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Il giorno dopo il Giorno della Memoria

Il giorno dopo il Giorno della Memoria

Anche quest’anno si è conclusa la triste liturgia della Memoria. Le istituzioni hanno immancabilmente reso omaggio, la politica ha espresso solidarietà e partecipazione, i sopravvissuti, sballottati tra un impegno e l’altro, hanno testimoniato. Nelle scuole i ragazzi hanno visto con i loro occhi, ascoltato con le loro orecchie; qualcuno ha anche organizzato una mostra fotografica, una manifestazione in piazza. L’uomo sa essere davvero ridicolo, a volte.

Questa generazione

Parlo a ragion veduta. Ditemi cosa rimane il giorno dopo di queste lacrime abusate, di questa teoria di cadaveri, fotografie, forni e cifre raggelanti. Ve lo dico io: nulla. Se la Memoria di ieri ha spesso fatto da pretesto ideologico per rivendicazioni arbitrarie, la memoria di oggi si è trasformata in un bene di consumo. E così, una volta all’anno, ci sediamo al banchetto dell’Olocausto, abbuffandoci di ogni mostruosità che regali una parvenza di commozione. Ma il giorno dopo, sazi di orrore, il ricordo già è spento: già vaghiamo alla ricerca di un altro brivido, di un’esperienza più forte, di una nuova tavola da saccheggiare.

Io ho visto i ragazzi di questa generazione. Non li capisco, è vero, ma li conosco sin troppo bene. E posso dirvi con certezza che, di fronte al ricordo della Shoah, i più rimangono inorriditi, qualcuno è colpito, quasi nessuno si commuove. Domani questi giovani uomini, che di fianco a me – e lo credo davvero – siedono con sincero spirito di partecipazione, saranno gli stessi di prima: nulla sarà smosso in loro, ogni tentativo è vano.

L’uomo non ama la Memoria

La colpa, però, non è loro. La verità è che l’uomo non ama la memoria; ricordare è un meccanismo complicato e fallace, fazioso, soggetto alle ingiurie del tempo. E oggigiorno, quando qualcosa non funziona, è molto più conveniente disfarsene. Ecco allora che il destino della memoria è la soffitta, o piuttosto il dimenticatoio. Ci vorranno centinaia di anni, forse un millennio; ma non illudiamoci. Alla fine i soli testimoni saranno la leggerezza del vento, l’inconsistenza della polvere.

Nonostante tutto, migliaia di associazioni nel mondo si battono per tenere accesa la memoria dell’Olocausto. Questi tentativi di conservazione oscillano tra l’amara comicità di Don Chisciotte e l’eroismo tragico con cui Prometeo si oppone ai decreti di Zeus. Ammirevoli, sì; ma inutili. Perché gli unici nostri maestri siamo noi stessi – e siamo pessimi studenti. Sapremo dimenticare, lo abbiamo già fatto. 

Una storia che (non) si ripete

Nietzsche sbagliava a dire che la storia si ripete: nient’affatto (anche se si tratterebbe di una rassicurante verità). La circolarità della storia implicherebbe un circuito chiuso, un andamento regolare, un senso. Ma la storia non è maestra: è solo una fotografia di centinaia di attimi diversi, cui noi attribuiamo un significato, vuoi per nostalgia, vuoi per paura della morte. E l’uomo, preso per come esso è veramente – cioè una cosa meschina – , davvero non è all’altezza della storia, davvero non merita che la memoria lo sfiori. E del resto, se un essere umano è capace di tradire, se è capace di mangiare dall’albero della conoscenza, se può anche soltanto pensare lo sterminio della sua stessa specie, come possiamo stupirci? Bisognerebbe chiedersi piuttosto come abbia fatto a non annientarsi per così lungo tempo.

Anche quest’anno la catarsi ha imposto la sua benedizione sulle nostre coscienze. Mi auguro comunque, per quel che vale, che la giornata di ieri sia stata davvero feconda: fingo di credere che il male dimori fuori dall’uomo e che il presente ne abbia eliminato gran parte; ma non faccio che prendermi in giro. Il male non è fuori di noi, ma dentro. Noi siamo gli assassini della memoria perché le rimaniamo indifferenti.

Francesco Faccioli

(Foto di copertina di Jean Carlo Emer per Unsplash)

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