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Il Punto

Nessun uomo è un’isola

Isola

Nessuno di noi può vivere chiuso in se stesso. Siamo sempre porti aperti, in attesa che una nave attracchi, quartieri di grandi metropoli affacciate sul futuro, non isole solitarie perse nell’oceano. Perché la nostra stessa vita dipende dalla vita di tutti gli altri esseri umani, come se fossimo un tutt’uno e non tanti piccoli individui separati. Lo ha scritto anche John Donne, poeta celebre per Nessun uomo è un’isola, un autore del Seicento che a sorpresa si fa cantore del nostro tempo e delle nostre contraddizioni come solo la grande poesia può fare.

I suoi testi non si limitano a mettere in luce queste contraddizioni, ma le amplificano, fanno da cassa di risonanza per mostrarle al mondo, lacerano la ferita e la trasformano in un baratro esistenziale. E ci fanno capire che un’isola è solo un fragile lembo di terra circondato dal mare. È un luogo chiuso, dove si può arrivare solo in nave e da dove soltanto in nave si può fuggire. È un rifugio e allo stesso tempo una prigione. Sembra terribile, raccontato così; eppure un’isola in certi casi può diventare anche una scelta, volontaria o dettata dalla società.

Preparatevi dunque a compiere questo viaggio e raccogliete tutto il necessario: riempite la valigia di vestiti pesanti e di abiti leggeri, munitevi di crema da sole e di giacca da neve, mettete nello zaino un libro di avventure da leggere davanti al camino in un rifugio di alta montagna isolato dal mondo conosciuto, e per sicurezza portatevi dietro anche una macchina fotografica per cogliere un tramonto meraviglioso che tingerà di rosso il mare e un taccuino per segnare le vostre esperienze e non lasciare che il tempo ve le cancelli per sempre dalla memoria. Una volta che tutto sarà pronto, non resterà che augurarvi un buon viaggio in questo bellissimo ignoto.


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Punti di vista

“Ero letteralmente terrorizzato al solo pensiero di uscire di casa”, racconta il giovane Alessandro in una bella intervista realizzata da Angela Altomare per Vanity Fair. Immaginatevelo come volete, Alessandro sarà tutti noi, e da lui prenderà le mosse il nostro percorso. Il copione della sua storia non è molto diverso da tante altre riguardanti i ragazzi che vengono definiti hikikomori: tutto è iniziato in uno dei periodi di maggiore cambiamento per la vita di un ragazzo, quello che in genere corrisponde alle scuole medie; più precisamente, nel suo caso, all’estate tra il secondo e il terzo anno. Un momento complesso, in cui si è travolti da grandi cambiamenti, in cui si inizia davvero a uscire dal proprio guscio – chi in modo naturale; chi, invece, in modo traumatico – e in cui ci si scontra per la prima volta con la realtà.

Gli amici, le ragazze, un profondo mutamento esteriore e un’altrettanto forte evoluzione interiore, le pressioni sociali e le relazioni interpersonali, la famiglia e la scuola. Tutto improvvisamente sembra nuovo, diverso, il mondo stesso diventa più buio e inospitale. Il percorso che si intraprende in questi anni che si compie nei successivi cinque o sei ci porta a “diventare grandi”, a trovare una dimensione in cui sentirsi a proprio agio anche fuori dal porto sicuro, con il fardello di doveri e responsabilità che comporta l’essere adulti. È questo che è mancato ad Alessandro in quel periodo, e tra la sua persona e il resto del mondo ha iniziato a formarsi un muro. Prima invisibile, poi sempre più tangibile.

“Era come se avessi la sensazione di essere osservato e di essere sempre costantemente giudicato dagli altri”. Quello degli amici, dei conoscenti e degli estranei diventa un giudizio spietato, troppo difficile da affrontare, dal quale in certi casi sembra che la soluzione più semplice sia fuggire e basta. Alessandro inizia così a uscire sempre meno di casa e a sentirsi sempre più a disagio quando per una ragione o per l’altra è costretto a farlo, salta la scuola a causa di continui mal di testa e mal di pancia – “tutta una questione psicologica”, dicono i medici – , mentre in famiglia scoppiano frequenti litigi con i genitori, che la vedono solo come una scusa per non andare a lezione.

Ma la vera paura di Alessandro, il suo terrore – quello che nessuno di chi gli stava intorno riesce a capire – è uscire di casa. Giorno dopo giorno, si costruisce un rifugio personale dove stare lontano dai giudizi degli altri e dove essere se stesso senza indossare alcuna maschera. Con il tempo la camera diventa il suo regno, privato ed esclusivo, dove solo lui può entrare. “Di giorno dormivo e di notte giocavo”; il semplice sovvertimento del naturale corso della vita implica un rifiuto netto delle convenzioni sociali in cui siamo immersi. Mentre il mondo fuori va avanti e si evolve, Alessandro rimane sempre se stesso, senza avere la forza di diventare un adulto, chiuso in una comfort zone che da semplice rifugio ormai si è fatto prigione, senza quasi che se ne accorgesse. E intorno regna il silenzio.


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Punti critici

Sono sempre di più le persone – giovani soprattutto – che si isolano nel silenzio della propria camera per non avere contatti con l’esterno. Alessandro è solo uno dei tanti, uno di quelli che ne sono usciti e che adesso possono parlare di questa esperienza al passato. Il termine con cui al giorno d’oggi vengono comunemente identificati è “hikikomori”, parola giapponese che significa “stare in disparte” utilizzata soltanto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Il nome non ha impiegato molto tempo ad affermarsi anche nel resto del mondo, dove oggi si contano milioni di casi legati a quella che viene definita “sindrome di hikikomori”.

