Cronaca

Il dolore nel cuore di Genova

Il dolore nel cuore di Genova

14 agosto 2018, ore 11:36; è il culmine dell’estate, milioni di Italiani partono per vacanze, chi in treno, chi in aereo, chi in nave e chi in macchina. Tra di loro c’è chi passa da Genova, in un territorio tanto bello quanto fragile, in cui una piccola crepa può provocare danni irreparabili.


Il ponte Morandi

Quel giorno pioveva, anche se era piena estate, e non importava dove si era diretti, l’unica cosa che contava davvero era la compagnia di amici o parenti, il divertimento, la voglia di passare le vacanze insieme. Chi abita a Genova e soprattutto coloro che risiedono nel circondario dei quartieri di Sampierdarena e Certosa, ricorda a memoria quella giornata, in cui nulla avrebbe mai potuto presagire quello che sarebbe accaduto.

In una larga vallata che si apre tra l’appennino Ligure e il mare, emerge la figura del viadotto Polcevera, un grandioso ponte in calcestruzzo, facente parte di un tratto di autostrada che collega la A10 Genova-Ventimiglia e la A7 Milano-Genova, costruito dall’ingegner Morandi ed inaugurato nel 1967 alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat; un’opera architettonica di così grande portata all’epoca venne vista come la più grande testimonianza della rinascita sociale ed economica dell’Italia nel dopoguerra.

Il dolore nel cuore di Genova 2
Sopra, immagine del Ponte Morandi di Genova.

La tragedia

All’improvviso un boato, un fragore assordante. Non è un terremoto ma squarcia l’aria umida di una mattinata estiva in cui la pioggia aveva imposto una tregua all’afa incessante di agosto. Il viadotto Polcevera, simbolo dell’Italia del dopoguerra che aveva puntato sui trasporti e sulle autostrade per riunire un paese lacerato dagli strascichi del conflitto mondiale, si sgretola improvvisamente, senza alcun preavviso, aprendo una voragine di decine di metri di profondità che inghiotte le automobili, cancellando 43 vite umane, tra cui 8 bambini.

Per i genovesi sembra sia arrivata la fine del mondo; il dramma è enorme, inconcepibile, inspiegabile. La città è spezzata in due, e con esso il cuore dei parenti di quelle persone, uomini, donne e bambini, che sono transitate sul ponte in quel preciso, fatale istante.

L’inizio della fine

Ma l’incubo per molti è solo all’inizio. In una città come Genova, lo spazio pianeggiante adatto a costruire abitazioni è limitato e perciò si è sfruttato ogni metro quadrato di spazio per realizzare edifici ed infrastrutture complesse, come stazioni, aeroporti, autostrade. Al di sotto del ponte Morandi, si trova una zona popolare e produttiva dove, accanto agli alti palazzi, sorge un polo di piccole e medie imprese tra le più attive della città.

Le persone del luogo, ancora sotto shock per quell’evento drammatico, sono costrette a lasciare la loro abitazione per motivi di sicurezza, tra la paura che il ponte possa cedere ulteriormente e l’ostinazione feroce di non abbandonare le loro case, mentre, in prossimità delle macerie cadute, iniziano le operazioni di recupero dei superstiti.

Tra i resti del ponte si spera di estrarre persone vive, ma con il passare delle ore, emergono solo scheletri di auto, schiacciate dal peso dei blocchi e corpi sfigurati ed irriconoscibili. Le ricerche continueranno interminabili per una settimana, coinvolgendo centinaia di civili, che, in quei giorni di piena estate, decisero di sacrificare le vacanze e il riposo per salvare quante più vite umane possibili.

Le indagini e i controlli

Il 18 agosto, giorno di lutto nazionale, davanti ad una Genova distrutta dal dolore, riassunto nelle lacrime del sindaco Marco Bucci, si celebrano i funerali di stato per le 43 vittime, presieduti dal cardinale di Genova, monsignor Angelo Bagnasco, alla presenza del presidente della repubblica Sergio Mattarella, del premier Giuseppe Conte, di Luigi di Maio e di Matteo Salvini.

Parallelamente, iniziano le indagini e le inchieste sulla stabilità del ponte, con Autostrade per l’Italia come prima incriminata. Come è possibile che un’infrastruttura così grande e così resistente all’apparenza si sia sbriciolata in maniera così repentina? E perché nessuno ha provveduto ad individuare quei segnali che avrebbero di lì a poco portato al crollo del ponte?

Solo dalle analisi successive, si è scoperto che i cavi di acciaio presenti all’interno dei montanti e degli stralli – le strutture portanti che reggevano il ponte – presentavano un’usura del 70/100% in prossimità della pila 10, quella crollata insieme al tratto di strada, mentre le indagini di routine sull’infrastruttura non avevano segnalato pericoli di crollo o cedimento. Tutti dati che, se letti attentamente, accrescono la rabbia per una terribile tragedia che, forse, con controlli e misure di sicurezza più accurati, si sarebbe potuta evitare.

Un anno dopo…

Oggi, un anno dopo, molte cose sono cambiate: il ponte Morandi non c’è più, è stato fatto implodere lo scorso 28 Giugno, utilizzando quasi 700 kg di esplosivo, oltre a una grande quantità d’acqua, per ridurre l’effetto della dispersione delle polveri e dell’amianto. Al suo posto è pronto a nascere il ponte “per Genova”, il futuro viadotto, opera di uno dei più illuminati architetti italiani, Renzo Piano, che ha previsto, in accordo con il governatore della Liguria Giovanni Toti, commissario straordinario per la ricostruzione, l’inaugurazione per la prossima primavera. Un anno dopo, alcuni degli sfollati hanno visto le loro case, troppo a ridosso delle strutture pericolanti del ponte Morandi, smantellate ed abbattute, e con esse anche le certezze sul loro futuro.

Ciò che resta, costante ed indimenticabile, è il ricordo di quella giornata tragica, in cui decine di persone, chi dirette in vacanza, chi atte a sbrigare le ultime commissioni prima delle tanto attese ferie estive, hanno trovato la morte in una maniera assurda e inspiegabile. Rimane il dolore, lo sgomento, lo smarrimento di fronte ad un evento così tragico, imprevedibile e drammatico, che ha spazzato via 43 vite umane; un monito per tutti, che ci ricorda ancora di più quanto la sicurezza e una maggiore consapevolezza dei rischi che si corrono siano necessarie per prevenire disastri come questi, che possono spezzare il cuore di troppe persone e, in questo caso, anche quello di una città intera.

Stefano Maggio

(In copertina un’immagine dalle operazioni di demolizione definitive del Ponte Morandi di Genova)


Un anno fa, il commento in diretta:

Sulla tragedia di Genova, di Luca Malservigi


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