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Cultura

Palma e sangue freddo

Palma Bucarelli

Sono numerose le donne che hanno cambiato il panorama culturale italiano del Novecento: basti pensare a personalità come Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Sibilla Aleramo, Irene Brin e Alda Merini. Una figura, però, è passata alla storia quasi in sordina: si tratta di Palma Bucarelli. Questa straordinaria storica dell’arte italiana, a soli ventitré anni, ricopriva già il ruolo di sovrintendente della Galleria Borghese, mentre a trentuno diventò la prima donna a dirigere un museo pubblico, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

Nel 1944 Palma Bucarelli salvò innumerevoli opere dal saccheggio nazista, nascondendole tra i sotterranei di Castel Sant’Angelo e Palazzo Farnese di Caprarola, mentre negli anni Cinquanta fu la prima (e unica) a portare in Italia mostre su Picasso, Kandinsky, Mondrian e Pollock; negli anni Sessanta acquistò opere di Monet, di Van Gogh, di Degas e Cézanne. Amata e odiata dai suoi contemporanei, la Bucarelli riuscì a farsi strada in un ambiente dove a prevalere erano soprattutto gli uomini. Pur essendo stata protagonista del suo tempo, oggi è quasi del tutto misconosciuta, rimossa da gran parte dell’ambiente artistico.

Palma, una donna anticonformista

Mi piace l’ammirazione che una donna più suscitare negli uomini. Tanto più che gli uomini che mi hanno corteggiata sono stati sempre a mia disposizione. Mai il contrario, non l’avrei sopportato.

Palma Bucarelli

Palma Bucarelli aveva occhi di ghiaccio, il naso aquilino e un’acconciatura alla Greta Garbo. Era considerata una delle donne più belle del suo tempo: curava il suo stile vestendo abiti di alta sartoria e facendosi ritrarre come una diva del cinema da Luxardo e Ghitta Carell.  Fu corteggiata e temuta dagli uomini, ammirata e invidiata dalle donne. Peggy Guggenheim scrisse della sua “grande eleganza”, Irene Brin la definì “eternamente bellissima”; Gattuso e Carlo Levi le dedicarono dipinti, e Marcello Venturoli paragonò il suo viso ai volti femminili di Dürer.

La Bucarelli, dal canto suo, era perfettamente conscia della sua bellezza, ma trovava l’aspetto fisico uno svantaggio in campo professionale, una sorta di arma a doppio taglio. Scrittori, giornalisti, storici e critici d’arte le fecero la corte; nei pettegolezzi divenne l’amante di tutti, ma lei lasciò correre. Tutte le dicerie concorsero a creare il mito che contrapponeva la “regina di quadri” alla “regina di cuori”, il direttore della Galleria Nazionale alla femme fatale che frequenta i salotti più importanti dell’epoca.

Alla creazione del suo personaggio vanno aggiunte anche le sue particolari passioni: lo sport all’aria aperta e l’amore per le macchine, entrambe “non adatte” a una donna del suo tempo.

Palma Bucarelli

Consapevole della sua intelligenza, ella si rifiutò di sottostare all’idea della donna come moglie-madre imposta dal regime. Si fece sempre guidare dalla sua ambizione, dalla sua superbia e, perché no, anche dalla sua vanità.

Va sottolineata anche la sua posizione riguardo la questione femminile. Si batté per la libertà delle donne e per il diritto di voto, sosteneva l’aborto e il divorzio, trovava ridicolo che le donne venissero pagate meno e assurdo che il razionamento delle sigarette fosse riservato solo agli uomini.  Eppure, Palma Bucarelli non si è mai considerata una femminista.

Apparteneva ad una generazione diversa, la stessa di Elsa Morante che si definiva “uno scrittore”.  Le lotte e le proteste in piazza degli anni Settanta non facevano per lei: le trovava eccessive, “prive di grazie” e non riusciva a riconoscersi in “quelle donne che urlano slogan”.

Palma e il regime

Mi convocarono alla Galleria Borghese […] per un incontro che Mussolini aveva fissato con tutti i soprintendenti d’Italia. Io però ero antifascista convinta; sapevo che quell’invito dal capo del governo era un privilegio, ma all’obbligo di indossare […] almeno il distintivo del fascismo, io rifiutai decisamente. Fui l’unica assente in quel convegno.

