Cronaca

Pandemia magistra vitae

Pandemia

Non sono certo il primo a parlare dell’argomento e neppure sarò l’ultimo. Tante cose sono ancora da chiarire, tanti aspetti da sviscerare, tante questioni da far venire a galla. Sta di fatto che il Covid-19 ci sta insegnando un gran numero di principi utili per il futuro. Se per una volta l’uomo si farà guidare dal senso storico piuttosto che dalla ricerca spasmodica del profitto e della crescita illimitata, forse attueremo dei cambiamenti – in meglio – nel modo in cui i popoli si approcciano all’economia, alla politica, alla salute pubblica, al senso di comunità.

Un pericolo chiamato libertà

Cosa sembra presentarsi davanti ai nostri occhi? Una massa informe di individui che ha perso la propria umanità per assurgere all’ideale del consumatore seriale, dell’homo post-sapiens, dell’homo oeconomicus. E l’homo oeconomicus ha due sole funzioni: produrre e consumare. Produrre affinché altri della sua specie possano consumare e consumare affinché altri della sua specie possano continuare a produrre. Poi basta. Del resto, non importa a nessuno, perché il fine è uno e uno solo, cioè il profitto di chi sfrutta la necessità di lavorare per mangiare.

Il profitto è un nirvana che nessun evento esterno deve limitare, per questo chi lo ricerca allo stesso tempo richiede sempre maggiore libertà, sia positiva sia negativa. Libertà positiva di imporre stipendi da fame, di lasciare a casa lavoratrici puerpere, di rilevare mensilmente quote esorbitanti rispetto alla quantità di lavoro svolta. Libertà negativa dalle due autorità che possono ostacolarlo: lo Stato, che impone la tassazione e così la redistribuzione della ricchezza, impone di pagare le pensioni e i periodi di malattia; e i sindacati, che, cercando di mantenere coesi i lavoratori, organizzando scioperi; manifestazioni e contrattazioni, difendono la parte debole del conflitto. Avete capito di chi sto parlando? Esatto, dei padroni.

Uguaglianza formale, disuguaglianza sociale

In che modo hanno ottenuto queste libertà? In modo estremamente facile: i padroni detengono il potere economico e politico, e, al di là delle conquiste del secolo scorso, negli ultimi trent’anni – guarda caso esattamente dopo il crollo del socialismo – lo hanno accresciuto: nel 2012 Federico Rampini pubblica per Laterza un libello intitolato Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale: FALSO, nel quale riporta un dato significativo: l’1% più ricco della popolazione statunitense ha acquisito il 93% della ricchezza prodotta tra il 2010 (anno in cui gli USA sono ufficialmente usciti dalla crisi dei prestiti immobiliari) il 2012.

Sono riusciti ad eliminare ogni traccia di resistenza: gli Stati e le istituzioni sovranazionali del mondo occidentale sono nelle mani dei loro portavoce, i partiti di massa sono stati eliminati, le armi dei sindacati sono state smussate, il dibattito pubblico è stato fatto spostare su questioni effimere, perché si è smesso di dibattere il sistema economico, si è smesso cioè di concentrarsi su quanto di più sociale e politico ci sia. Da qui, cari lettori, sono derivati gran parte dei problemi che adesso affliggono la nostra economia: da qui sono nati l’austerità, la ridicola spesa pubblica che il trattato di Maastricht ci impone, la crisi da cui non siamo ancora usciti, i tagli alla scuola pubblica e alla sanità dovuti all’abbassamento delle imposte sui grandi capitali. Nel frattempo, come abbiamo visto, chi aveva già i soldi ne fa sempre di più.

In guerra contro un nemico invisibile

Poi è arrivato il Coronavirus e non ha fatto altro che stravolgere tutto quello che questi rispettabili signori ci ripetono dai tempi di Reagan e Thatcher. Il virus ci ha spiegato con il sangue che la sanità pubblica dev’essere il titolo di spesa più ricco nel bilancio dello Stato.

In Italia abbiamo, fortunatamente, uno dei sistemi sanitari più efficienti del mondo nonostante decenni di saccheggi, grazie al quale tutti possono curarsi gratuitamente perché è la comunità che paga per il singolo. Tuttavia ci mancano, soprattutto al Sud, posti in rianimazione e in terapia intensiva, ventilatori polmonari, mascherine, tamponi, camici. Il personale sanitario è costretto a turni massacranti e solo grazie all’iniezione di nuove reclute direttamente dai corsi di infermieristica e medicina stiamo riuscendo a sopperire alla mancanza di personale.

