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Piombo, soldi e American way – Breve trattato sul problema delle armi negli Stati Uniti

A well regulated militia being necessary to the security of a free state, the right of the people to bear arms shall not be infringed

“Essendo una ben regolata milizia necessaria alla sicurezza di un libero stato, il diritto del popolo di portare armi non dovrà essere infranto

Costituzione degli Stati Uniti d’America, II Emendamento (1791)

Con queste parole si chiudeva, il 9 settembre del 1791, un lungo dibattito fra due schieramenti nel Congresso dei neonati Stati Uniti, i Federalisti e gli Anti-Federalisti, riguardo alla Costituzione, al Bill of Rights e specialmente riguardo i poteri che sarebbero stati conferiti al governo centrale rispetto alle concessioni particolari e alle autonomie locali che agli stati costituenti sarebbe stato permesso di mantenere. I primi erano favorevoli fra le altre cose a una centralizzazione dell’autorità e a una gestione unificata di molte questioni statali, in particolare le politiche militari e il possesso delle armi, con la cessione di molte facoltà in precedenza appannaggio degli Stati al nascente Congresso e una Costituzione poco specifica che lasciasse al governo molta libertà d’azione, mentre i secondi si schieravano dalla parte dei suddetti Stati e sostenevano che il grosso dell’amministrazione di queste problematiche dovesse essere lasciata ai singoli, con la necessità di una rigida Costituzione che mantenesse l’equilibrio dei poteri e limitasse quelli del Congresso, dicendosi a tal riguardo preoccupati della possibilità di un’eccessiva ingerenza dell’amministrazione centrale nelle faccende private degli Stati.

L’ossessione degli americani per il concetto di libertà era già chiara a quei tempi, e una buona parte del popolo e dei legislatori temeva che il neonato Stato Federale potesse facilmente trasformarsi in una controparte dell’oppressore britannico del cui giogo si erano appena liberati, sentimento di cui gli Anti-Federalisti si facevano portavoce. A seguito della lunga guerra di Indipendenza inoltre la maggior parte dei nuovi cittadini americani, che si era armata autonomamente per prendere parte al conflitto, restava ancora in possesso delle proprie armi e munizioni: alcuni gruppi di statunitensi erano ancora organizzati in milizie Statali e temevano un tentativo di rivalsa dell’Impero Britannico, che era stato umiliato con la secessione. Nelle sale del Congresso serpeggiava dunque il timore che, se il dibattito fra Federalisti e Anti-Federalisti non si fosse concluso rapidamente, ma anzi fosse divenuto più intenso e acceso, sarebbe potuta scoppiare una devastante guerra civile fra i sostenitori armati fino ai denti di entrambe le parti. Al fine di scongiurare questa disastrosa prospettiva James Madison, uno dei “founding fathers” e noto in America con l’epiteto de “il padre della Costituzione”, propose l’ambiguo II emendamento come compromesso, in modo da sedare entrambe le parti coinvolte nel dibattito. Agli Stati e i loro sostenitori Anti-Federalisti fu così garantito un appiglio legale nella Costituzione con cui giustificare la presenza sul suolo americano delle milizie, che fungessero sia da prima linea di difesa contro l’eventuale ritorno degli Inglesi, sia da fronte armato popolare per rovesciare un eventuale governo tirannico qualora ve ne fosse la necessità. Il “compromesso del Massachusetts”, come venne poi ricordato, assicurò la ratificazione della Costituzione americana e in pratica permise una nascita “ufficiale” dello Stato Americano, che andasse oltre il mero diritto di conquista ottenuto con la guerra di Indipendenza.