Palma Bucarelli

Era il 1933 quando Palma Bucarelli decise di non presentarsi all’adunata organizzata da Mussolini. Più avanti, dopo lo scoppio della guerra, riaffermò quella presa di posizione portando avanti un’azione di propaganda antifascista e antinazista insieme a Paolo Monelli, Vittorio Gorresio e Mario Missiroli (direttore del Messaggero). Stampavano volantini per poi distribuirli di notte, dove potevano.

Gli anni della guerra furono sicuramente i più cupi della sua vita. Il ministero non rinnovava gli stipendi ai soprintendenti che avevano rifiutato di obbedire alla RSI e nel 1944 iniziò a circolare una lista nera che racchiudeva i nomi degli intellettuali (tutti amici di Palma) che si erano opposti all’occupazione nazista.

Ma anche in queste occasioni lei non dimenticò il suo ruolo di direttore della Galleria Nazionale: già tra il 1941 e il 1943 aveva trasferito alcune opere a Palazzo Farnese per salvarle dai bombardamenti; nel 1944 le fece spostare nei sotterranei di Castel Sant’Angelo per proteggerle dalle razzie dei tedeschi e degli Alleati. Durante questo periodo fece più volte avanti e indietro tra la capitale e la campagna romana: lei stessa, anni dopo, descriverà il continuo andirivieni come una follia. Ma fu proprio grazie alla sua missione di salvataggio che si conquistò l’appellativo di “Palma e sangue freddo”, coniatole dall’amico Renato Mazzacurati.

Palma Bucarelli ritratta nel suo studio.
Palma Bucarelli ritratta nel suo studio.

“La galleria sono io”: lascito ed eredità di Palma Bucarelli

Dopo la guerra la Bucarelli reinventò definitivamente la Galleria.  Riportò le opere nella loro sede principale e riorganizzò le sale portando il numero da venti a trenta (nel 1975, alla fine del suo mandato, saranno circa 60). Instaurò rapporti con critici, artisti e mercanti d’arte fuori dall’ambiente romani; con una disposizione di 300 milioni di lire comprò quadri di Monet, di Van Gogh, di Cézanne, di Degas, di Modigliani e di Kandinsky. L’acquisto fu sottoposto al vaglio di un’interrogazione parlamentare perché le scelte prediligevano artisti internazionali, penalizzando autori italiani. Si gridò allo scandalo anche quando la Bucarelli portò nella Galleria opere di Burri e Manzoni, ritenute di poco valore artistico e morale. 

È evidente che la vita di Palma tra gli anni Cinquanta e Sessanta sia strettamente connessa alla biografia della Galleria Nazionale. È noto che arrivò persino ad occupare l’appartamento dell’ala destra e, durante le mostre, dormì spesso su una brandina nel corridoio degli astrattisti.  Quando poi, nel 1975, il suo mandato terminò e fu mandata in pensione ebbe un crollo nervoso. Anche dopo essersi trasferita, continuò a frequentare la Galleria e a comportarsi come se fosse ancora il direttore.  I sovrintendenti dell’epoca scrivono che Palma trattava le opere “come se fossero di sua proprietà” e i nuovi direttori come “intrusi a casa sua”.

Nello stesso tempo iniziò, lentamente, ad allontanarsi dalla vita pubblica, dagli amici di sempre. Si circondò di poche persone, per lo più parenti e giovani autori, che le rimasero accanto fino alla fine dei suoi giorni. Si spense nel luglio del 1998 e il suo funerale fu celebrato nella chiesa di Santa Maria del Popolo, intorno ai capolavori di Caravaggio e Annibale Carracci.

Nel suo testamento scrive di voler regalare 58 opere della sua collezione privata alla Galleria: si tratta del cosiddetto Legato Bucarelli, contraddistinto ancora oggi da una piccola palma sul cartellino delle didascalie. Una vita intera, dunque, dedicata all’arte e alla “sua” Galleria.

Emerlinda Osma

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