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Il rifugio dell’Ircocervo – Intervista ai fondatori – parte 2

Il Rifugio dell’Ircocervo 2

Continua l’intervista con Loreta Minutilli e Giuseppe Rizzi, i due fondatori de Il Rifugio dell’Ircocervo, blog di letteratura fondato nel 2015, e de L’Ircocervo, rivista di racconti illustrati figlia del blog. Dopo aver introdotto nella prima parte la redazione e la sua organizzazione, nella seconda parleremo del lavoro svolto sul primo numero della rivista e, più in generale, di narrazioni. Non mi resta che augurarvi una buona lettura.

Elisa Ciofini


Ho letto i racconti che avete selezionato, e mi è sembrato che tra di loro avessero qualcosa in comune. Al di là dei limiti imposti dalla call, quali criteri oggettivi (o anche soggettivi) avete utilizzato nella scelta dei racconti che vi sono pervenuti? Mi piacerebbe ricevere un vostro giudizio sul bilancio della prima uscita.

Loreta: Allora, se vogliamo cominciare dai tempi, possiamo dire che la gestazione del primo numero è stata abbastanza lunga: abbiamo aperto la call per l’invio dei racconti a ottobre 2018 e la rivista è uscita a marzo 2019.

Giuseppe: Conta poi che il lavoro di ricerca e di progettazione è iniziato anche prima: soprattutto abbiamo osservato in che modo le altre riviste lavorano e cosa chiedono, per riuscire a capire come potevamo inserirci all’interno del settore ed esprimere la nostra idea senza finire per impegnarci in qualcosa di già visto. Già quando ci approcciavamo al mondo delle riviste solo come scrittori, per ottenere delle pubblicazioni, ci eravamo accorti che quasi nessuna di esse prendeva in considerazione scritti oltre le 20.000 battute. Di conseguenza, in fase di definizione delle linee editoriali de L’ircocervo, abbiamo scelto di accogliere testi più lunghi, altrimenti destinati a rimanere per sempre in un file del computer oppure ad essere tagliati per ambire a una pubblicazione con una notevole perdita di bellezza ed efficacia. D’altronde, se un racconto è nato per essere lungo, alleggerirlo di 10.000 battute è anche un’azione frustrante per chi l’ha scritto. Fino al momento in cui abbiamo chiuso la call, ci sono arrivati circa 130 racconti validi, più quelli che poi abbiamo scartato perché non rientravano nei canoni di lunghezza stabiliti dal bando. Considerato che queste cifre sono state raggiunte in un mese e mezzo, che era la prima volta che lanciavamo una call, che la rivista tecnicamente ancora non esisteva e che la pubblicità si è limitata a quanto abbiamo pubblicato sui nostri social, sarei portato a considerare già quello del primo numero un bilancio in positivo: abbiamo avuto la prova che tanta altra gente come  noi sentiva la mancanza di uno spazio dedicato ai racconti lunghi.

Loreta: Quando ci siamo resi conto della mole di racconti che ci stavano arrivando, abbiamo iniziato a spartirci il lavoro in modo da leggerli man mano che i partecipanti li inviavano. Volevamo esaminare ogni racconto in forma anonima, senza sapere niente di chi lo aveva mandato: anche in questo caso ci siamo affidati all’aiuto della nostra illustratrice, Sara. Lei è l’unica a vedere le mail e a conoscere i dati degli autori, e noi invece riceviamo solo i file con i racconti. Abbiamo poi diviso la redazione in due gruppi. Ognuno, in questa prima fase di scrematura, ha letto solo metà dei testi, perché altrimenti, vista la quantità di materiale, sarebbe stato impossibile dare la giusta attenzione a ciascun elaborato.

Giuseppe: Siccome eravamo in sei a gestire la selezione degli autori, già da questo primo giudizio potevamo trarre importanti considerazioni: un racconto che non piace a tre persone necessita ancora di molto lavoro; di contro, se tre persone sono entusiaste di un racconto, forse merita che lo leggano anche gli altri.