Il “diritto di portare armi” è quindi alla base dell’identità nazionale americana, avendo giocato una parte significativa nella sua creazione, tuttavia la sua accezione moderna è, a detta della maggioranza dei filologi, degli studiosi della Costituzione e degli esperti del linguaggio legale, ben distante dagli intenti originali dei padri fondatori, degli Anti-Federalisti e di tutti coloro che redassero il II emendamento. La sua interpretazione è variata con un processo quasi aristotelico di tipo deduttivo dall’universale al particolare, dal diritto di molti al diritto del singolo, partendo da una concessione fatta agli Stati di avere eserciti propri – un elemento tuttora presente in America con la Guardia Nazionale, che per assicurare la possibilità di questa situazione concedeva ai cittadini il diritto di portare un’arma – fino ad arrivare a un dogma inviolabile, un principio cardine dell’identità civile di un cittadino americano. Il processo è evidente ripercorrendo la storia legale degli Stati Uniti, la cui Corte Suprema si espresse così nel caso “Gli Stati Uniti Vs Cruikshank” del 1876: “Il diritto di portare armi non è concesso dalla Costituzione; né in alcun modo dipende da quel documento per la sua esistenza. Il Secondo Emendamento significa solo che questo [diritto] non dovrà essere infranto dal Congresso, e non ha altro effetto che non sia limitare i poteri del Governo Nazionale”.

A questo punto è necessario ricordare che negli Stati Uniti sono validi alcuni principi legali che in Europa non sono per nulla condivisi o addirittura presenti, in particolare la forte dipendenza dal “precedente legale”, che è normalmente vincolante, da cui scaturisce anche il seguente concetto, insito nella mente di ogni americano, che tornerà utile più tardi per spiegare le ragioni dietro alcune tendenze americane a comprare armi: “se non è espressamente dichiarato illegale dalla legge, allora non è solo legale, ma anche giusto”. Questa dipendenza è dunque parte del sistema legale statunitense, e ha il suo apice nella Corte Suprema, le cui decisioni e interpretazioni della Legge Federale e della Costituzione hanno di per sé valore legale, al pari della legge stessa, e tutte le corti minori si rifanno alle sue sentenze per deliberare. È dunque rarissimo che una decisione della Corte Suprema sia ribaltata, in quanto sarebbe un gesto quasi equivalente a una riforma costituzionale, come riporta lo stesso sito della Corte: “Quando la Corte Suprema delibera su una questione costituzionale, quel giudizio è pressoché definitivo; le sue decisioni possono essere alterate solo dal raramente usato processo di emendamento costituzionale o da una nuova delibera della Corte”. L’infrazione del principio dello stare decisis, molto caro agli americani, è dunque possibile ed è lasciata all’arbitrio interpretativo dei giudici membri della Corte. Se essi ritengono che i tempi siano cambiati così radicalmente da invalidare l’interpretazione data dalla vecchia Corte Suprema – che sia perché essa risulta antiquata, oppure inapplicabile, o soprattutto influenzata da principi e convinzioni morali che non fanno più parte dell’identità americana del tempo corrente – i giudici sono svincolati dal precedente e possono ribaltare la sentenza in quella che viene chiamata una “Landmark decision”, una “decisione monumento”, che è per certi versi una riforma costituzionale. Così avvenne nel 1954, con la storica decisione “Brown Vs Board of Education”, che iniziò il processo di de-segregazione negli Stati Uniti; ma così avvenne anche nel 2008, con l’altrettanto importante decisione “Gli Stati Uniti Vs Heller”: la Corte Suprema decretò infatti, ribaltando la precedente sentenza sopra citata, “Gli Stati Uniti Vs Cruikshank”, che il Secondo Emendamento proteggeva prima facie il diritto a portare armi del popolo americano. L’enfasi fu posta sulla seconda proposizione dell’articolo (”Il diritto del popolo di portare armi non dovrà essere infranto”) e fu addotto come ulteriore motivazione per questa decisione il contesto storico della precedente delibera, dato che si trattava di un appello fatto da cittadini neri alla Corte Suprema per porre fine alle angherie dei cittadini bianchi della Louisiana, che gli impedivano di armarsi legalmente per difendersi dagli attacchi del Ku Klux Klan. La Corte del tempo, composta ovviamente da soli bianchi, deliberò a sfavore dei cittadini neri principalmente per motivazioni razziste. Con questa storica presa di posizione, apparve finalmente un appiglio legale per tutti i casi avanzati da statunitensi interessati ad acquistare o continuare a possedere armi senza altra supervisione che non fosse quella dello Stato di appartenenza, un processo che era tuttavia già in atto da ben prima del 2008.

