Politica

Dopo le Europee – Come è andata nei principali paesi

Sia i più ardenti sostenitori dell’Unione Europea sia i suoi critici più determinati concordavano su una cosa: queste Elezioni Europee sarebbero state decisive, forse le più importanti di sempre. Ora che i risultati definitivi sono stati annunciati possiamo dire che i grandi proclami della vigilia fossero veri solo in parte.

Questa tornata elettorale ha visto un aumento dell’affluenza alle urne, diffuso pressoché in ogni paese, ma i nuovi elettori non si sono mobilitati tutti per le stesse ragioni e hanno votato un parlamento non troppo dissimile da quello precedente. I partiti nazionalisti sono cresciuti ma non abbastanza da diventare una forza egemone e saranno perciò confinati alla marginalità anche nella legislatura a venire. Il voto di chi crede che l’Unione necessiti di essere ampiamente riformata, invece, è andato in buona parte ai Verdi, capaci in diversi paesi di scavalcare i partiti tradizionali di sinistra. È probabile, però, che nemmeno le formazioni ambientaliste avranno grande rilevanza al parlamento europeo. Per le prossime maggioranze si prevede un’ampia coalizione tra i popolari di centrodestra guidati dal tedesco Manfred Weber e il nuovo gruppo riformista che si sta costruendo attorno al presidente francese Emmanuel Macron.

Francia: Macron sorpassato da Le Pen

Macron andrà avanti con i suoi progetti di riforma e avrà un ruolo vitale nei prossimi anni. La sua sconfitta alle Europee, tuttavia, segnala che il giovane leader, dopo appena due anni, non ha già più lo smalto di un tempo. Segno di un periodo in cui il consenso politico va e viene con molta velocità. La notte delle elezioni Marine Le Pen, il cui Rassemblement National ha ottenuto il 23%, un punto in più del partito di governo, ha perfino formulato l’improbabile richiesta di sciogliere le camere e andare a elezioni anticipate. Al terzo posto, con un sorprendente 13% c’è la lista dei Verdi, capaci di superare senza problemi entrambi i partiti che fino al 2017 dominavano la politica francese. I Repubblicani di centrodestra si fermano all’8% mentre il Partito Socialista di centrosinistra ottiene appena il 6%. Risultato deludente anche per la France Insoumise, movimento di sinistra radicale ed euroscettico che si piazza poco al di sopra dei socialisti.

Per quanto riguarda il movimento dei “gilet gialli“, invece, sembra che nessun partito, eccetto forse quello di Le Pen, sia riuscito a intercettarne i voti. Le liste che vi si richiamano ottengono tutte percentuali irrisorie e non sufficienti a eleggere alcun candidato. Il movimento di protesta sembra dunque trovarsi meglio per le strade che tra le aule parlamentari.

Marine Le Pen con il ventitreenne Jordan Bardella, il giovanissimo capolista del Rassemblement National alle Europee.

Spagna: ritorno del bipartitismo

Mentre in Francia i due partiti tradizionali sono crollati, in Spagna è successo l’opposto. A solo un mese dalle combattutissime elezioni nazionali vinte dal premier uscente Pedro Sanchez, il suo Partito Socialista ha ottenuto un nuovo successo, uno dei pochi risultati positivi per il centrosinistra europeo. Un voto che rafforza la posizione di Sanchez alle negoziazioni per formare il nuovo governo che si svolgeranno nelle prossime settimane. Alle sue spalle si colloca un risorto Partito Popolare, formazione di centrodestra che sembrava in ginocchio a causa dei numerosi scandali di corruzione. Fallito quindi il tentativo di Albert Rivera, stretto alleato europeo di Macron e Renzi, di ottenere l’egemonia sulla destra. Il suo partito Ciudadanos arretra al 12%, penalizzato forse dalle aperture ai nazionalisti di Vox. Anche il partito di estrema destra guidato da Santiago Abascal fa il suo primo ingresso al parlamento europeo, ma con un misero 6%, dimezzando i voti effettivi rispetto alle elezioni di aprile.

Il grande sconfitto di giornata è però Unidas Podemos, la coalizione di sinistra che cinque anni fa aveva preso il volo proprio alle Elezioni Europee. I viola perdono molti voti, potere negoziale nelle trattative di governo e perfino le due città più importanti del paese, Madrid e Barcellona. Nella stessa giornata delle europee infatti si sono svolte anche le elezioni comunali in cui le alleanze legate a Podemos hanno perso la capitale, riconquistata dalle destre, e il capoluogo catalano, superati per un soffio dagli indipendentisti.

Il premier appena riconfermato Pedro Sanchez (a sinistra) e Pablo Iglesias, leader di Podemos e suo probabile partner di governo.

Germania: l’ascesa dei Verdi

La Germania è il paese simbolo della stabilità europea e il suo panorama non vede particolari sconvolgimenti dai tempi della riunificazione. Anche quest’anno la lista più votata è l’Union della cancelliera Angela Merkel. Il secondo posto, senza grandi clamori, passa dal Partito Social Democratico ai Verdi. Gli ecologisti ormai sono sempre più “volkspartei” (partito di massa) e attirano molti elettori del centrosinistra, da tempo ridotto a stampella dei governi Merkel, ma non solo. Grazie alla loro natura trasversale i Verdi tedeschi riescono a pescare consensi da tutte le parti diventando un modello per la nuova polarizzazione della politica europea: progressisti ed ecologisti contro nazionalisti xenofobi. Gli alleati di Salvini qui ottengono solo la metà dei loro voti (10%). Male infine la sinistra radicale Die Linke e i liberali che si fermano entrambi al 5%. Se i Verdi riusciranno a mantenere prestazioni simili è difficile da prevedere. Certamente, però, un loro nuovo exploit non basterebbe a sconvolgere un ordine che sembra ancora immutabile.

L’europarlamentare Ska Keller, candidata alla presidenza della Commisione dai Verdi europei.

Regno Unito: prove di secondo referendum

Se tutto fosse andate secondo i tempi previsti, il Regno Unito non avrebbe dovuto nemmeno prendere parte a queste elezioni. Le regole dei trattati europei, tuttavia, stabiliscono che finchè un paese è membro dell’Unione Europea è obbligato a tenere regolari elezioni. Il voto, come è facile immaginare, si è svolto all’insegna della Brexit. Entrambe le parti più radicali hanno cercato di trasformare l’evento in una specie di secondo round del referendum di tre anni fa. A farne le spese sono stati i due partiti principali, laburisti e conservatori, ai quali per l’esigenza di tenere insieme settori diversi di elettorato risulta assai sconveniente prendere una posizione radicale sulla questione. Al primo posto con il 30%, migliorando il risultato del 2014, si trova Nigel Farage alla testa del nuovo Brexit Party. Dietro di lui i Liberal-democratici, di posizioni opposte, al 19%. Crollo per il Partito Laburista (13%) e soprattutto per il Partito Conservatore della dimissionaria Theresa May (8%), scavalcata perfino dal Partito Verde (11%) appartenente al fronte anti-Brexit.

Nonostante le rivendicazioni di vittoria espresse da ambo le parti, però, c’è un dato che vanifica la maggior parte delle analisi su questa tornata elettorale: l’affluenza. Poco più di 17 milioni di elettori hanno preso parte alla votazione di quest’anno mentre in occasione del referendum il numero fu quasi doppio.

Nigel Farage (a sinistra) e Vince Cable (a destra). Il 22 maggio il leader del Brexit Party e quello dei liberal democratici si sono sfidati in un duello televisivo.

Federico Speme

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