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La musica di Lucio non è più prigioniera

La musica di Lucio non è più prigioniera

Da circa un mese gran parte della discografia di Lucio Battisti è finalmente disponibile sulle varie piattaforme di streaming musicale. La data di lancio, ovvero domenica 29 settembre 2019, non è stata affatto scelta casualmente: 29 Settembre, infatti, è anche il titolo di uno dei brani più famosi di Battisti. A questo punto non possiamo che chiederci come mai, fino ad oggi, i brani di uno dei più importanti artisti della musica italiana non fossero ancora presenti all’interno degli ormai più che forniti cataloghi delle app di streaming musicale.

Le battaglie legali

La risposta è piuttosto semplice, nonostante si basi su controversie legali protrattesi per diversi anni: la vedova di Battisti (morto nel 1998, a 55 anni), Grazia Veronese, in quanto principale titolare dei diritti della discografia del marito attraverso le edizioni musicali Acqua Azzurra, si è a lungo rifiutata di concedere tali diritti per fini commerciali o promozionali, probabilmente per volere dello stesso Lucio.

Da questa decisione sono quindi nate numerose questioni legali che negli visto coinvolte la Siae, la Ricordi, la vedova Battisti e, in particolare, Giulio Rapetti (in arte Mogol). È stato proprio quest’ultimo, storico paroliere della canzone italiana e co-autore della maggior parte dei successi di Battisti, ad avviare nel 2012 una causa contro Grazia Veronese per ottenere un riconoscimento economico e la pubblicazione digitale dei brani da egli scritti insieme a Lucio. Nel 2016 il Tribunale di Milano ha emesso la propria sentenza, considerando ingiustificata la presa di posizione della vedova Battisti; grazie a questo verdetto, dunque, non prima che si fossero compiuti i necessari passaggi burocratici successivi, il 29 Settembre Lucio Battisti è finalmente approdato su Spotify, su Apple Music e su tutte le altre moderne piattaforme di streaming musicale.

È doveroso però specificare che tra i dischi inseriti in catalogo non figurano quelli frutto della collaborazione tra Battisti e Pasquale Panella, ritenuti comunque di minor importanza rispetto ai lavori con Mogol. Sulla validità di questa operazione non sembra esserci alcun dubbio: tra le prime cento posizioni della classifica dei dischi più ascoltati durante la settimana successiva al lancio figurano infatti ben dieci album di Battisti, di cui uno ha raggiunto addirittura la top ten, mentre sette suoi brani sono entrati invece a far parte della classifica dei singoli più riprodotti.

Le oltre 460 mila persone che in nemmeno dieci giorni hanno riscoperto i capolavori di Battisti  sono dunque la testimonianza di come sia stato impossibile dimenticare Lucio, anche dopo tutti questi anni; se i numeri non possono far altro che confermare il successo del debutto postumo di Battisti nel mercato musicale odierno, è sull’assoluto bisogno di riscoprire la sua musica che bisognerebbe soffermarsi.

La censura politica

Lucio Battisti è universalmente considerato una leggenda della musica italiana, David Bowie lo definì addirittura il miglior cantante del mondo (a pari merito con Lou Reed); nonostante questo, Lucio non è mai stato un’icona dello star system, o meglio, non ha mai voluto esserlo. Ne sono la dimostrazione due sue importanti decisioni, entrambe piuttosto precoci ed emblematiche: nel 1970, a soli 27 anni, Battisti dichiarò che non si sarebbe più esibito in concerti e spettacoli; inoltre, dal 1972, iniziò un progressivo allontanamento dalle scene (pur senza abbandonare la propria carriera musicale) a causa delle ripetute intromissioni dei mass media nella sua vita privata, da egli stesso ritenute alquanto eccessive.

Lucio se ne stava dunque in disparte, non amava parlare o far parlare di sé, usava la voce soltanto per cantare e custodiva gelosamente i suoi pensieri, i suoi segreti. Contemporaneamente, gli anni ’70 rappresentarono per l’Italia il decennio in cui la lotta politica, ormai violentemente radicalizzata, fagocitò qualunque altro aspetto della vita del nostro Paese. In questo contesto, il silenzio di Lucio, le sue ambiguità, lo resero facile vittima delle più svariate illazioni e speculazioni politiche: a chi frequentava gli ambienti di Sinistra, infatti, non era concesso ascoltare le canzoni di Battisti in quanto quest’ultimo era ritenuto “colpevole” di non aver mai speso una parola in favore dei “compagni”, i quali fecero presto ad attribuirgli automaticamente l’etichetta di “fascista” ed a considerarlo un nostalgico del ventennio mussoliniano.

Dall’altro lato, gli esponenti della Destra colsero al volo l’occasione di utilizzare Lucio, in maniera decisamente impropria, come un simbolo della loro protesta contro la società moderna e la rivoluzione sessantottina; poco importa se poi, in svariate occasioni, i dischi di Lucio siano stati ritrovati in diversi covi delle Brigate Rosse.

Su di lui se ne sono dette tante in questi anni, in maniera spesso piuttosto irrispettosa; nonostante questo, probabilmente non sapremo mai chi sia stato davvero Lucio Battisti, se abbia mai realmente portato una particolare ideologia nel proprio cuore e quali desideri nascondesse dietro quel suo sguardo perennemente pieno di malinconia. Ciò che conta, però, è che la sua musica oggi sia finalmente libera, libera di andare, libera di far sognare le nuove generazioni e, perché no, anche le vecchie, prigioniere a loro volta in gioventù di pregiudizi e speculazioni totalmente prive di senso.

Avere nelle scarpe la voglia di andare,

avere negli occhi la voglia di guardare.

E invece restare prigionieri di un mondo

che ci lascia soltanto sognare, solo sognare

Lucio Battisti, Prigioniero del mondo

Duilio Rega

(In copertina “Lucio Battisti”)

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