Questo processo ha molte sfaccettature, troppo complesse da esporre in un singolo trattato, ma alcune appaiono le più evidenti e inestricabilmente legate fra loro: la lobby dell’industria militare statunitense, la struttura politico-amministrativa americana e le tendenze che prendono piede nella società degli Stati Uniti in relazioni ad eventi significativi. Questi tre elementi agiscono in concerto e nel loro complesso sono i principali colpevoli della situazione attuale degli USA con le armi, che è, a detta di molti, pressoché irrisolvibile. Il primo colpevole, la lobby delle armi, ha il suo fulcro e centro nevralgico nella potentissima National Rifle Association, la NRA. Fondata nel 1871, ha iniziato nel 1975 la sua attività diretta di lobbying a favore delle armi, o meglio a sfavore di qualsiasi forma di controllo della vendita di armi negli Stati Uniti; è in questo dettaglio infatti che risiede uno dei più grandi punti di forza dell’associazione. L’NRA non ha un’agenda politica precisa, un programma da sviluppare nel Congresso, ma limita la sua attività a potentissime campagne di dissenso, aiutate dalla completa protezione che il Primo Emendamento fornisce alla libertà di parola – di cui il lobbying è visto come semplice estensione – che hanno fatto arenare con costanza incredibile la maggior parte dei tentativi di porre limiti alla circolazione delle armi operati sia da democratici che da repubblicani. L’NRA è al centro di un circolo vizioso che la vede finanziata dal complesso dell’industria militare, un colosso finanziario che è sinolo di megacorporazioni come la Lockheed Martin, la Boeing, la Northrop-Grumman, la Smith & Wesson e la Colt, e che ha un valore di svariate centinaia di miliardi di dollari, e che a sua volta vede l’NRA utilizzare la propria influenza (i suoi iscritti sono 5 milioni) per determinare le elezioni dei membri del Congresso, specialmente appartenenti al partito Repubblicano, con potenti campagne mediatiche che spesso includono spot elettorali del deputato o senatore di turno che imbraccia armi da fuoco e con fare sicuro e minaccioso apre il fuoco contro qualche lontano bersaglio. I suddetti membri sono, sostanzialmente, assoldati dall’NRA e diventano clienti dell’associazione per tutta la durata del loro mandato, assicurandole l’egemonia sul Congresso e rendendo pressoché impossibile legiferare contro il proliferare delle armi. L’assenza di leggi federali coerenti e decisive lascia alle amministrazioni locali di ciascuno dei cinquanta stati – i Congressi statali e i Governatori – la piena autonomia di regolarsi riguardo alle armi. È qui che l’influenza dell’NRA è meno sentita e presente, ma per questo motivo anche più efficace e mirata, in quanto l’attenzione posta dal popolo americano alle proprie istituzioni locali è generalmente minore di quella riservata agli enti governativi federali, facilitando un lobbying estremo che spesso rassomiglia casi di corruzione vera e propria. Al livello degli stati la separazione fra le politiche dei partiti Democratico e Repubblicano risulta però molto più accentuata e dove l’NRA non riesce ad avere l’effetto che spera, i politici interessati spesso hanno buone possibilità di far passare almeno delle restrizioni basilari, come i “background checks”, controlli della fedina penale che ricordiamo non essere per niente scontati in America, essendo richiesti soltanto in 11 stati su 50 e comunque facilmente evitabili se l’acquisto avviene ad una fiera di armi.

