Cultura

Conoscere le foibe – Parte 2

Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Alpi Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.

Benito Mussolini

Un’ouverture più pregnante, per il prosieguo del nostro viaggio, non si sarebbe trovata. Pronunciato da Benito Mussolini nel 1920, si tratta di un brano del discorso tenuto al Teatro Ciscutti di Pola il 20 settembre 1920 (cito da Il fascismo e la società giuliana, di Anna Maria Vinci, in Friuli e Venezia Giulia. Storia del ‘900, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 1997), a dir poco emblematico della futura politica di espansionismo aggressivo e parallela snazionalizzazione perpetrata dal Regime nei confronti dell’instabile crogiuolo di etnie che caratterizza la penisola istriana e, più in generale, le regioni nord-orientali. Come il Fascismo ha agito, è stato breve oggetto d’indagine nell’articolo di lunedì scorso; quanto accadrà tanti anni più tardi, nel settembre e ottobre 1943, sarà nostra cura conoscere oggi. Marceremo a tappe forzate fino a questa data, non eludendo gli eventi bellici che l’hanno preceduta, di certo appropriati per una comprensione completa di quelle drammatiche vicende.

Siamo in guerra. La Seconda, questa volta. Nella primavera del 1941, si assiste all’aggressione e al successivo smembramento della Jugoslavia ad opera delle divisioni dell’Asse. L’attacco concentrico coordinato su più fronti dalla Wermacht, denominato “Operazione Castigo”, in rapporto all’incruento colpo di Stato che porta repentinamente Belgrado ad assumere posizioni specificatamente antigermaniche e filobritanniche –  ha lo scopo ulteriore di “proteggere le spalle” al Terzo Reich, che si appresta all’invasione dell’immenso territorio russo: solo la Jugoslavia ha mantenuto una pericolosa neutralità, mentre la restante compagine balcanica gravita già nella sfera di influenza italo-tedesca. In una campagna fulminante, che va dal 6 al 27 aprile, le esigue forze belgradesi sono rapidamente liquidate. La successiva spartizione della spoglia jugoslava porterà l’Italia ad appropriarsi di una porzione significativa di territori: la Slovenia meridionale, e con essa tutto il litorale dalmata, le isole e la regione della Carniola, oltre a Sebenico, Spalato, Ragusa e Cattaro. È istituita la nuova provincia di Lubiana, e sotto il governo di Roma passano circa 800.000 sloveni e croati: gli effetti della spartizione, come è verosimile, saranno disastrosi rispetto ai fragili equilibri interni fra le etnie. In questo quadro si inseriscono i massacri che i croati perpetreranno ai danni della compagine serba, in una spirale di violenza e di atrocità impensabile che supera i nuovi possedimenti italiani. La storiografia attuale ci riporta stime numeriche differenti e contraddittorie, ma certo di molto superiori alle vittime che avrebbero di lì a poco sofferto le nostre comunità: si va dalle 300.000 alle 500.000 vittime, lungo il drammatico arco cronologico che copre l’interno corso del conflitto (1941-1945).

L’occupazione militare italiana non ebbe le caratteristiche proprie della macchina nazista, ma non mancò di brutalità e di misure drastiche preventive tese a liquidare sul nascere qualsivoglia movimento spontaneo di opposizione. Nei fatti, questi provvedimenti furono sostanzialmente fallimentari: già il 27 aprile si era costituito in Lubiana il Fronte di liberazione sloveno (OF, Osvobodilna Fronta) e parallelamente il Partito comunista sloveno (PCS, sorto nel 1937) perseguiva un progetto di assidua resistenza armata, tesa a sfiancare e ad annientare l’occupante, e alla creazione di uno stato unitario, una Slovenia unita e federativa, che sarebbe sorta dalle ceneri del conflitto. Va notato che i comunisti sloveni, pur essendo legati all’internazionalismo sovietico, non disdegnarono di unire alla propria causa una componente squisitamente patriottica: partecipando alla Resistenza, gli sloveni avrebbero acquistato piena coscienza della propria identità. Scrive Galliano Fogar, Trieste in guerra 1940-1945: “Dopo essere stati per tanto tempo mero oggetto della volontà altrui, gli sloveni dovevano realizzarsi come soggetto politico pienamente maturo. Era una sfida che i dirigenti dell’OF lanciavano più che al nemico al proprio popolo (…)”. Il ribellismo sloveno si manifesta nelle azioni partigiane che ben conosciamo: attacchi repentini a piccoli nuclei di militari, liquidazione di funzionari statali, aggressione a caserme e postazioni, sabotaggi diversificati alle linee di comunicazione. La repressione italiana si esplicherà attraverso il commissario Emilio Grazioli, istitutore del Tribunale Straordinario, che commina la pena capitale non solo a coloro che sono sorpresi armati, ma a tutti quelli che possiedono materiale di propaganda o partecipano ad assembramenti considerati sovversivi. Possiamo comprendere l’ampiezza del fenomeno resistenziale anche dalla quantità di uomini impiegati per mantenere il controllo del territorio (si parla di 270.000 uomini distribuiti tra la Slovenia e la Dalmazia) e dalle drastiche misure repressive prese dalle autorità, quali fucilazioni, rappresaglie, deportazioni. Galliano Fogar riporta 33.000 persone deportate dal Regio Esercito nella sola provincia di Lubiana, oltre a un numero imprecisato di vittime della Resistenza che facciamo rientrare facilmente nell’ordine di un qualche migliaio. Non mi dilungherò oltre, su questo punto. Veniamo, come d’accordo, ai fatti inquietanti del 1943. Ricordiamo bene questa data, emblematica della malaugurata conduzione della guerra, e della sconfitta militare.

