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I tempi della didattica a distanza – Intervista a Gabriele Benassi

Gabriele Benassi

Per il ciclo “The school must go on” Clarice Agostini e Iacopo Brini intervistano Gabriele Benassi, docente di Italiano presso le scuole Pepoli di Bologna e consulente della Viceministra all’Istruzione Anna Ascani, sul tema della didattica a distanza: la sua diffusione, le problematiche che presenta, il futuro che l’aspetta.


1. Qual è in generale il suo ruolo presso il Ministero e cosa sta facendo in questo momento di emergenza? 

Il mio ruolo rimane quello di un insegnante, ma all’interno delle equipe formative territoriali, ovvero 120 docenti che sono stati selezionati per supportare la formazione e offrire consulenza alle scuole e ai docenti italiani sul Piano Nazionale Scuola Digitale. È un lavoro che, di fatto, facevo anche prima in quanto parte del Servizio Marconi TSI, presso l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna. Siccome è già da diversi anni che sono in questo settore, la viceministra mi ha chiesto se potevo entrare come consulente nel suo staff, proprio in riferimento al segmento dello sviluppo digitale della scuola, quindi della tecnologia e della didattica.


2. Come hanno reagito il Ministero e il mondo scolastico all’inizio dell’emergenza? 

Potremmo dividere la situazione in due fasi. Nella prima fase non c’era ancora una esatta percezione di quello che stava succedendo. Anche se alcune scuole chiudevano già a febbraio, si pensava tutto sommato che la durata potesse essere abbastanza limitata. Nelle settimane successive si è capito che il contagio era molto più radicato, che la situazione era molto più drammatica, e si è arrivati a un lockdown di tutta Italia che ha chiaramente modificato le carte in tavola. In questa seconda fase abbiamo subito notato una grande reazione da parte delle scuole nel proporre modalità di didattica a distanza; una risposta assolutamente imprevedibile e imprevista.

È risultato evidente che le scuole che nei quattro anni precedenti avevano investito in formazione e in risorse rispetto al Piano Nazionale Scuola Digitale – che si erano dotate di piattaforme digitali, che avevano iniziato a utilizzarle con gli alunni, che avevano proposto attività attraverso varie app specifiche – di fatto non si sono trovate assolutamente in difficoltà in questa fase, anzi, hanno riproposto modalità che la maggior parte dei loro docenti e alunni già conosceva. Al contrario, le scuole che nei quattro anni precedente avevano preso il PNSD più alla leggera si sono trovate in pochissimo tempo a strutturare una modalità per raggiungere a distanza gli alunni, quindi a rincorrere. C’è chi l’ha fatto bene, c’è chi lo sta facendo con un po’ più di fatica.

I docenti che erano già sul pezzo sono stati fondamentali per la diffusione delle buone pratiche e per le consulenze. Le scuole in questo periodo si sono scambiate tantissime attività, idee e strumenti; è un aspetto per me molto positivo e assolutamente non scontato il fatto che gli insegnanti siano riusciti a fare rete tra di loro. A volte è impossibile all’interno dello stesso istituto, figuriamoci al di fuori.

Invece, evidentemente, l’emergenza ha fatto sì che tutti gli insegnanti, anche quelli più allergici, capissero che questi strumenti in fondo sono umani e utilizzabili. Fino a quando non hanno toccato la necessità non si sono mossi, una volta che hanno capito che era l’unico modo per fare scuola lo hanno fatto e devo dire anche bene.


3. Com’è stata organizzata la didattica a distanza?

Abbiamo fondamentalmente due modelli di didattica a distanza, spesso intrecciati tra loro: un modello sincrono, la videoconferenza, e un modello asincrono, ovvero gli ambienti digitali in cui è possibile l’interazione docente-alunno, come Classroom o Padlet. Dove questi due modelli si integrano, direi che le cose funzionano molto bene; dove c’è solo la videoconferenza, c’è il rischio di riprodurre la scuola del mattino ordinaria, con il prof che parla e gli alunni che ascoltano: sei ore consecutive di videoconferenza sono qualcosa di impensabile. Ci sono state delle scuole che hanno provato a proporlo, ma il Ministero ha inviato una circolare che lo sconsigliava. All’inizio, inoltre, si assegnavano dei gran compiti, i ragazzi li restituivano e le maestre li correggevano. Anche questa non è una didattica a distanza, è chiaro che serve anche un qualche tipo di interazione, un contatto umano.

È interessante vedere come le scuole abbiano cominciato in buona parte a interrogarsi sulle modalità, sulle metodologie, su come riuscire a tenere il legame di classe anche a distanza, sul tipo di attività da proporre. Per esempio, ci sono scuole che fanno radio, altre che provano a fare ginnastica a distanza. È un po’ un fiorire di tante attività, ed è bello starle a guardare. 