Ad agire contro queste forze del cambiamento dunque interviene il terzo elemento di quelli che abbiamo citato sopra: la mentalità americana e come reagisce a certi eventi. In primo luogo, come abbiamo specificato e dimostrato in precedenza, la mentalità del cittadino statunitense è sempre stata, fin dalla nascita della nazione stessa, strettamente legata al concetto di “libertà” che è poi divenuto caratteristicamente “americano”. Lo statunitense medio vede la libertà come il valore fondamentale su cui si incentra l’esistenza e l’identità dell’uomo civilizzato, svincolato persino dall’etica, e per questo motivo concepisce la legge solo come una banale e brutale limitazione della libertà individuale, necessaria al mero funzionamento di una società, a differenza della sua concezione più tipicamente europea e ben più complessa che vede la legge come uno sforzo collettivo della società che tende al miglioramento di se stessa, con la rinuncia ad alcune libertà dell’individuo a favore della collettività, che lo ricompensa in altre maniere. Da questo insito risentimento verso la legge e la legislazione in generale scaturiscono come per assurdo sia l’attaccamento alle leggi correnti e al loro mantenimento, preservazione ed enforcement (il nome collettivo delle Forze dell’Ordine in America è proprio questo, law enforcement, a sottolineare l’idea che la legge vada messa in pratica quasi con la forza da chi se ne fa agente), sia l’avversione alla creazione di nuove politiche che limitino la libertà del cittadino, che non tiene conto dell’etica o delle intenzioni dietro quel disegno di legge. A sfruttare questa resistenza, che sfiora spesso la paranoia, troviamo ovviamente il sopra citato complesso militare industriale e la suddetta NRA, che si lanciano a capofitto in campagne mediatiche di disinformazione che per così dire attizzano il fuoco e suscitano il terrore nei cittadini, facendo loro credere che un governo tirannico stia arrivando “a prendere le [loro] armi”. Tutto ciò determina l’impossibilità di una riforma di qualsiasi genere sulle armi, a qualsiasi livello, e addirittura le statistiche degli acquisti di armi indicano alcuni trend che rivelano quanto sia controproducente agire contro la lobby delle armi da fuoco:

Questi due grafici indicano come il numero di famiglie in possesso di armi stia generalmente calando dagli anni ’80 al 2016, anno dell’insediamento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti; tuttavia mostrano anche come il 66% di quelle che possiedono armi ne abbiano più di una in casa propria: in pratica, ci sono meno persone con delle armi, ma sempre più armi per le persone che già ne possiedono una. Il seguente grafico invece illustra come la vendita mensile di armi sia variata in funzione di certi eventi storici del passato recente:

Risulta chiaro come il popolo americano accorra a comprare armi da fuoco soprattutto quando percepisce una minaccia alla stessa facoltà di acquistarne, probabilmente per la paranoia di non poterne più acquistare e dunque di perdere un pezzetto della propria sacra e inviolabile “libertà” ad opera di un governo tirannico che le lobby e il partito Repubblicano abilmente associano al partito Democratico. Da sottolineare risulta inoltre come il massacro di Sandy Hook, che ha avuto un totale di 27 vittime ed è stato perpetrato da un cittadino americano; e la rielezione di Barack Obama alla Presidenza, abbiano suscitato questa paranoia molto di più degli attacchi dell’11 Settembre 2001, costati la vita a 2996 persone e perpetrati da terroristi stranieri.

Cosa si può dedurre da questi dati e da questa analisi? Con la mentalità Americana, che spesso sembra vedere come non solo possibile ma anche giusto che un ragazzo di tredici anni sia in grado di procurarsi un’arma di grosso calibro ad una fiera e che una persona con una disabilità mentale e un passato da criminale possa legalmente acquistare un fucile da assalto, la situazione non è certo rosea. L’autore è dell’opinione che  possa avvenire un cambiamento solo tramite un radicale movimento di rivoluzione, che parta da persone di ogni strato sociale e che le sospinga ad agire contro questo status quo, realizzando che in una società veramente civile a volte bisogna sacrificare alcune libertà perché altri possano essi stessi vivere liberi. Se questo sia possibile, lo lascio a voi da decidere.

Iacopo Brini

(In copertina Free-Photos da Pixabay)

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