Cultura

Conoscere le foibe – parte 1

Prima di partire, un rapido ragguaglio. Con la “serie” presente, ritengo di concludere la breve parabola di articoli che ho dedicato agli orrori partoriti dalla Seconda Guerra Mondiale. Accennare ad Auschwitz e al totalitarismo hitleriano durante il nostro fortunato ciclo sulla Memoria, mi ha attirato le solite, stantie e futili osservazioni sulla necessità di una trattazione differente, più “originale”, che sia in grado di guardare a quegli eventi drammaticamente rimossi dalla nostra coscienza storica.

Escluso dal nostro orizzonte può dunque considerarsi, in buona misura nei decenni passati, l’argomento che mi accingo ad analizzare oggi. Va da sé: se avessimo a suo tempo parlato di temi meno in auge, per converso, ci avrebbero senz’altro domandato che fine avessero fatto gli articoli più inerenti alla memoria dello sterminio degli ebrei in Europa. Funziona sempre così, con il roboante umore dei leoni del web. Ma desidero sinceramente procedere con le Foibe, perché la possibilità di parlarvene mi ha condotto senz’altro a studiare il fenomeno, ad approfondirlo. Vi confesso che mi mancava pressoché integralmente. Può darsi pertanto che quelle polemiche avessero, seppur così male espresse, qualche fondamento di legittimità. Cominciamo.

Semplicemente, un’altra storia raccapricciante. Si tratta di eventi che hanno faticato non poco a superare la barriera dei racconti, della cultura e della tradizione locale friulana – che pure ne hanno garantito la sopravvivenza nel sentire popolare, sebbene circoscritto – prima di passare alla cosiddetta Storia con la “S” maiuscola. Prima di divenire Memoria comune. Sono vicende che hanno richiesto decenni per scalfire l’impermeabile cortina del silenzio che i contemporanei e le generazioni coeve seppero calare su quelle atrocità. Decenni perché le coscienze successive – le nostre, e non solo – potessero infine impadronirsene. Questo processo di appropriazione storica sarà un cammino lungo, ma posso già assicurarvi che è già stato avviato: lo percepisco vitale, e non credo vi sarà luogo a ulteriori pause. Si tratta di eventi che hanno sapore di passato lontano, ormai, specie agli occhi di coloro che si sono or ora affacciati sul nuovo millennio, che vivono questo presente con intensità, dimentichi del passato. Il tempo sta diradando definitivamente gli ultimi testimoni diretti delle stragi, delle deportazioni, delle fucilazioni sommarie e degli eccessi disumani che ha recato con sé l’ultima grande guerra combattuta in Europa. Ci sentiamo distanti da quelle tragedie. E questo può dirsi un bene: perché “distanza” significa anche catarsi e risciacquo completo da quel coacervo di vesti, sentimenti, filtri e cricche ideologiche che si sono viste applicate allo studio della storia per spiegare, giustificare, o anche solo esaltare o demonizzare determinati processi. Noi, che ne siamo discosti, possiamo finalmente guardare a quegli eventi con occhio depurato e critico, esprimere un giudizio sereno che zampilla da un’altrettanta serena, direi scientifica, imparzialità. Questo, almeno, è ciò che vivamente auspico per la mia generazione. Foibe, dunque, si diceva nel titolo. Il termine designa un aspetto tipico del paesaggio carsico. Indica la fenditura, profonda anche diverse decine di metri, che si apre sul fondo di una dolina o di una depressione del terreno, scavata nella spugna della roccia in forme gigantesche e tortuose dalle erosioni millenarie delle acque. Questo, sotto il profilo geologico. Qui, sul finire della Seconda Guerra Mondiale (maggio-giugno 1945) sono stati gettati i corpi di migliaia di cittadini italiani liquidati dall’esercito di liberazione jugoslavo del maresciallo Tito. Le spiegazioni più lampanti del fenomeno le affronteremo più avanti.

