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Le opportunità del digitale – Intervista a Roberto Bondi

Roberto Bondi

Per il ciclo “The school must go on” Iacopo Brini e Emerlinda Osma intervistano Roberto Bondi, coordinatore del Servizio Marconi, il settore dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna dedicato al digitale. In particolare, ci si focalizza sul ruolo che la didattica a distanza sta avendo in questo delicato periodo storico. 

1. Che cos’è il Servizio Marconi e quali sono i suoi obiettivi? 

È un gruppo tecnico di docenti che opera in Emilia-Romagna presso l’ufficio scolastico regionale, uno dei tanti in cui il Ministero si articola sul territorio. Ognuno di essi ha un Direttore Generale, ma non c’è una gerarchia in senso pieno verso le scuole, perché si tratta di un ufficio di coordinamento, che le fa funzionare assegnando loro l’organico e emanando delle direttive. Poi gli istituti sono autonomi nell’organizzazione e nell’esecuzione dei provvedimenti che arrivano. Noi, come ufficio scolastico regionale, abbiamo il Servizio Marconi che fa consulenza, studio, ricerca e formazione nel campo del digitale. È un progetto unico a livello nazionale e funziona dagli anni ‘90 per Bologna e dalla metà degli anni ‘00 a livello regionale; io lo coordino dal 2012.


2. Qual è il ruolo della didattica a distanza in questo preciso periodo storico?

La didattica a distanza è un’opzione necessaria. Senza di essa, in un contesto come quello attuale avremmo dovuto chiudere, in senso assoluto, la scuola. In questa fase è la trasposizione necessaria del discorso organizzativo strutturato, quello che porta avanti la scuola nelle condizioni che l’emergenza Covid-19 impone. Di fatto, è un contesto che si è venuto a rendere necessario per poter proseguire un’attività che credo sia ritenuta da tutti fondamentale. 


3. Quali sono i suoi pro e contro? 

Definire i “pro e contro” di un contesto obbligato lascia un po’ il tempo che trova. Questa didattica a distanza, secondo me, è stata – ed è – un grande successo.  Il 23 di febbraio io ero a Maranello a tenere, quasi per caso, un incontro presso una scuola sul tema “innovazione e tecnologie”. Eravamo lì verso sera, quando è arrivato il decreto di Bonaccini che diceva che la scuola avrebbe chiuso. La prima volta nella storia della Repubblica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il giorno dopo, il 24, mi sono trovato già alcune scuole dell’Emilia-Romagna che sui social e sui canali a disposizione pubblicavano la loro via per la didattica a distanza. Gente che conosco, con la quale ho collaborato. Mi ha fatto piacere e me l’aspettavo. 

Poi, è chiaro, leggo anche tante critiche. I contro sono legati agli elementi intrinseci al sistema “scuola”, legati alla presenza, che con la distanza non si possono minimamente prendere in considerazione. Un ruolo di ammortizzatore di differenze sociali e di contesto che la scuola può fare pienamente solo all’interno del “luogo scuola” e della “comunità scuola”.


4. Recentemente un gruppo di insegnanti di Firenze ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Istruzione dove si dice che “la didattica a distanza è un esperimento fallimentare”. Secondo lei perché?

Quando sento queste campane, penso ai dibattiti sul digitale, alle pubblicazioni e ai libri digitali e a quelli che tirano fuori il buon sapore della carta. La didattica tradizionale, vista come ciclo di lezioni frontali, con uno che parla per ore e ore e valuta con interrogazioni, ha già fatto il suo tempo. A chi vuole la didattica tradizionale dico che bisognerebbe avere qualcosa di diverso, un po’ più in linea con il mondo.

Ora, non ho presente l’articolo che mi citi, ma un gruppo di docenti di Firenze, un po’ di tempo fa, fece un altro proclamo contro la didattica digitale, che è quella che noi vorremmo portare avanti, necessaria alle nuove modalità di insegnamento. Una didattica che ha un coinvolgimento più attivo, con lavori di gruppo, diversa da quella che si vede dai primi del secolo. Non vorrei, ora, addossare all’idea di didattica a distanza quelle che sono esigenze necessarie del nuovo, ma è certo che la distanza è digitale e che il digitale si porta dietro una buona dose di novità. 

