Il Punto

L’età dei muri

L'età dei muri

Un muro non è soltanto un insieme di mattoni. Non sempre, almeno. La maggior parte delle volte è fatto così, certo: spesso è bianco e pulito come la neve che cade nel cuore dell’inverno, mentre in alcuni casi è nero come la più buia delle notti, illuminato a stento da qualche lampione in un malfamato quartiere di periferia. Ci sono muri che sanno di libertà, coperti da grandi scritte e da variopinti disegni che ne colorano la superficie e gli donano un’identità, e muri che odorano di prigione, con sbarre inesistenti e assonnati secondini, arruolati come comparse in un vecchio film della Hollywood degli anni ’50.

Muri di mattoni, come quelli che dividono in compartimenti stagni i diversi spazi delle nostre case e che proteggono segreti e custodiscono ricordi; e muri immaginari. Muri di pensieri, figli della paura e della superstizione, eredi naturali di un mondo cresciuto a pane e disinformazione. Barriere innalzate nell’indifferenza generale che si possono leggere ogni giorno, sui social, in post vuoti e anonimi come i loro autori, limiti mentali e di intenti, confini tracciati con il righello sulle coscienze di un’umanità ormai definitivamente anestetizzata e ridotta all’impotenza. È il presente in cui viviamo. Nient’altro. Benvenuti nell’età dei muri.


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Punti di riferimento

Per analizzare il presente bisogna sempre tornare indietro nel tempo e raccontare il passato. Cosa ci ha portato a oggi, che genere di errori non dobbiamo ripetere per costruire un futuro migliore. Ecco, per farlo è necessario riavvolgere il nastro di almeno ottanta anni, a quel 16 ottobre 1940 che cambiò per sempre la concezione moderna di muro. Siamo a Varsavia, durante la seconda guerra mondiale.

Fin dall’estate i Tedeschi facevano costruire nelle strade dei muri, per isolare gruppi di case. A poco a poco, questi tronconi di muri si congiungevano, isolando un quartiere, verso il quale venivano avviati gli Ebrei espulsi dai villaggi e dalle cittadine della provincia. Dal I° luglio 1940, fu loro vietato di risiedere altrove che nel settore così delimitato. […] nell’estate del 1941 la popolazione totale del ghetto non doveva esser lontana dal mezzo milione”. – Leon Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei, Piccola Biblioteca Einaudi, 1955.

Diciotto chilometri di lunghezza, tre metri di altezza, poco più di quattro chilometri quadrati di superficie e del filo spinato sulla sommità, per radunare circa quattrocentomila ebrei. Il ghetto di Varsavia, primo atto dell’occupazione nazista della Polonia, un quartiere chiuso dove venivano stipate migliaia di persone in attesa della deportazione nei lager. Da una parte il cosiddetto popolo ariano, “puro”, detentore del diritto alla vita; e dall’altra parte gli ebrei, condannati alle camere a gas. In mezzo una barricata di contenimento, controllo e, soprattutto, divisione.

E, in fondo, è sempre un muro, lo stesso – o forse sarebbe meglio dire che sono quattro mura –, quello che divide la giovane Anne Frank dal resto del mondo. Quattro mura che la escludono da qualsiasi tipo di vita sociale, ma quattro mura che allo stesso tempo la proteggono dalla follia nazista. In quei due anni di vita nella casa dietro alla libreria si nascondono le due anime, tanto diverse e tanto uguali, della natura di un muro. Protezione ed emarginazione.

Quindici anni più tardi, nel 1961, viene innalzata una nuova barriera – questa volta a dividere Berlino Est da Berlino Ovest – formata da pareti di calcestruzzo, recinti fortificati e filo spinato per una lunghezza totale di 233 chilometri. Il simbolo mondiale della cortina di ferro. Un popolo diviso da un giorno all’altro e un mondo che, passato il terrore della guerra, si risveglia debole, frammentato, fragile come non si aspettava di essere. “There’s no monopoly on common sense, on either side of the political fence” (Non c’è monopolio sul buon senso, da entrambi i lati della barricata politica), cantava Sting nel 1985, pochi anni prima del fatidico crollo, il 9 novembre 1989, l’alba di una nuova era. Eppure, per un muro che cade, tanti altri vengono costruiti al suo posto, senza soluzione di continuità, come se la natura stessa dell’uomo fosse separare piuttosto che unire.

La maggior parte di quelli innalzati e fino ad oggi non ancora abbattuti è stata eretta dopo la caduta della cortina di ferro. Sono muri recenti, figli di paure moderne e, in parte, diverse da quelle che avevano spinto fino a quel momento gli uomini a creare barriere. Secondo il giornalista brasiliano Folha de S. Paulo, mentre nel 2001 in tutto il mondo ne esistevano soltanto diciassette, oggi sono settanta.


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Il Punto della situazione

Di questi settanta muri, alcuni sono fondamentali perché portano nella loro storia, nella loro essenza, il dolore e la sofferenza che hanno provocato. Sono dei simboli. Basti pensare al Muro della Vergogna tra Messico e Stati Uniti (foto 1), una barriera in lamiera metallica la cui costruzione è iniziata nel 1990 e che, in base al progetto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dovrebbe essere sostituita da un vero e proprio muro in cemento della lunghezza complessiva di 3.100 chilometri. Sono struggenti al riguardo le altalene rosa installate dall’architetto Ronald Rael e dall’esperta di design Virginia San Fratello per dimostrare che quello che avviene da una parte della barricata influenza sempre e comunque ciò che accade dall’altra.