8 settembre 1943. Firma dell’armistizio. Il Regio Esercito non esiste più. Venuta improvvisamente meno la catena di comando, restano centinaia di migliaia di soldati sbandati, così descritti, in quei giorni drammatici, dal vescovo di Trieste monsignor Santin nelle pagine di Vita Nuova: ”Passano per le lunghe vie, stanchi e umiliati, i nostri soldati, abbandonati da coloro che avrebbero dovuto guidarli e precederli nel sacrificio”. In questo repentino vuoto di potere – dovuto alla scomparsa dello Stato non solo lungo le coste dalmate, o in generale nelle recenti acquisizioni territoriali nord-orientali, ma nella stessa Italia centro-settentrionale – inseriremo il fenomeno delle “foibe istriane” dell’autunno 1943, la brutale eliminazione da parte delle forze partigiane di cittadini italiani additati quali “nemici del popolo”, epurati tramite i cosiddetti processi-farsa (agli imputati non era concessa alcuna possibilità di difesa, e la lettura dei capi d’accusa è già di per sé una sentenza di colpevolezza e una condanna alla pena capitale) o fatti più sbrigativamente sparire a centinaia nelle voragini carsiche. La tredicesima divisione del NOVJ (vale a dire l’Esercito di Liberazione Nazionale della Jugoslavia) attraverserà il confine all’indomani dell’8 settembre, in concerto con altri nuclei di combattenti, assumendo ovunque il potere civile, tramite previa occupazione di edifici pubblici e militari. È l’inizio dell’incubo. La maggior parte degli arrestati viene concentrata a Pisino, rinchiusa nei sotterranei del massiccio castello cinquecentesco; altri assembramenti da menzionare sono presso Santa Maria di Albona, nell’ex caserma della guardia di finanza, e presso Pinguente. L’espressione che ho riportato, “nemico del popolo”, è una formula sufficientemente vaga da risultare generica e comprendere categorie di individui differenti: sono arrestati gerarchi locali, squadristi, ma anche i singoli rappresentanti dell’odiato ex Stato italiano: emerge una caccia indiscriminata al funzionario pubblico, una diffusa volontà di spazzare via chiunque ricordi la passata amministrazione. È colpito l’insegnante, il carabiniere, il podestà, il messo comunale, il commerciante, il veterinario, il medico. Tra settembre e ottobre, malgrado la documentazione e le ipotesi non concordanti, è verosimile pensare a circa un migliaio di esecuzioni. Sulla modalità delle stesse, ascolteremo le parole di Gaetano La Perna (Pola Istria Fiume 1943-1945) e da qui riprenderemo, il prossimo lunedì:

Caricati su autocorriere o su autocarri requisiti i prigionieri venivano portati, preferibilmente di notte, nelle vicinanze di una foiba. Ad essi venivano legati i polsi sul davanti, con filo di ferro stretto da pinze, e poi si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Avvicinati a gruppi i prigionieri sull’orlo della foiba, si procedeva all’esecuzione sparando un colpo d’arma da fuoco alla nuca, alla faccia o al petto (…) In altre circostanze i condannati venivano legati in gruppi a due a due più consistenti e in seguito si sparava ai più vicini al precipizio in modo che, cadendo nel vuoto, trascinassero con sé tutti gli altri ancora vivi. Per impedire ogni possibile opera di ricerca e di identificazione delle vittime, talvolta i prigionieri venivano condotti sul luogo dell’esecuzione nudi; altre volte, invece, dopo l’infoibamento, si facevano brillare delle mine in prossimità dell’apertura della voragine, ottenendo in tal modo il franamento e l’ostruzione della cavità.

Gaetano La Perna

Luca Malservigi

La storia continua…

Questa è la prima parte del viaggio alle origini del fenomeno delle foibe:

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