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Politica

La strategia di Trump – Dalla Corea all’Iran

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Il 2020 si è aperto con un atto carico di conseguenze: un tweet alle 3 del mattino, ora italiana. Una bandiera a stelle e strisce, pubblicata sul profilo di Donald Trump, anticipa di appena quindici minuti quanto comunicato ufficialmente dal governo statunitense: Qassem Soleimani è stato ucciso. Pur dichiarando di non volere un conflitto, con questo gesto, interpretato dalle autorità iraniane come un vero e proprio atto di guerra, Trump sembra ricorrere alla sua nota attitudine provocatoria andando oltre le minacce.

Trump e la strategia della tensione

Le competenze del presidente americano in fatto di relazioni internazionali non sono brillanti, e la serie di provocazioni lanciate in Medio Oriente durante il suo mandato fanno pensare ad una strategia comune nella sua politica estera, che ha come unico fine (apparente) convincere gli elettori statunitensi. Il modo migliore per capire questo metodo è con un esempio: prendiamo le recentissime tensioni con l’Estremo Oriente e, in particolare, con la Corea del Nord.

La stretta di mano tra Donald Trump e Kim Jong-Un al confine tra Corea del Nord e Corea del Sud, ad esempio, è un’immagine che entrerà nella storia. Si tratta però di un’illusoria vittoria diplomatica, in grado di esaltare solo chi ha una memoria troppo corta. Le tensioni tra USA e Corea del Nord sono iniziate nel 2017 e, tra minacce di attacchi missilistici, di cui qualcuno poi realizzato, sanzioni e brevi summit, nel 2019, dopo un incontro inconcludente a febbraio sulla denuclearizzazione della Corea del Nord, il mondo ha esultato di fronte al gesto dei due leader.

Trump usciva da quell’evento con la promessa di riprendere i negoziati, ma di fatto il regime ha ancora oggi la bomba atomica – a differenza dell’Iran – e, venticinque giorni dopo l’incontro, la Corea del Nord lanciava due missili, finiti nel Mar di Giappone. Esaminando l’evoluzione dei rapporti  tra Corea e USA emergono le fasi della strategia: in primis la tensione aumenta, arrivando fino a punti estremi in cui un conflitto sembra essere inevitabile; in seguito arriva una vittoria diplomatica che distende i rapporti, rassicura le masse e fa sembrare Trump un grande interlocutore con l’estero. Eppure di fatto non cambia nulla.

Il paradosso di Wall Street

L’incertezza politica che Trump ha dimostrato in questi anni in questioni estere pare abbia avuto un buon effetto sui mercati di Wall Street: tre anni di tensione con la Corea e di dazi contro la Cina hanno fatto guadagnare, rispettivamente, il 20% e il 19.8% in più alla borsa statunitense. Dall’uccisione di Suleimani al discorso del presidente in diretta televisiva sono già stati raggiunti record storici in ambito economico.

La spiegazione a questo fenomeno ha del subdolo, soprattutto se si pensa che c’è una sorta di apatia nei confronti dell’instabilità politica: in sintesi, tempi incerti inducono i risparmiatori a togliere i fondi dalle azioni per evitare che questi si svalutino in caso di crisi; a questo punto soggetti istituzionali acquistano le stesse azioni, che poi rimetteranno sul mercato. Le società quotate in Borsa riacquistano quindi le azioni che hanno emesso (in gergo buy back). Si tratta di una mossa poco pulita ma vincente, dato che in tre anni il cannibalismo finanziario ha fruttato 2mila miliardi – sintomo di un sistema che vede di buon occhio l’imprudenza di Trump.

Panem et circenses

L’uccisione di Suleimani è solo il primo atto di una campagna elettorale che nei prossimi trecento giorni ci accompagnerà verso il voto del 3 novembre 2020; le elezioni presidenziali statunitensi sono l’evento dell’anno, e Trump non ha intenzione di perdere.

Per questo l’attacco all’Iran, in grado di far nascere timori per un futuro conflitto, ma anche di far risorgere il tipico patriottismo a stelle e strisce, è un ottimo strumento per far dimenticare agli elettori la procedura di impeachment a carico del presidente, e dar loro un nuovo nemico di cui occuparsi. La strategia però potrebbe anche fallire, qualora i cittadini americani non si facessero ingannare e non perdessero l’interesse per le reali questioni critiche: il problema della sanità, dell’istruzione pubblica, la questione salariale, il Green New Deal e l’immigrazione.

Il poeta latino Giovenale scriveva che il popolo desidera solo “panem et circenses”, ovvero pane e giochi circensi, sintetizzando le due necessità fondamentali dell’uomo: la pancia piena e le distrazioni. Ci si chiede se questa volta i gli elettori d’oltreoceano daranno più ascolto alla ragione, o se invece si faranno guidare dall’istinto

Parlare di guerra nel 2020

I timori di un possibile conflitto in larga scala hanno un fondo di verità, nonostante il generale scetticismo con cui i social hanno affrontato la questione tra meme e indignati. Trump sta utilizzando una strategia che ha funzionato in Estremo Oriente: non è detto che riesca anche in Iran. Bisogna infatti tenere conto dei parametri dell’ipotetico conflitto, che non sarebbe soltanto militare, ma anche economico e tecnologico. 

L’equilibrio democratico su cui si regge l’Occidente è fragile: già in passato è stato messo in crisi dalla scelleratezza di piccoli uomini. Non dobbiamo permettere che accada di nuovo: serve una forte alternativa a chi gioca col potere, una presa di posizione da parte delle istituzioni, una coscienza comune che spinga la classe dirigente. Trump sembra aver capito bene il messaggio di Giovenale. Mi auguro che gli statunitensi ne siano coscienti, perché il loro voto possa essere consapevole e in linea con le loro reali esigenze. Un errore commesso due volte non è un errore, ma una scelta.

Sofia Bettari

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