Loreta: L’idea era che ciascuno desse un voto da 0 a 10 a ogni racconto. I testi che avevano una media oltre la soglia del 7,3 passavano all’altro team di lettura. Così tutta la redazione leggeva solo i racconti che erano stati ritenuti interessanti almeno da tre dei suoi membri. Tramite questa selezione siamo arrivati a poco più di una ventina di elaborati, che poi abbiamo discusso uno per uno, per decidere quali valesse la pena pubblicare e quali no. Il dibattito è stato abbastanza acceso, perché a volte, oltre alla qualità effettiva, entrava in gioco anche il gusto personale. Alcuni racconti hanno ricevuto al tempo stesso un voto altissimo e un voto basso, e di conseguenza la media era poco chiara. Abbiamo allora cercato di andare al di là delle preferenze soggettive, di comprendere il punto di vista degli altri e di dare la precedenza a una valutazione oggettiva. Una volta terminata questa seconda fase, abbiamo deciso di frazionare il risultato della cernita tra il primo numero e quelli successivi, in modo da avere nella stessa uscita, in quanto a tematiche e a lunghezza, racconti di genere diverso tra di loro: per esempio, dopo tre testi abbastanza cupi, cercavamo di includerne uno che fosse un po’ più leggero, come è successo con Un banchista e un cameriere si illudono di poter cambiare il loro destino. In più, questo metodo di lavoro si è rivelato utile anche in un altro senso: uno dei due gruppi della redazione ha avuto il compito di cercare il racconto da tradurre e l’autore già affermato a cui chiedere una collaborazione.

Elisa: Quindi il racconto tradotto è stato scelto, e non selezionato, a differenza degli altri in italiano.

Loreta: Esatto, noi abbiamo cercato semplicemente un traduttore, anzi, nel caso del primo numero due traduttrici, che ci hanno proposto La figlia dimenticata. Questo perché, per chi non è del settore, indipendentemente dalla conoscenza della lingua, è difficile sapere su quale testo sia il caso di lavorare. Loro invece seguono anche le pubblicazioni delle riviste letterarie straniere.


Nella vostra rivista, ciascuna opera è corredata da un’illustrazione. L’abbinamento tra immagine e testo è un surplus contenutistico di cui si servono in molti: cosa può aggiungere, secondo voi, un bel disegno a una bella storia?

Loreta: Nella nostra rivista racconti e illustrazioni sono sullo stesso piano e funzionali gli uni agli altri: le illustrazioni sono parte integrante dei racconti e il contenuto dei testi è strettamente legato alle illustrazioni. Abbiamo scelto di proporre racconti illustrati forse perché, banalmente, conoscendo Sara, ne avevamo l’opportunità, oppure perché ci sembrava un modo più completo e soddisfacente di presentare la nostra rivista al suo debutto. D’altra parte, dal momento che i nostri racconti hanno una certa estensione, la lettura sarebbe impegnativa senza un supporto grafico. Come abbiamo detto, Sara si è occupata di coordinare le coppie illustratore-autore. Lei ha ricevuto dei portfoli, provenienti dalla call per illustratori parallela a quella per i racconti, e ha selezionato gli album che riteneva più meritevoli. Quando abbiamo scelto quali racconti avrebbero costituito il primo numero, lei li ha letti e ha abbinato a ciascuno di essi, tra gli illustratori che aveva selezionato, quelli con uno stile che si avvicinava di più all’atmosfera evocata dal racconto. Ogni illustratore ha quindi letto a sua volta il racconto che gli era stato assegnato e ha realizzato un’immagine ad hoc per la storia.

Giuseppe: Non ci piaceva troppo l’idea di servirci di illustrazioni già esistenti e semplicemente di associarle ai testi: volevamo che ogni illustrazione nascesse da un lavoro specifico relativo a ciascun singolo racconto.


Cos’è che, per voi, distingue un buon racconto dagli altri? Quando, dal testo, emerge con successo la voce dell’autore?

Giuseppe: Rispondere a questa domanda è al tempo stesso facile e difficile. Avverti di trovarti di fronte a un buon racconto nella stessa maniera in cui ti rendi conto, quando leggi un qualsiasi libro, che quel libro ti sta piacendo o, quando vedi un qualsiasi film, che quel film ti sta affascinando. Già dall’incipit ti accorgi che un racconto ha qualcosa da dire e che lo dice in modo originale proprio perché senti che ti cattura da subito e che ti trasmette qualcosa. Poi, è chiaro, bisogna anche andare al di là delle prime impressioni. Come dicevamo prima, questa riflessione successiva deve essere condotta indipendentemente dai gusti personali. Per esempio, un racconto di genere può piacermi o meno come lettore, magari perché tendenzialmente frequento più o meno spesso quel determinato genere. Al tempo stesso però devo cercare di capire se quel racconto in sé ha della qualità. Lo puoi dedurre, innanzitutto, dallo stile, un fattore che io tengo molto in considerazione.

