Cultura

Dove porti la mia vita?

Dove porti la mia vita?

La letteratura è, prima di tutto, un viaggio.

Forse perché fin dai suoi albori ha parlato di viaggi, reali o fantastici che fossero, metafore di un percorso più grande e universale – quello della vita –, oppure soltanto rappresentazione di un io frammentario, vago e confuso come quello dell’uomo. Abbandonato durante una tempesta, in balìa delle onde di un mare sempre più nero, naufrago su un’isola dimenticata da Dio. Solo come ogni uomo è solo sulla Terra, ma solo di una solitudine particolare, condizione comune a tutti i suoi simili.

Lo si potrebbe chiedere ad Odisseo, l’eroe dal multiforme ingegno simbolo stesso del viaggio, nato in una Grecia arcaica e ancora lontana dai drammi interiori e dalle sfaccettature psicologiche dei personaggi moderni. L’uomo che neanche voleva intraprendere il viaggio che lo avrebbe reso immortale: la spedizione contro Ilio; eppure sempre lo stesso uomo che per sete di conoscenza da un altro viaggio, questa volta volontario, è stato condotto alla morte. Almeno, secondo la versione che ci racconta Dante (Dant. Inf. 26) . Forse la rappresentazione di Odisseo più moderna e allo stesso tempo più fedele all’originale si trova in un dipinto realizzato da Joseph Turner nei primi decenni dell’Ottocento, Ulisse schernisce Polifemo.

Al centro del quadro troneggia la nave dell’eroe e sopra, minacciosa, ingombrante e cupa come solo un incubo può essere, si allunga una nube scura e pronta a ghermirla. Il titolo, volutamente ambiguo, cita anche Polifemo, facendo ricondurre la presenza della nuvola alla vicinanza con la grotta del ciclope. Alcuni storici hanno voluto vedere in quella stessa nube dei presagi di una tempesta in arrivo (l’ira di Poseidone che presto si sarebbe scatenata sull’eroe e sui suoi compagni); altri ancora il fardello delle colpe di cui Odisseo si era macchiato – l’inganno del cavallo di Troia – e per le quali successivamente venne condannato nell’inferno della Commedia di Dante.

L’atmosfera è da una parte drammatica, tesa e opprimente, tanto da ricordare, per certi versi, L’incubo di Füssli, dall’altra è irradiata da una fonte luminosa, limpida e brillante come una luce divina. A sinistra il passato, la parte compiuta del viaggio, con il suo fardello di rimpianti e ferite non ancora rimarginate; al centro il presente, quel che resta della nave e dei suoi marinai, alla ricerca quasi disperata di un senso a un’esistenza che sembra sempre più vana e alla mercé dei capricci degli dèi (si pensi alla Zattera della Medusa, di Théodore Géricault); e a destra un futuro splendente ancora tutto da esplorare. Nella stessa immagine si riassumono alla perfezione le tre dimensioni fondamentali del νόστος (“nòstos“; viaggio, ritorno) di Odisseo.

Un eroe in fuga dal volere dispotico degli dèi e allo stesso tempo terribilmente affascinato dal richiamo segreto e inviolabile del viaggio, un eroe a cavallo tra fuga e ritorno, tra passato e futuro.

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Théodore Géricault, “La zattera della Medusa” (1818-1819), olio su tela, Musée du Louvre, Parigi.

E proprio nelle tre interpretazioni del dipinto di Turner emergono gli elementi fondamentali che accomunano il racconto al viaggio: in entrambi i casi ci sono una storia da vivere (di persona o attraverso la lettura), la tensione verso un futuro sconosciuto e proprio per questo terribilmente affascinante e anche il peso di un passato dal quale si cerca sempre di fuggire. Tanto che, se è valida la proprietà transitiva anche in un contesto come questo, e la vita è un viaggio almeno come il viaggio è una fuga – da qualcosa, qualcuno, se stessi o il vuoto che regna dentro di noi –, allora la vita è una fuga, continua e disperata.

Nel momento stesso in cui si chiude l’Iliade e Odisseo intraprende il viaggio verso Itaca inizia l’epopea di un altro dei più grandi eroi dell’epoca classica, Enea, il profugo che riuscì a mettersi in salvo fuggendo dalle rovine di Troia in fiamme (un fardello ingombrante, un destino già scritto) e partì alla ricerca di una nuova casa per il suo popolo. Egli, al contrario di Odisseo, è l’incarnazione della Pax Augustea, è l’eroe della pietas.

La fuga può essere il viaggio di Enea: inevitabile, dettato da un disegno più grande; o assumere la forma di un’evasione dalla monotonia della vita quotidiana, come il sentimento che ha spinto Don Chisciotte a credersi cavaliere; oppure ancora diventare una corsa senza fiato, come quella che ha portato la mostruosa creatura del dottor Frankenstein alla morte da qualche parte nei mari del nord, solo e disperato, alla ricerca di qualcuno che lo amasse davvero, perché non era mai stato amato da nessuno, in uno scenario magistralmente dipinto da Caspar David Friedrich nel Naufragio della speranza (Il mare di ghiaccio).

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Caspar David Friedrich, “Il naufragio della speranza” (1823-1824), olio su tela, Hamburger Kunsthalle, Amburgo.

Lo sa bene anche il viandante sul mare di nebbia (in primo piano nell’omonima opera dello stesso Friedrich), che osserva un romantico e leopardiano infinito con terrore e meraviglia mentre intorno il mondo ha iniziato a perdere ogni certezza e a naufragare nella disperazione. Disperazione dalla quale ci si può salvare solo cambiando, partendo e fuggendo verso una nuova vita con il ricordo del passato e la speranza per il futuro.

Tutto questo senza prendere in considerazione gran parte della cosiddetta “letteratura di svago” di stampo avventuriero scritta tra il Settecento e l’Ottocento, che ha raggiunto i punti più alti con Defoe, Melville, Verne e Stevenson, e che proprio nel tema del viaggio ha trovato uno dei soggetti più interessanti da raccontare, rendendolo protagonista al pari di Ismaele e del Capitano Achab, di Nemo e Robinson Crusoe.

Attraverso un romanzo possiamo vivere infinite avventure – Umberto Eco le definì “cinquemila anni”, spiegando cosa differenzia un lettore da un non lettore – senza doverci muovere di un metro, ma riuscendo comunque in quella fuga temporum tanto cara a Orazio nell’invito a concentrarsi unicamente sul presente e a prendersi un momento, anche solo un momento, di libertà (Hor. Car. II 14). Quella stessa libertà a cui aspira Velasquez nella celebre canzone di Roberto Vecchioni, quando l’anonima voce del narratore chiede al protagonista “Dove porti la mia vita?”. Laddove egli vede solo tempesta e morte, e un tramonto di fuoco come degna conclusione di una vita trascorsa a bruciare per amore, Velasquez riesce già a scorgere una nuova alba, riesce già a raggiungere l’orizzonte senza arrendersi mai. Perché in fondo gli basta poco, “per te bisogna sempre scrivere e lottare” anche quando “la tempesta ci sorprese / due miglia dopo Capo Horn”.

Ahi Velasquez fino a quando inventeremo

Un nido di rose ai piedi dell’arcobaleno

E tante stelle, tante nelle notti chiare

Per questo mondo, questo mondo da cambiare?

Roberto Vecchioni, “Velasquez
Velasquez“, di Roberto Vecchioni, seconda traccia dell’album “Elisir” (1976).

Davide Lamandini

(In copertina “Ulisse schernisce Polifemo”, di Joseph Turner, 1829, olio su tela, National Gallery, Londra)

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