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Piccola lettera alla società

Piccola lettera alla società

Cara società,

Dammi solo un secondo per asciugare le lacrime. No, non preoccuparti: ci sono abituato, ormai. Ormai piango solo dimostrare che mi fa ancora male, che mi ferisce ancora. È quasi un’abitudine. Perché, cara società, mi dici sempre che sono testardo, sbagliato, alto, troppo alto, troppo sbagliato, troppo testardo, troppo finocchio, troppo effeminato, troppo stronzo, troppo, troppo, troppo.

Non mi dovrei stupire: in fondo le persone che ti compongono sono fatte così: non dicono mai una cosa carina, e poi ti fanno sentire di merda ogni cinque minuti; oggi tocchi il cielo, domani giù nel cesso.

Questo è il risultato di tutto quell’odio vomitato di continuo sui social o per strada, quasi fosse un bisogno, una necessità. Continuo ancora a chiedermi, società, cosa ti spinga a farlo, cosa ti spinga a scrivere; perché hai sempre questo bisogno di sottolineare i difetti di una persona, di evidenziare le sue diversità. Per gioco, mi dici: questa è la scusa dietro cui ti nascondi. Un gioco, tra l’altro, fatto di odio, violenza e paura; come se fossero cose su cui poter giocare.

Io ti conosco bene. Tu sei quella società che si indigna quando deve difendere la vita di una ragazza negando l’eutanasia, però se è lesbica allora deve morire; non muove un dito se gli anziani vengono picchiati nelle case di riposo; non difende gli immigrati – se vengono menati tanto meglio! –, relega le donne in casa, alimenta le guerre e poi si lamenta dei clandestini, si indigna per i tortellini al pollo e ignora il riscaldamento globale: questa è l’Italia del 2020. Siamo nel XXI secolo, ma due uomini che si baciano fanno ancora più scalpore di una donna che viene accoltellata in una lite domestica.

Vuoi che ti faccia un esempio più specifico? Allora parliamo della figura del marito, anzi del Marito, apoteosi della perfezione: egli rientra a pieno diritto nella categoria premiata dalla società ‒ quella del maschio bianco, etero, virile, in salute e con un un’occupazione ‒. Ma il Marito porta con sé moltissimi altri stereotipi: deve essere un tifoso, un impiegato, quello che porta i soldi a casa, dominante, con figli. Eppure, è sempre lui che si vergogna e che allontana suo figlio perché gay.

E qui, carissima società, tocchiamo un altro tasto dolente. Perché nessuna persona etero sa cosa significhi avere paura di dire cosa ama oppure avere paura di baciarsi in pubblico. Allo stesso modo, un uomo non sa cosa significhi essere discriminanti perché si è donne. Questo succede, io l’ho sperimentato sulla mia pelle: insieme al coming out sono arrivati insulti come frocio, finocchio. Quando poi ho avuto il mio primo ragazzo, questo è stato il commento di mia madre: “Sappi che te ne devi vergognare”.

Vergogna, odio, paura: questo è il nostro pane quotidiano. Nutri tutti questi sentimenti con il terrore del diverso, basando la tua falsa propaganda sull’ignoranza. E anche qui, società, sei in fallo: tu non usi mai esporti troppo dicendo la tua opinione. No, preferisci usare quella sottile ostilità repressa, mista ad una punta d’odio e indifferenza, in grado di far sentire le persone sbagliate senza dare aria alla bocca, facendolo intendere coi segni.

Io sono stanco, stanco di tutto questo: di gente che odia senza motivo; che si deve “liberare” di stranieri, lesbiche, omosessuali, anziani, ebrei; che si vuole liberare di persone. Liberarsi di persone? Come si fa?  Come si può dire che “dovrebbero morire” senza sentirsi più che disumani?

La risposta sta nella parola troppo: gli immigrati sono troppi, gli anziani ci costano troppo, i gay aumentano troppo. Questi tuoi comportamenti di riversano sul nostro quotidiano: “non puoi mettertelo perché è troppo scollato, è troppo per un maschio”. Per non parlare poi di questa abitudine di dover chiedere, di dover dire, di sottolineare, lapidare ed etichettare a voce alta.

Cara società, grazie per avermi ascoltato mentre mi asciugavo le lacrime. Grazie per aver ascoltato il mio sfogo; ringrazio anche se so che non sarà servito e che tu non cambierai mai. Oggi è così: ci si arrabbia per 10 minuti e poi tutto svanisce. Da ultimo vorrei ringraziare i governi passati, perché sono loro che ti hanno ridotto di male in peggio, e quello attuale che fa leggi su che nome dare al latte di soia mentre blocca quelle contro l’odio. 

Finisco riprendendo il discorso della senatrice a vita Liliana Segre: “Io vidi una bambina disegnare una farfalla gialla che volava sopra i fili spinati”. Oggi la farfalla sta morendo. Si stanno alzando i fili spinati, forse la farfalla rimarrà incastrata. Oggi diminuiscono le farfalle e crescono i fili.

Leonardo Marino


Articolo originariamente pubblicato su @claxon minghetti nel numero di marzo 2020.

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