Loreta: In ogni caso, tutti eravamo d’accordo sul voler premiare con la nostra attenzione gli autori che, per così dire, mostravano coraggio, che avevano un modo di porsi fuori dagli schemi, che cercavano di spingersi oltre l’ordinario. Per quanto riguarda Un banchista e un cameriere si illudono di poter cambiare il loro destino, questo ragionamento ha interessato l’aspetto della lingua, per Il ratto Ofelia invece l’inconsueto accostamento di immagini su cui si basa il racconto.

Giuseppe: Idem per uno dei racconti che troverai sul secondo numero – non ti dico quale perché lo capirai da sola, è un testo molto particolare.

Loreta: Il problema, sotto questo punto di vista, era stabilire il confine fra l’aver osato con successo e l’aver osato senza riuscire. Di nuovo rientra in gioco il gusto soggettivo: eravamo tutti d’accordo su quali fossero i criteri di giudizio, un po’ meno su chi li rispettasse. Di conseguenza spesso abbiamo prestato fiducia a un racconto convincendoci che ce l’aveva fatta o che con un piccolo aiuto in merito di editing poteva migliorare.

Giuseppe: È stato una sorta di compromesso. Abbiamo deciso di accogliere i racconti in cui vedevamo del potenziale ma al tempo stesso dei difetti, e di provare a lavorarci per i numeri successivi tramite un editing più massiccio, proponendo all’autore degli interventi sostanziosi, per rimediare alle pecche maggiori e dare risalto alle qualità. Questo è avvenuto per quei testi che ritenevamo interessanti ma non ancora pronti.


Volendosi appellare alle varie teorie sul monomito letterario e sull’onnipresenza, nel mondo della finzione, di grandi temi quali l’amore, l’amicizia o la ricerca, si potrebbe arrivare a sostenere che in fin dei conti tutte le storie si assomigliano: dopo oltre duemila cinquecento anni di sperimentazione, quasi tutte le combinazioni narrative sono già state sfruttate, quindi ultimamente si sospetta che ci sia un limite al nuovo, a meno che non si tratti di ordine meramente stilistico (ma la questione interessa anche quest’ultimo ambito). Se per voi è ancora possibile l’originalità, che cos’è? Cosa rende una storia originale?

Giuseppe: Premessa: non siamo una rivista che fa avanguardia. Questo lo dimostrano anche i testi che abbiamo pubblicato. Mi viene da pensare a Il ratto Ofelia. In realtà la base è molto semplice: gli attriti di una coppia, le rinunce ai propri desideri, le frustrazioni della vita. Però la maniera in cui la storia viene presentata è particolare, non dal punto di vista stilistico ma dal punto di vista delle immagini che avvicina. L’immagine di questa donna – potrebbe essere una donna qualsiasi, con una vita ordinaria – viene associata da un lato a quella di un ratto morto, dall’altro a quella dell’Ofelia di Millais. Non si tratta di sperimentazione stilistica. È un testo scritto molto bene, ma il suo punto di forza sta proprio nella capacità di raccontare una storia banale da una prospettiva originale. Secondo me questo è il risultato più impegnativo da ottenere quando si scrive, perché tentare lo sperimentalismo linguistico certo non è scontato ma potenzialmente accessibile a chiunque – con diversi tipi di risultato; però saper trarre qualcosa di nuovo dall’ordinario è ancora più difficile. In Dopo la mezzanotte, per esempio, di nuovo, non si può parlare di sperimentalismo linguistico. Ciò che fa la differenza non è neppure la storia raccontata (un dialogo in macchina, una scena di famiglia, un funerale…), ma la voce che la racconta, la personalità e l’identità dell’io narrante.

Loreta: A livello di contenuti, è raro trovare una storia originale, sia quando si seleziona dei racconti sia quando si scrive sia quando si cerca in libreria. Si potrebbe dire, in un certo senso, che tutto è già stato raccontato: quel che cambia non è mai il cosa ma il come, dove per come non si intende solo lo stile, ma appunto la voce, la struttura, il punto di vista. E io credo che questo tipo di originalità sia ancora possibile e sia ancora presente, fondamentalmente perché è un’originalità figlia dei tempi. Se le esperienze si evolvono e il modo di vivere di chi scrive si evolve, ci sarà sempre per forza una nuova maniera di guardare le cose. Non penso che sotto questo aspetto la letteratura potrà mai conoscere una battuta d’arresto. Forse, fra i racconti che abbiamo pubblicato, quello più intricato nella storia era Anime belle, anime uguali. In tal caso, l’unicità del testo risiedeva nel fatto che fosse anche eccessivamente ingarbugliato, soprattutto nella disposizione degli eventi. Risultava affascinante proprio per questo.

Continua…

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