Il ritorno in classe lo auspichiamo tutti, magari in forme definite blended, dove il digitale è presente. A tale proposito c’è un gruppo istituzionale al lavoro, coordinato da Patrizio Bianchi – che è stato l’assessore regionale all’Istruzione in Emilia-Romagna fino all’insediamento della nuova giunta – in cui ha un ruolo anche il nostro direttore generale, Stefano Versari: sono una ventina di esperti, soprattutto docenti universitari e di scuola, che stanno lavorando per ottimizzare questa ripartenza. Sicuramente, se le condizioni imporranno il distanziamento, bisognerà studiare delle soluzioni diverse, e pur sperando vivamente di poter riprendere “in presenza”, bisognerà comunque capitalizzare l’esperienza, facendo entrare nella prassi le parti migliori.


5. Secondo lei la Didattica a Distanza viene percepita in maniera diversa a seconda dell’ordine o grado dell’Istituto?

No, viene percepita in maniera diversa da situazione a situazione, non c’entrano gli ordini e in ogni caso dipende da come è svolta. Sono stato invitato a molte lezioni fatte da tanti diversi ordini, per cui non posso dirti che si può generalizzare tra piccoli e grandi. Con le difficoltà della distanza viene fuori la differenza fra una buona didattica, o meglio una didattica “attiva” rispetto a quello che si chiede allo studente, e una didattica tradizionale fatta di ripetizioni, di spiegazioni e di tempi persi.

Differenze dunque ci sono, ma dentro agli ordini: qualcuno è in difficoltà fra i piccoli quando l’approccio è trasmissivo. Mentre per voi dell’università e del liceo, dove l’approccio è prevalentemente frontale-trasmissivo, essere seduti su banchi o gradini o essere seduti a casa cambia relativamente molto meno; per i ragazzi delle elementari e delle medie c’è molta differenza tra essere in presenza e essere a casa, quando la maestra fa fare l’esperimento col vulcano, o altre cose molto divertenti che vanno di questi tempi per insegnare i nessi e stimolare il pensiero computazionale, le chain reaction. Ovviamente per via della distanza costruire queste cose, facendo un lavoro di gruppo e collaborando per arrivare al risultato, non può più essere l’obiettivo, però è una distanza che ti assicuro piace, spesso anche ai genitori che si trovano nell’altra stanza.


6. Parlando proprio di studenti, e più in generale di scuole, com’è il livello di competenza digitale in Emilia Romagna e in Italia?

È difficile a dirsi, specialmente nel momento in cui il discorso “valutazione standardizzata” del nostro mondo (l’ambiente della didattica digitale, NdR.) ha incontrato negli ultimi anni una fortissima opposizione, purtroppo anche a livello ideologico. Per questo motivo gli elementi e i dati necessari per quantificare la competenza digitale, in questo momento, non ci sono: mancano delle formalizzazioni per cui queste competenze possano essere definite e misurate. Detto questo, io vedo una situazione molto variegata, legata soprattutto alla sensibilità dei singoli docenti di fronte a questo tema. Se c’è qualcosa di negativo che si può imputare alla scuola, che emerge anche oggi, è di aver lasciato un po’ troppa libertà agli elementi casuali che dipendono dagli atteggiamenti dei singoli docenti di fronte al tema della didattica digitale.

Noi abbiamo uno strumento normativo, che è il Piano Nazionale Scuola Digitale, del 2015, che dice che tutta la scuola deve farsi carico di questa transizione verso il digitale, di tutto il sistema-paese che è anche il sistema-scuola. Lo sviluppo di competenze digitali è uno degli assi portanti di questa grande azione definita dal Piano, però uno schema come quello del DIGCOMP 2.1 (un framework europeo di valutazione delle competenze digitali, NdR.) per definirle e misurarle non c’è ancora. Per cui ti dico che la situazione non è negativa, ma lascia comunque indietro troppe “sacche”, legate alla mancanza di sensibilità per il tema di molti singoli docenti, in qualche caso maggioritari nell’istituzione scolastica, che fanno sì che questo tema sia relegato in fondo.