4. Quali possono essere le prospettive per la scuola, sia a breve che a lungo periodo? Ad esempio, cosa si prevede per la fine di questo anno scolastico e per l’inizio del prossimo, oppure per l’esame di stato?

Le previsioni sono tutte legate al discorso epidemiologico. In questo momento le varie ipotesi che si stanno facendo, su tutto il paese e su tutti i settori, possono essere riassunte in tre gradi: un’ipotesi ottimistica, una mediamente pessimistica e una pessimistica. Si spera che l’ipotesi più ottimistica sia quella su cui dovremmo misurarci, ma di fatto non possiamo saperlo.

Sicuramente sappiamo che, secondo il decreto uscito, se entro il 16 maggio non si torna a scuola la maturità sarà a distanza, con un colloquio orale. Ultimamente il Ministro sta valutando l’ipotesi di farlo in presenza: vedremo la situazione dopo l’apertura del 4 maggio e valuteremo se ci sono le possibilità. È chiaro che farlo in presenza sarebbe una garanzia ulteriore per l’esame. Mi immagino un candidato che non sa la domanda a distanza: “Scusi prof, non sento bene, non mi va la connessione”.


 5. E i ragazzi che non dispongono dei mezzi per partecipare alla didattica a distanza?

Sollevi un problema fondamentale. È chiaro che la didattica a distanza è in questo momento l’unica didattica possibile, ma non per questo è la migliore delle didattiche. Sicuramente fa i conti con il digital divide, e in generale favorisce l’emarginazione di una piccola parte di alunni: il ragazzino in contesti familiari particolarmente poveri, anche dal punto di vista culturale; quello con dei bisogni educativi speciali; quello che è appena arrivato in Italia, quindi con una famiglia straniera. Si vanno a colpire le fasce più deboli della popolazione scolastica, e ciò è oggettivamente un grosso problema. Si sta cercando di colmare questo gap con il comodato d’uso di tanti dispositivi che le scuole stanno acquistando e consegnando alle famiglie. Ogni istituto ha fatto una mappatura, e gli insegnanti sanno chi sono gli alunni che hanno bisogno di dispositivi.

Un problema più complesso è invece la connettività: la scuola potrebbe per esempio prendere in comodato d’uso delle SIM dati, ma di fatto se gli studenti dovessero fare videoconferenze tutte le mattine, dopo dieci giorni queste SIM sarebbero già a terra. In generale la connettività è un problema, perché spesso è legata a delle utenze telefoniche.

La famiglia dovrebbe semplicemente fare un altro tipo di contratto, ma è proprio quella famiglia che non ha il background culturale per poterlo fare, e a distanza diventa difficile anche assisterla. Sono tutte problematiche molto specifiche che vanno affrontate una alla volta, famiglia per famiglia, situazione per situazione, e non si può pensare di risolverle con un approccio di sistema del tipo “computer a tutti e siamo a posto”. Sì, il computer sicuramente è importante, ma serve l’accompagnamento, e spesso mancano anche le minime competenze digitali.


6. La didattica a distanza potrebbe davvero sostituire, anche solo in parte, quella reale? 

Bella domanda. Diciamo che la didattica a distanza per alcune discipline e approcci metodologici può avere una sua funzione, anche se più che di didattica a distanza parlerei di blended learning, un sistema misto in cui una parte si svolge in presenza e un’altra a distanza. Già da prima si teorizzavano dinamiche simili, come la flipped classroom. In generale, si cerca di far dimostrare agli studenti di aver assimilato in maniera autonoma i contenuti, fornitigli digitalmente, sapendoli poi utilizzare in relazione ad obiettivi non conosciuti, in classe. Alcune scuole questo lo stavano già facendo, ed è chiaro che in questo senso sono fondamentali le piattaforme e gli ambienti digitali di interazione, e sono molto importanti anche il docente e la metodologia che adotta.

Secondo me è un errore pensare che queste piattaforme debbano essere popolate di contenuti solo dei docenti, quando in realtà sono l’occasione per gli alunni di creare, costruire e approfondire la propria cultura, tramite gli innumerevoli strumenti digitali. Si tratterebbe per loro dell’occasione di restituire ciò che hanno appreso e mostrare ciò che hanno imparato sotto una luce diversa.