Negli scorsi giorni una entusiasmante campagna del Ministero della Salute ha richiesto a medici (ed ex medici) che ancora non erano entrati in servizio di costituire una task-force di 300 elementi pronta a scendere in campo nelle zone più colpite: hanno risposto alla chiamata in 7.923. Il popolo italiano, quello dei balconi e degli ospedali, sicuramente non quello dei passeggiatori sui Navigli e nei rioni, non si è ancora piegato nonostante anni e anni di governi di destra conservatrice (vedi Berlusconi, Monti) e progressista (vedi Letta, Renzi, Gentiloni) che hanno avuto l’unico effetto di smantellare lo Stato sociale.

Pubblico o privato?

Ora davanti a noi si presentano due modelli: quello cinese e quello statunitense. I cinesi hanno a che fare con il virus probabilmente da novembre e hanno cominciato ad occuparsene a gennaio, quando l’epidemia ha raggiunto dimensioni preoccupanti: hanno stabilito sin da subito una quarantena forzata e costruito in poche settimane ospedali da migliaia di posti letto; così in due mesi il numero di contagi si è stabilizzato sulle 80mila unità. Inoltre negli ultimi giorni hanno cominciato a esportare medici e materiale sanitario a tutti i Paesi colpiti maggiormente. Lo stesso Cuba, lo stesso il Venezuela. Cosa hanno in comune questi Paesi? Sono stati forgiati dal popolo per il popolo, hanno cacciato i padroni e hanno costruito sistemi sanitari nazionali pubblici e all’avanguardia.

Gli americani, invece, stanno cominciando ora ad affrontare l’emergenza. Un tampone per il virus arriva a casa con una parcella da 3.200$ e le case farmaceutiche non ne producono abbastanza, tanto che pochi giorni fa un aereo militare cargo ha portato negli USA 500mila tamponi prodotti a Brescia. Gli Stati Uniti hanno quasi esclusivamente un servizio sanitario privato, in base al quale soltanto chi è abbastanza ricco da permettersi una polizza assicurativa totale (e sono veramente pochi, credetemi o cercate dei dati) può accedere a tutte le prestazioni mediche. Nel frattempo i campioni della libertà si dilettano inviando 20mila soldati in Europa per l’operazione Defender Europe 20. Non ho che da augurare loro buona fortuna, credo ne avranno molto bisogno.

Contraddizioni, proprietà, futuro

Per concludere, vorrei riflettere su una questione interna. Il governo ha lasciato aperte le fabbriche fino al 19 marzo nonostante l’emergenza, che rimane una scelta condivisibile per non mandare in rotta l’economia. La situazione è indubbiamente peggiore per le piccole imprese e per le piccole partite IVA, alle quali anche un solo giorno in più di chiusura causa perdite sostanziali. Costoro vanno sostenuti perché sono la spina dorsale della produzione industriale nostrana.

Sul nostro territorio, però, ci sono anche grandi gruppi ai cui vertici si trovano uomini che possono permettersi di perdere i ricavi di diverse settimane di lavoro dei propri dipendenti senza rimetterci granché a livello generale. Eppure sono stati proprio questi ultimi a obbligare i propri lavoratori a passare 40 ore in fabbrica anche la scorsa settimana e a fare consegne di acquisti online, con tutti i rischi di contagio che ciò comporta. Alla faccia dei podisti! L’ordine è stato chiaro: dare la vita per il profitto, quando avrebbero benissimo potuto decurtarsi per un mese i propri stipendi milionari e distribuirli come misera paga agli operai loro sottoposti.

Dobbiamo dunque fare affidamento sulla pietà di questi individui? No, affatto, non otterremo niente. Qui è lo Stato a doversi muovere secondo l’articolo 43 della costituzione, che definisce la proprietà privata espropriabile a fini di utilità generale. Solo attraverso lo Stato, la comunità, il pubblico, il popolo ne verremo fuori. Il coronavirus ha dimostrato che l’individualismo è ormai obsoleto, che solo i tanti possono fronteggiare i problemi e superarli, che l’unità è l’unica cosa che conta. Ricordatevelo anche quando torneremo alle urne.

Tommaso Malpensa


Dopo Pandemia magistra vitae, per approfondire, l’ultima puntata di Mi scusi Professore, di Clarice Agostini:

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