Ora condurremo un viaggio a ritroso per conoscerne i sedimenti più antichi e le ragioni meno avvertibili nell’immediato. Partiamo da una giornata estiva triestina. È il 13 luglio 1920: un nutrito gruppo di fascisti e nazionalisti italiani, capitanati e sobillati da un fedelissimo di Mussolini, Francesco Giunta, prendono d’assalto l’hotel Balkan, il “Narodni Dom” (ossia “Casa del popolo”), sede centrale delle organizzazioni culturali ed economiche degli sloveni in città, appiccandovi un fuoco, e impedendo agli stessi vigili di intervenire fino a sera. L’incendio investe e divora l’imponente edificio a sei piani, che ospita un teatro, una biblioteca, un ristorante e un caffè, appartamenti privati ed uffici. Vanno in fumo gli archivi e i registri che documentano l’organizzazione della comunità slovena in città. “Le grandi fiamme del Balkan purificano finalmente Trieste, purificano l’anima di tutti noi” scriverà in seguito Rino Alessi, futuro direttore del quotidiano “Il Piccolo”. L’evento sarà preludio a una spirale di violenze che tristemente sappiamo proprie del fascismo della prima ora, e va inquadrato all’interno di un più vasto contesto che investe l’universo etnico, storico e culturale della Venezia Giulia e fa della regione un’area decisamente calda. Nel territorio che aveva costituito l’ex litorale austriaco (stiamo parlando di Trieste, della Contea di Gorizia e Gradisca, e dell’Istria) convivono infatti ben tre gruppi etnici differenti: italiani, sloveni e croati. Al tempo dell’incendio e della prima temperie fascista, si registra una separazione drastica nel Goriziano, con gli sloveni nella porzione orientale e gli italiani in quella occidentale. I primi sono presenti anche nella fascia settentrionale dell’Istria, soprattutto a ridosso delle cittadine costiere, mentre i croati si segnalano nei piccoli centri dell’interno appartenenti alla medesima regione. I motivi di contrasto sono molteplici: mi limiterò a menzionare quello precipuo. Il crollo dell’Impero Asburgico al termine della Grande Guerra e la successiva creazione di uno stato jugoslavo indipendente, promossa da Francia, Inghilterra e Stati Uniti durante la Conferenza di Parigi, pone la necessità di ridisegnare i confini con l’Italia. La rotta degli Austriaci a Vittorio Veneto aveva consentito ai soldati italiani di occupare ampie porzioni di territorio già abitato da centinaia di migliaia di sloveni. L’annessione al regno sabaudo sarà percepito come un trauma, generando risentimenti e ostilità: in questo clima il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 sancirà la nuova linea di confine, inglobando quasi quattrocentomila sloveni e croati, ed esasperando le contraddizioni e le tensioni legate alla presenza di etnie diverse. Basti sapere che il trattato medesimo non sarà ratificato da Belgrado prima del 1927. A partire da quei primi eventi, e in modo anche più sistematico dal 1925 – anno della svolta dittatoriale fascista – il regime mussoliniano attuerà una precisa politica di italianizzazione forzata della regione e una conseguente e capillare operazione di snazionalizzazione dei territori sopradetti. Ricorderemo, in questa sede, soprattutto due provvedimenti pregnanti, vale a dire la Riforma Gentile del 1923 (essa stabilisce che nella Scuola di Stato non vi è spazio per le lingue minoritarie) e l’istituzione dell’Ispettorato speciale del Carso, una struttura di controllo militare della campagna slovena, guidata da Emilio Grazioli. Un regio decreto datato 15 ottobre 1925 proibirà l’uso di lingue diverse dall’italiano in sedi giudiziarie: il dettame sarà allargato successivamente anche ad altri contesti della vita associata, quali bar, negozi e in genere locali pubblici. Seguirà nel 1927 l’italianizzazione dei cognomi, intesa al tempo come “restituzione in forma italiana dei cognomi originariamente italiani snazionalizzati”. Nel giugno dello stesso anno andrà ricordata l’ultima grande offensiva promossa dal Ministero dell’Interno contro ogni espressione della “cultura” slava: soppressione di quasi 400 organizzazioni culturali ed economiche e confisca immediata dei beni. Parallelamente a questa drammatica escalation corre imperitura la roboante esaltazione della patria italiana, la rilettura del passato in chiave nazionalista, la retorica potenziata sino al parossismo tanto cara al regime. Potete immaginarne gli effetti sulle culture estranee alla nostra. Sarebbero altresì da ricordare la chiusura sistematica delle scuole croate e slovene – alla fine della Prima Guerra Mondiale ne avremmo contate in Venezia Giulia ben 541-, la rimozione degli insegnanti non italiani, la persecuzione del clero: i preti apparivano i sinceri depositari di quella cultura  ”allogena”–come veniva definita spregiativamente in quegli anni-, figure presso le quali le comunità rurali slovene e croate erano in grado di riconoscersi, e che potevano apparire temibili agenti sobillatori  in grado di contrastare efficacemente il potere italiano. Non procederò oltre con questa caotica enumerazione di fatti. Approvvigionandomi a piene mani in quel tesoro di informazioni che è stato per me il testo di Gianni Oliva (Foibe, 2002, Mondadori) spero di aver delineato un quadro sufficientemente chiaro, utile per comprendere “alla lontana” il fenomeno che intenderemo scoprire nei successivi articoli destinati all’argomento, a risalire alle radici prime dell’odio e della successiva, fatale equazione che vede fascista = padrone = italiano pronunciata a gran voce dai titini nei momenti che più ci interesseranno. Al lettore chiedo ancora di seguirmi, la prossima settimana, in questo viaggio drammatico eppure ineludibile della nostra storia, che saprà e dovrà formare la coscienza storica della nostra generazione. Una Storia che è urgente e non più rimandabile. Una storia che vogliamo scritta con la “S” maiuscola, e che chiede di essere raccontata.

Luca Malservigi

Di seguito la seconda parte del viaggio alle origini del fenomeno delle foibe:

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