Le ragioni del fenomeno – per quanto riguarda l’Italia, almeno – vanno ricercate nella struttura stessa delle società economicamente più avanzate, dove l’alto grado di competitività insegnato fin dai primi anni delle elementari può condizionare anche in modo traumatico la vita dei più giovani. La pressione sociale impone agli individui di andare bene a scuola, di frequentare una buona università e di intraprendere una veloce carriera nel mondo del lavoro, di non lasciare troppo tardi la casa dei genitori e più avanti anche di costruire una famiglia. L’insieme di questi stimoli e aspettative genera ansia, timore causato dalla paura di fallire, attacchi di panico e crisi d’identità, sconforto diffuso e bassa autostima, che come macigni premono sulle spalle dei ragazzi – ancora troppo giovani per poterne sostenere il peso – e che certe volte, troppe volte, li schiacciano.

Tutti questi esempi non sono tanto sintomi di quella che può diventare effettivamente auto-reclusione, ma piuttosto, insieme a quest’ultima, effetti di un problema comune sempre più frequente. Si tratta di un disagio sociale, causato da sollecitazioni esterne, che in alcuni casi può portare anche all’isolamento volontario come rinuncia effettiva ad avere alcun tipo di relazione interpersonale (il fenomeno – appunto – degli hikikomori). Negli ultimi anni si sentono spesso racconti come quello di Alessandro – segno da una parte positivo, perché significa che la società sta imparando a non sottovalutare questi fenomeni; e dall’altra profondamente negativo, in quanto indice di un aumento vertiginoso dei casi di hikikomori nel mondo (o almeno, dei casi conosciuti). Sono troppi per non prendere seriamente in considerazione il problema.


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Punti di contatto

Ristabilire un contatto, curare la ferita aperta tra individuo e società prima che diventi un baratro, è il compito più difficile che grava sulle spalle delle famiglie, degli amici e degli psicologi chiamati a sostenere queste persone e a farle uscire dal rifugio.

Bisogna prima di tutto individuare correttamente il fenomeno (senza confonderlo con altre patologie),  e poi ricercarne le cause – che siano casi di bullismo, emarginazione, disagio o difficoltà per carattere a stabilire rapporti interpersonali – senza confonderlo con dipendenza da internet, anche se in certi casi questa “sindrome” vi può essere collegata. Spesso infatti si tratta dell’unico modo che il ragazzo ha per interagire con il mondo, rimanendo in ogni caso chiuso in camera. La privazione improvvisa e in alcuni casi violenta di questo mezzo di comunicazione non farebbe altro che aggravare il problema accelerando il processo di autoisolamento.

E, seguendo lo stesso ragionamento, fare anche le dovute distinzioni da depressione e agorafobia; l’hikikomori non è un malato, ma la sua condizione è la conseguenza di un mancato raggiungimento di quelle che sono le aspettative di amici, familiari, adulti, della vita in generale. Non prenderla come una malattia può essere un utile punto di partenza per cercare di riallacciare il rapporto con il mondo reale e per spezzare il circolo vizioso che porta la persona a isolarsi sempre di più.


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Punti di fuga

Lo psicologo trovò il modo di entrare [nella mia camera] infilando sotto alla porta dei bigliettini.

Alessandro

La storia di Alessandro ha un lieto fine, e lui stesso la racconta come un’esperienza conclusa; eppure uscire dall’isola non è facile, è doloroso e traumatico. L’insieme di senso di fallimento, imbarazzo e paura alza un muro definitivo, che si può superare solo dopo tanto tempo, attraverso un’uscita sofferta nella misura in cui l’individuo si sarà “abituato” alla condizione di isolamento. Ci sono hikikomori che sono tornati a vivere fuori casa dopo cinque anni e hikikomori che ce ne hanno messi trenta, a trovare il punto di fuga in se stessi e la forza per vincere la paura.

In ogni caso nel nostro paese esiste l’Associazione Hikikomori Italia, presieduta da Marco Crepaldi, molto attiva nel cercare di informare attivamente le persone e le famiglia su un fenomeno ancora poco conosciuto, al quale si presta poca attenzione e che spesso non viene considerato come dovrebbe. Informare, prima di agire, è un punto chiave per affrontare il problema e cercare di risolverlo attivamente. Stare accanto alla persona, cercare di condividere con lei momenti di vita, accettarla per quello che è senza giudicarla; in due parole: volerle bene.

Il Punto di oggi, il compito che ci diamo per questa giornata, sarà rivolgerci a una persona che conosciamo poco, un vecchio amico ormai perso di vista, uno nuovo che non abbiamo mai avuto l’occasione di frequentare, scrivergli un messaggio o chiedergli di prendere un caffè, di uscire un pomeriggio sotto la pioggia incessante di questo autunno sempre più freddo, e scoprirlo da zero, senza ingenui pregiudizi. Uscire per un momento dall’isola in cui viviamo, dalla nostra comfort zone e esplorare il mondo. Quel mondo così freddo, buio e deserto ma che forse, a sorpresa, potrebbe riservare una luce, da qualche parte in fondo alla notte.

Davide Lamandini


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Il Punto. Un’idea originale di Davide Lamandini. Progetto grafico di Riccardo Armari. Consulenza editoriale di Clarice Agostini, Iacopo Brini, Elettra Domini e Francesco Faccioli.

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