È un auspicio dunque che la scuola “del dopo” continui ad utilizzare questi strumenti, che fra l’altro sono molto inclusivi, anche verso chi ha disturbi specifici dell’apprendimento. Sicuramente le competenze digitali dei docenti hanno avuto un insperato quanto repentino incremento, e questo sicuramente inciderà sul lungo termine. Bisogna d’altronde vedere che tipologia di anno scolastico ci aspetta, e anche qui le previsioni sono tre, da quella più ottimistica a quella più pessimistica.


7. Le competenze digitali sono dunque diventate necessarie in questo periodo. C’è quindi un piano per aggiornare la scuola in questo ambito?

Il piano c’è e c’era già, ed era appunto il Piano Nazionale Scuola Digitale, ed era già legge, dalla famosa 107. In questi anni (a ottobre sono cinque) ha prodotto investimenti notevoli, sia in termini di ambienti e dispositivi digitali, sia soprattutto in termini di formazione. Il problema fondamentale è che, non essendo la formazione dei docenti obbligatoria per contratto – e qui vado a toccare un punto su cui molti colleghi sono suscettibili -, alla fine la fa sempre l’insegnante più motivato ad aggiornarsi, e rimane sempre fuori una percentuale significativa di professori che non la seguono e che dunque non imparano ad utilizzare metodologie e strumenti innovativi.

In realtà l’innovazione non dipende solo dagli strumenti; ad esempio, quando PowerPoint venne introdotto all’Università, non fece altro che rendere più noiose e piatte le lezioni. L’innovazione di per sé non è sinonimo di efficacia, e dunque oltre all’uso degli strumenti ciò che importa davvero è la metodologia didattica, vero scoglio per i docenti. Questo si deve anche al fatto che la didattica come la conosciamo noi, quella trasmissiva-frontale, è molto semplice, sistematica e lineare, mentre un approccio diverso e più costruttivista, che stimola l’attivazione delle competenze dello studente, è un po’ più complesso e necessita di formazione, che spesso viene trascurata fin dall’ambiente Universitario; molti professori sono o si sono già formati, molti altri non lo sono per niente, chi per causa dei propri insegnanti universitari, chi per scelta, tuttavia secondo me volenti o nolenti alla fine saremo costretti ad innovare.

La mia prospettiva per settembre è che la scuola che facevamo prima non sarà più possibile e che bisognerà proporre nuove strategie e diverse metodologie. Non potremo fare tutte le ore in presenza, non si potrà stare in ventisei in classe, e dunque delle novità dovranno arrivare per forza. È un peccato che lo si debba fare con le spalle al muro, ma è un po’ un difetto di noi italiani, quello di fare le cose all’ultimo secondo, quando si è costretti. Poi magari ci rialzeremo alla grande, più forti di prima…


8. Cosa ci rimarrà da questa esperienza, nel bene e nel male?

Il momento è veramente… particolare, e penso che nessuno di noi si sarebbe mai sognato di vivere una congiuntura come questa epidemia. Dieci anni fa la Didattica a Distanza sarebbe stata impensabile e irrealizzabile: se stiamo reagendo in questo modo è perché sovrastrutture come cloud e connettività esistevano, già le utilizzavamo e adesso si è capito quanto sono importanti. Diventa sempre più essenziale il cosiddetto “diritto alla connessione”. Se prima, bene o male, la rete era una scelta, credo che questo momento ci stia mostrando come in realtà la connettività sia un diritto e come senza di lei in certi casi non si possa accedere alla scuola, alla cultura, ai servizi; per molti versi è diventato il nostro modo di uscire di casa.

Per me sarà questo il vero cambiamento: la stragrande maggioranza della popolazione maturerà la consapevolezza, e lo Stato dovrà garantire il più possibile a tutti una connessione che funzioni, con tutte le competenze digitali annesse e connesse. Se ci pensiamo, fino ad adesso il discorso della connessione era legato perlopiù ai social, a WhatsApp, Facebook, Instagram e simili, in generale a una dimensione di “evasione”.

D’ora in poi sarà invece chiaro che tutti, anche i non professionisti della tecnologia, hanno bisogno della connessione in quanto canale di accesso alla cultura, alla quotidianità. Ci troviamo sulla soglia di un momento di svolta per la nostra società: la nuova civiltà della rete, che prima destrutturava la nostra consuetudine, ora la sta strutturando e ingenerando.

È questa la vera eredità, la percezione dell’importanza della rete nella vita di tutti noi, come avvenne illo tempore con l’invenzione della stampa: siamo nell’ultima fase della rivoluzione digitale e, come diceva Michel Serres, “non è un mondo per vecchi”.

Clarice AgostiniIacopo Brini

(In copertina Windows da Unsplash)


Per approfondire, la presentazione del progetto The school must go on, a cura di Clarice Agostini

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