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Da oggi un po’ più liberi

Liberi

È la notte del 13 giugno 2014. Fabiano Antoniani, per professione e passione conosciuto come Dj Fabo, in macchina di ritorno da un djset, si china per raccogliere il cellulare caduto a terra. Il gesto lo fa distrarre, l’auto sbanda, si scontra con un’altra vettura proveniente dal lato opposto della carreggiata e il corpo dell’uomo viene violentemente sbalzato fuori dall’abitacolo. Ha inizio così un calvario di quasi tre anni in cui si ritrova – cieco e tetraplegico – “immerso in una notte senza fine”, con l’unico desiderio di morire.

Il fatto non sussiste

Ignorato persino dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si fa carico di questo suo desiderio Marco Cappato, promotore della campagna Eutanasia Legale, membro dell’Associazione Luca Coscioni e storico leader dei Radicali.

Nel febbraio 2017 è Cappato ad accompagnare DJ Fabo nella clinica svizzera dell’associazione Dignitas per praticare il suicidio assistito ed è sempre lui a dare, successivamente, la notizia della morte del ragazzo. Una volta rientrato in Italia, Marco Cappato si autodenuncia per il reato di cui all’art. 580 del codice penale, l’aiuto al suicidio, per il quale si rischiano dai 5 ai 12 anni di reclusione.

Nel 2018, la PM Tiziana Siciliano solleva la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio e pertanto il tribunale di Milano rinvia il caso alla Corte Costituzionale; che però ad ottobre sospende la decisione fino al settembre 2019 per dare tempo al Parlamento di legiferare in merito, creando una “appropriata disciplina” sul suicidio assistito.

Entro il 24 settembre comunque il Parlamento non ha ancora legiferato ma la Corte Costituzionale si esprime con un dispositivo secondo cui chi aiuta alla pratica del suicidio non è punibile ai sensi dell’art. 580, in determinate condizioni. Le motivazioni, consegnano alla Corte di Assise l’ultima parola: il 23 dicembre 2019 Marco Cappato è innocente, il fatto non sussiste. Dj Fabo “è stato libero di scegliere di morire con dignità”, queste le parole della PM Siciliano.

Morire con dignità

La morte è un momento della vita molto difficile da amministrare a livello giuridico e, pur essendo sorta la necessità da diverso tempo di parlare di eutanasia, in Italia – dove il divieto alla pratica del suicidio assistito è sempre stato un solido pilastro – è in corso da diversi anni una battaglia su un campo delicato.

Non si tratta interamente di bigottismo o influenza religiosa, dal punto di vista giuridico, il tema del diritto alla morte si imbatte in diversi cavilli presenti ad esempio nella stessa Costituzione, come il diritto alla salute (articolo 32) che comprende allo stesso tempo anche il diritto al rifiuto delle cure e il rispetto del senso di “umanità” o il rispetto dell’eguaglianza di trattamento (articolo 3).

In questo ambito, fondamentale risulta la pronuncia della Corte di Cassazione per il caso di Eluana Englaro che, rimasta vittima di un incidente stradale a vent’anni, visse i successivi 17 in stato vegetativo mentre i genitori combattevano per ottenere il diritto alla morte della figlia.

Il fine vita ad oggi

Nel 2007 in questo contesto, la Corte di Cassazione si pronunciò così riferendosi alla trattazione dell’articolo 32: «Come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire».

In riferimento a questa pronuncia si ottenne nel 2017 la legge 219 in grado di introdurre passi in avanti per il fine vita come la possibilità per i soggetti maggiorenni capaci di intendere e di volere di esprimere le proprie volontà sui trattamenti sanitari (tra cui compare anche la nutrizione grazie alla pronuncia citata), in caso di un’impossibilità futura di autodeterminazione. La legge garantisce anche la possibilità, in caso di particolari patologie, di una pianificazione delle cure condivisa fra medico e paziente; inoltre prevede la possibilità di redigere un testamento biologico e di poter beneficiare dell’erogazione delle cure palliative.

Rimane l’articolo 580 del codice penale che risulta plasmato dal caso di Dj Fabo, escludendo la punibilità del reato nei casi specifici in cui la persona agevolata sia affetta da patologie irreversibili, fonte di sofferenze psicologiche o fisiche intollerabili, sia tenuta in vita per mezzo di trattamenti di sostegno vitale ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Sul fine vita in Italia c’è ancora molto da definire ma questi passi in avanti sono stati ottenuti principalmente grazie all’interesse attivo, alla lotta condotta nei confronti di norme in grado di tutelare solo parzialmente e, come nel caso di Cappato, anche tramite la disobbedienza.

Disubbidire

“L’obbedienza non è più una virtù” scriveva Don Milani nel 1965; anche se uno dei primi testi ad opporre alla tirannia il potere effettivo del cittadino risale al 1550, nel 1849 Henry David Thoreau, con un saggio che ispirò poi Gandhi, fu l’autore della prima pubblicazione sulla disobbedienza civile: una forma di lotta politica che prevede la violazione pubblica e consapevole di una precisa legge giudicata ingiusta.

Tale violazione prevede naturalmente un accertamento in sede penale che renda evidenti e pubbliche le falle presenti nel sistema giudiziario o eventuali ingiustizie relative al reato. Ad avvalersi di questo tipo di lotta politica sono stati spesso interi gruppi o singoli impegnati nella denuncia delle specifiche norme, al fine di modificare le leggi ritenute scorrette. Sostenendo che talvolta l’obiezione di coscienza del singolo sia più potente della ragion di Stato, che come prodotto dell’uomo ha limiti e può accogliere errori, Howard Zinn – fautore e analista del fenomeno – mostrò come la maggior parte dei diritti civili statunitensi siano stati ottenuti tramite l’atto di disobbedienza civile o la sensibilizzazione da questa derivata.

Conoscere per deliberare

In Italia, questa forma di lotta politica è nota soprattutto tra i Radicali di cui sono massimi esponenti Emma Bonino e Marco Pannella in particolare per il diritto all’aborto e l’antiproibizionismo. Chiaramente, a primo impatto la disobbedienza civile può sembrare un genere di lotta politica poco efficace e incline alla delinquenza in quanto si basa sulla violazione di norme di legge. Il rischio esiste ma delinquenza e disobbedienza civile sono due cose opposte: tramite quest’ultima si cerca di palesare un errore all’interno del sistema dei diritti al fine di migliorarlo, attraverso gesti estremi che nessuno può ignorare, nemmeno lo Stato.

Il principio chiave è “Conoscere per deliberare” ed è tramite la piena competenza che diventa lecita la disobbedienza civile, simbolo di partecipazione attiva alla vita civile e politica. La completa assoluzione e la disobbedienza civile di Cappato, sono una grande eredità per il 2020, verso una giustizia in grado di tutelare completamente i cittadini e verso una totale consapevolezza del proprio potere come coscienza di uno Stato.

Sofia Bettari

(In copertina Marco Cappato da tgcom24.mediaset.it)

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