All’inizio del 2002 Israele ha costruito una barriera di separazione (foto 2) lunga 730 chilometri, con l’obiettivo di separare i territori che controllava direttamente e le sue colonie da quelli palestinesi. Nonostante le pressioni della comunità internazionale e le proteste degli arabi, non è stato fatto ancora nulla per rimuovere quello che gli israeliani definiscono un muro necessario a difendere la popolazione dalle infiltrazioni di attentatori palestinesi. Nel 2004 la Corte Internazionale dell’Aia ha dichiarato che “L’edificazione del Muro che Israele, potenza occupante, è in procinto di costruire nel territorio palestinese occupato, ivi compreso l’interno e intorno a Gerusalemme Est, e il regime che gli è associato, sono contrari al diritto internazionale“.

Non sono da sottovalutare neanche le reti metalliche (foto 3) che dal 1997 circondano Ceuta e Melilla, due città autonome spagnole localizzate a nord del Marocco, non lontano dallo Stretto di Gibilterra. Le due barriere che, sommate, raggiungono appena diciotto chilometri di lunghezza, sono state create per arginare le ondate di immigrati provenienti dall’Africa Subsahariana per raggiungere l’Europa, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Come i due esempi precedentemente citati, anche questo muro ha scatenato una pioggia di polemiche, soprattutto a causa della violenza messa in atto dalle forze di sicurezza spagnole per respingere i tentativi di superamento.


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Punti critici

Mother, should I build the Wall?”, chiede Pink, protagonista dell’album The Wall dei Pink Floyd e alter ego di Roger Waters, nella canzone Mother. Quarant’anni fa. Sta parlando di una barriera protettiva, di una campana di vetro che, in teoria, dovrebbe proteggerlo da tutti i dolori che si trovano all’esterno e che prima o poi incroceranno il suo cammino. Il ragazzo chiede alla madre se sia meglio isolarsi, per non soffrire troppo e non farsi schiacciare dal mondo, e lei annuisce: “Sì, mamma farà avverare tutti i tuoi incubi, mamma ti metterà dentro tutte le sue paure”.

I muri più insidiosi, quelli meno evidenti e più difficili da abbattere, sono nascosti dentro di noi. Sempre dentro di noi. Perché sono i muri del pregiudizio, dello stereotipo, limiti dettati dalla paura e dal timore; che sia, questa paura, del diverso, dell’altro, del lontano, oppure, molto più banalmente, di avere contatti con il mondo esterno. Questo ultimo caso può essere perfettamente rappresentato dal fenomeno degli hikikomori, ragazzi che, di solito in giovane età, decidono da un giorno all’altro di chiudersi in casa e interrompere qualsiasi tipo di relazione sociale per vivere la propria vita attraverso il web. È paradossale che, nell’era di internet e della comunicazione di massa, ci sia sempre più distanza, fisica ma anche mentale, tra le persone.

Il muro dei social (foto 5) avvicina le persone – si pensi a quante volte abbiamo sentito la frase “abbiamo abbattuto qualsiasi tipo di distanza, mettendo in contatto persone che vivono agli estremi opposti del mondo” – e allo stesso tempo le allontana sempre di più. Le rende schiave di una solitudine (foto 4) ormai dilagante. Le chiude in una stanza virtuale dalla quale non possono più uscire e le lascia lì. Sole. Ogni divisione, ogni sottrazione, ogni discriminazione (foto 6) crea un vuoto, un abisso difficile da colmare, tra chi si trova da una parte e chi invece è chiuso dall’altra; e illude sempre le persone che quel vetro sottile le protegga dalle intemperie mentre le rende ogni giorno più lontane.


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Punto di non ritorno

Qualunque cosa si faccia e ovunque si vada, dei muri ci si levano intorno creati da noi, dapprima riparo e subito prigione.

Marguerite Yourcenar

Non si possono cancellare i muri perché sono parte della nostra essenza. La morale della favola dovrebbe essere qualcosa di positivo come “vivi la tua vita e lascia vivere agli altri la propria, senza limiti che ne possano condizionare il grado di libertà”, ma sappiamo benissimo che non è possibile. Creiamo tutti i giorni dei muri, terribili e meravigliosi, per fingere di essere chi non siamo e dare al mondo la migliore versione possibile – e inesistente – di noi.

Ci sentiamo protetti, al sicuro, tranquilli, mentre in realtà siamo soltanto esclusi da qualcosa. E per ogni dentro che vogliamo proteggere con le unghie e con i denti, ci sarà sempre un fuori, ignoto e irraggiungibile, perché limite di qualsiasi nostra ambizione. “Mother, did it need to be so high?”

Davide Lamandini


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Il Punto. Un’idea originale di Davide Lamandini. Progetto grafico di Riccardo Armari. Consulenza editoriale di Clarice Agostini, Iacopo Brini, Elettra Domini e Francesco Faccioli.

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