Abbiamo indicazioni nazionali che da anni ci dicono che queste competenze sono fondamentali e che vanno statuite e misurate, ma finché nella pagella non figurano voci relative alle “competenze digitali”, si tenderà a focalizzarsi solo su voti nelle singole materie che invece ci sono, valutazioni e esame finale.


7. Invece, relativamente a persone senza i mezzi fisici o la connessione per seguire la didattica a distanza, esistono dei dati nazionali?

Si è iniziato a raccogliere qualcosa già dall’inizio della crisi, a livello ministeriale e anche nostro come Ufficio Scolastico. Stiamo approntando un questionario per fine anno scolastico, non possiamo in questo momento appesantire le scuole con continue richieste di dati e con monitoraggi. E ovviamente entrano in gioco quelle differenze di tipo sociale, legato alle storie, alla cultura in senso lato delle persone, che poi fanno la differenza. I dati li abbiamo a livello istituzionale, a livello di Enti Locali, e ci dicono che l’Emilia-Romagna è molto ben messa grazie in termini di connettività di enti e scuole – grazie a Lepida, ente regionale che ha perseguito e che ha ormai quasi conseguito il suo obiettivo di coprire l’intero territorio regionale.

Per quanto riguarda i computer e i mezzi fisici della DaD, i nostri dati sono quelli dell’ISTAT, e ci dicono che in una buona fetta di case non c’è un computer: un distinguo va fatto però, e va legato alle percezioni e ai consumi delle persone. Generalizzando, la famiglia di un ragazzino che cambia all’anno due paia di Nike che costano duecento euro l’uno, potrebbe forse permettersi tranquillamente un computer. Bisognerebbe interrogarsi sulla cultura digitale, e su come il pubblico in generale, spesso ai livelli più bassi, non percepisca come necessità quella di avere in casa uno strumento tecnologico che non sia un cellulare, anche se qui il discorso si fa molto ampio.

È un vero peccato che chi si oppone alla Didattica Digitale citi come esempi a suo favore questi casi di “impossibilità di connessione”, fra docenti e studenti, che secondo me in molti casi è più legata alla cultura e alle scelte di spesa, che a un vero impedimento. I docenti poi ricevono quest’anno per la quinta volta un bonus personale di cinquecento euro annui, utilizzabile per strumentazioni e formazione, e dunque che un insegnante si lamenti adesso di non avere a casa lo strumento per poter effettuare la DaD mi lascia quantomeno perplesso, e mi viene da pensare che ciò sia dovuto più alle sue scelte di spesa e di investimento che non al suo reddito.


8. Da questi dati si evince che l’Emilia Romagna è molto avanti, ma qual è il divario con le altre regioni?

È stata fatta una misurazione su un certo campione statistico di studenti, all’inizio di questa emergenza e, pur essendo primi come regione, le distanze non erano così abissali: per dire, noi ora facciamo tantissima formazione online, ma abbiamo dovuto reinventare completamente la nostra agenda formativa abituale. Non avendo mai fatto nessun tipo di formazione docenti a distanza, dal 3 di marzo ci siamo ritrovati d’improvviso a organizzare 16 webinar e oltre 400 laboratori, con novemila presenze per i webinar e più di seimila per i laboratori online. C’è gente anche da altre regioni: venivano da noi perché siamo più organizzati e strutturati.

C’è da considerare anche che l’investimento più sostanziale, spesso nella forma dei PON, fondi strutturali europei erogati dal nostro Ministero attraverso un’Agenzia Nazionale: fino al 2015 è andato in maniera quasi totale alle cosiddette “regioni obiettivo”, ovvero le quattro principali regioni del Sud, dopo il 2016 sono andati su tutto il territorio nazionale. Di strumentazioni ce ne sono da tutte le parti, per qualcuno anche in sovrabbondanza. Bisogna utilizzarle bene.

Iacopo BriniEmerlinda Osma


Per approfondire, la presentazione del progetto The school must go on, a cura di Clarice Agostini

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