non possiamo protestare e loro possono fare ciò che vogliono. Perché agiscono così? Come possiamo protestare? Forse vogliono solo farci mettere da parte, rimuoverci; affinché riescano nei loro intenti.


Il Punto
4. Tra le proposte di legge ce ne è una che punta a rimuovere l’educazione sessuale dalle scuole, in modo da, secondo loro, ridurre il numero di ragazze incinte. È vero o no?

Lo fanno per fermare la pedofilia. Il problema è che, come dicono tanti professori, tutto questo porta a una inconsapevolezza diffusa. Molti ragazzi non sanno neanche come si faccia, o quali siano le precauzioni usare.

Adesso però, ora che non possiamo manifestare, abbiamo le mani legate. Possiamo solo firmare petizioni o protestare sui social. Ma questa non è democrazia.


Il Punto
5. Come hai appena detto, potete protestare solo sui social. Come la state vivendo? Siete in grado di esprimere il vostro dissenso?

Il virus è sicuramente un ostacolo: siamo chiusi in casa, spaventati. L’unico strumento che abbiamo è internet. Protestiamo esattamente nello stesso modo in cui partecipiamo a una video lezione. Ma in ogni caso ci proviamo: firmiamo petizioni, appendiamo cartelli alle finestre, postiamo sui social; però sembra tutto inutile. Forse, se fossimo di più e al nostro fianco avessimo più uomini, ci noterebbero. Forse.


Il Punto
6. Pensi che stiano trattando un argomento così complesso in questo periodo a causa del Coronavirus? Stanno cogliendo il momento giusto per parlarne perché le persone sono distratte a causa dell’emergenza?

Sì, lo hanno fatto apposta perché sanno che non possiamo fare niente. Non si può urlare qualcosa e sperare di farsi sentire se si è chiusi tutto il giorno in casa. Stanno cercando di spaventarci sempre di più, dicendoci che stiamo per morire, con le notizie alla televisione e il bilancio dei morti. E in questo momento i politici possono fare quello che vogliono, in certi casi senza neanche mettersi le mascherine.


Il Punto
7. Ritieni che in Polonia la maggioranza della popolazione sia contraria a queste proposte o che le sostenga?

Ci sono tre tipi di persone che rappresentano le tre opinioni principali del paese. Da una parte quelle che condividono questo modo di fare e queste idee; e loro appoggiano il governo. Dall’altra c’è una larga fetta di popolazione che non le supporta e che vorrebbe protestare, nonostante tutto questo. In mezzo, infine, chi non fa niente perché il governo riesce di manipolare il loro pensiero. E questi ultimi sono i più pericolosi.


Il Punto
8. In Polonia, secondo te, al di là delle apparenze, c’è una vera e propria libertà di opinione?

Da quando abbiamo il nuovo presidente della repubblica, Andrzej Duda, non è più la stessa cosa. Sì certo, puoi fare ciò che ti pare: puoi essere gay, in disaccordo, puoi essere trans. Però non si viene trattati equamente. Siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri. Tuttavia hanno deciso di virare ancora di più verso destra; e questo non è un bene.


Il Punto
9. Raccontaci le discriminazioni che in Polonia vengono messe in atto nei confronti della comunità LGBTQ+.

Partiamo dal fatto che la Polonia “vanta” 100 comuni “liberi dalla comunità LGBTQ+”. Non ci vogliono, ci considerano un ammasso di pedofili esibizionisti. Non contiamo nulla, non esistiamo. E allo stesso modo non ci sentono gli altri paesi o l’Unione Europea. 

La nostra nazione ha un’identità religiosa molto forte, quasi più del normale e molte persone trasformano la religione in uno scudo, in un luogo sicuro. E nascosti dietro di essa insultano, minacciano, tormentano. La politica, per raccogliere ancora più consensi, si è schierata dalla loro parte. Anche se in teoria apertamente non hanno ancora fatto niente contro di noi, in pratica hanno tentato di protestare contro il Pride. Lo credono un gioco, perché ai loro occhi siamo solo un ammasso di bestie che sfila per strada con vestiti stravaganti.


Il Punto
10. E tu come ti senti in una situazione del genere?

È una situazione che mi mette veramente a disagio. Io, da adolescente, ho paura per quello che sta succedendo. Quando vedo che non posso uscire, che non posso urlare, che non posso esprimere le mie opinioni, mi sento come se fossi in prigione. Ed è un po’ sbagliato perché le persone come me, di 14, 16 o 17 anni, devono combattere contro un governo che dovrebbe aiutarci ad avere una buona vita. Dobbiamo solo urlare e gridare “Noi non la vogliamo”.

Per esempio, molti miei compagni di classe pensano che le donne non abbiano diritti, che possano fare solo quello che viene loro detto da un uomo, e questo perché sono stati cresciuti così. Ma non solo. Ti insultano, ti chiamano “gay” come se fosse una parolaccia, per loro non vai bene quando sei più femminile delle altre ragazze e nemmeno quando sei più mascolina, sei sempre troppo magro, troppo grande, troppo alto, troppo piccolo. Non va mai bene niente.

E questo è davvero triste se si pensa che molte volte in passato le persone sostenevano di essere tutte uguali, mentre ora, almeno da noi, non è così. Ad esempio, molti giovani che conosco bevono e fumano; e va tutto bene perché il governo non lo vieta. Mentre essere gay è sbagliato. E la cosa peggiore è che queste persone cresceranno un’altra generazione, che continuerà a discriminare come hanno fatto loro.


Il Punto
11. Quindi, questo genere di pregiudizi e pensieri conservatori è comune anche tra adolescenti e giovani?

Sì, purtroppo ci sono un sacco di persone che la pensano così, anche tra i giovani. Da una parte ci sono persone come me, che combattono contro il riscaldamento globale, perché è sbagliato; che dicono che bere non va bene, e che non si dovrebbe fare; che lottano contro l’omofobia, perché fa solo male. E poi ci sono altre persone, che non ci accettano e sostengono che non si può investire in ecologia, che il governo ha tutto sotto controllo. Ma non è vero.


Il Punto
12. Guardi con ottimismo o pessimismo al futuro? Secondo te, chi non si arrende e continua a combattere scendendo in piazza e manifestando prima o poi otterrà qualcosa o no? C’è qualche la possibilità di cambiare e – forse – di migliorare la situazione in Polonia?

Sì, penso che sia possibile. Il mio insegnante in geografia dice sempre che se il governo capisce che i giovani sono contrari a tutto questo, forse abbiamo qualche possibilità di essere ascoltati. Siamo tanti e possiamo fare tanto.

Qualche tempo fa è scoppiata una grande protesta contro un disegno di legge che permetteva ai proprietari terrieri di disboscare migliaia di ettari di foresta senza richiedere alcun tipo di autorizzazione. I giovani e le donne sono andati subito a difendere questi alberi, legandosi anche ai tronchi quando necessario e mettendo a rischio la propria vita per tenerli in vita. Possiamo combattere contro questo governo, ma non serve a molto se una buona parte della popolazione pensa che il riscaldamento globale non sia un problema e, in certi casi, che neanche esista.


Il Punto
13. La Polonia non è l’unico paese al mondo che si trova in una situazione di questo tipo…

Assolutamente no. Secondo me è fondamentale metterci in contatto e unire le nostre battaglie. Nel mio piccolo, ho iniziato a scrivere su Instagram a persone che vivono in altre parti del mondo, a pagine che sostengono la comunità LGBTQ+, a chi è a favore dell’aborto, a chi difende i diritti delle donne. Attraverso i social si possono raggiungere persone fisicamente lontanissime che magari si trovano nella tua stessa condizione. E da qui si può partire per sostenerci a vicenda.

Intervista e traduzione dall’inglese di Davide Lamandini e Leonardo Marino


Il Punto

Il Punto. Un’idea originale di Davide Lamandini. Collaborazione editoriale di Clarice Agostini, Alice Buselli e Francesco Faccioli. In copertina e nell’articolo foto dalle proteste in Polonia.

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