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Analisi di una menzogna

A quasi due mesi dal ciclo di articoli che Giovani Reporter ha dedicato alla Giornata della Memoria, anch’io, mio malgrado, scrivo della pagina più nera del Novecento: l’Olocausto. Dico “mio malgrado” non certo perché credo che il tema sia già stato sviscerato a fondo, ché anzi forse non si finirà più di parlarne; ma proprio perché c’è sempre stato qualcuno che, lottando strenuamente, ha voluto che questo ricordo – la Memoria – venisse cancellato. Vengono generalmente chiamati negazionisti, ma hanno sempre rifiutato tale etichetta: preferiscono definirsi liberi pensatori, eroi coraggiosi che combattono per portare alla luce La (loro) Verità. Ovvero, che l’Olocausto non è mai avvenuto.

I sedicenti storiografi “revisionisti” comparvero già nell’immediato dopoguerra: uno dei primi fu Robert Faurisson, cui fece seguito David Irving, protagonista di un’incredibile vicenda giudiziaria, o il tedesco Wilhelm Stäglich; dal canto nostro, noi italiani possiamo “vantare” uno dei massimi esponenti contemporanei del Negazionismo, vale a dire Carlo Mattogno.

I negazionisti “ricercatori”

Questi uomini hanno pubblicato decine di articoli su quotidiani piccoli e grandi, e i loro libri si trovano in Rete senza difficoltà. Com’è possibile, vi starete chiedendo, che anche persone del genere possano esprimere le proprie opinioni? È infatti risaputo che in molti paesi europei esistono leggi che inaspriscono il reato di propaganda alla discriminazione razziale nel caso in cui essa si fondi, in tutto o in parte, sulla negazione della Shoah: in Italia, ad esempio, la Legge 16 giugno 2016 n.115 prevede, per questo reato, una pena detentiva variabile da due a sei anni. Nonostante tutto, però, sono molti di più i negazionisti che non hanno mai subito un processo o che sono stati assolti, rispetto a quelli che davanti al giudice hanno ricevuto una condanna: perché? La questione non è così semplice: la Dottoressa Valentina Pisanty, docente di semiologia presso l’Università di Bergamo, ha spiegato questo fenomeno introducendo la categoria dei negazionisti “ricercatori”.

In altre parole, nei paesi dove non è consentito negare la Shoah, il negazionismo ha assunto un volto assai diverso da quello apertamente antisemita che, ad esempio, esiste in America, dove la libertà di parola è tutelata dal Primo Emendamento. Questa forma – estrema – di revisionismo storico d’oltreoceano, infatti, non fa mistero delle proprie idee razziste e discriminatorie: ciò rende i saggi di chi aderisce al movimento pamphlet ideologici, molto facili da individuare (per chi fosse, in un certo senso, interessato a leggerne qualcuno, vi lascio il link dell’Institute for Historical Review, una controversa organizzazione californiana di destra estrema e negazionista: http://www.ihr.org).

In Europa invece, dove, con l’eccezione dell’Inghilterra, tutti i principali paesi condannano il negazionismo, quest’ultimo ha assunto forme pseudo-scientifiche, molto più subdole e ingannevoli. Se a ciò si aggiunge la proliferazione nel web di numerosi siti gestiti da presunti proclamatori della “verità storica sull’Olocausto”, diventa chiaro come i negazionisti ricercatori costituiscano una seria minaccia per ogni utente di Internet: e questo, semplicemente, perché ci fidiamo troppo. Siamo abituati ad associare alla forma grafica dei segni verbali un valore molto più alto rispetto a qualsiasi altra forma di comunicazione: la tradizione occidentale ha consolidato questa prassi da quasi duemila anni, e del resto anche la scuola, al giorno d’oggi, ci insegna che tutto ciò che è scritto ha un’autorevolezza maggiore rispetto a ciò che non lo è.

Ora, mettiamo il caso che stiate navigando su Internet dal vostro cellulare, e che a un certo punto vi imbattiate in un sito gestito da questi individui ambigui: vi trovereste davanti parole come “studio”, “saggio storico”, “monografia”, termini che immediatamente si associano, con un’aura di sacralità, all’indiscussa serietà di una pubblicazione rigorosa, corretta, onesta. Peccato poi che di onesto, corretto e rigoroso, in questi studi, ci sia ben poco. Il risultato netto è che una persona impreparata, specie se giovane, può uscire dalla lettura di uno di questi testi confusa e fuorviata: proprio perché questo non accada oggi sono qua a spiegarvi alcune delle tecniche più frequentemente utilizzate dai negazionisti di ambito italo-francese.

Una corretta prassi scientifica

Facciamo finta, per un attimo, di essere storici chiamati ad analizzare un qualsiasi evento passato a partire da alcune fonti in nostro possesso. Per essere considerati buoni storici dobbiamo seguire alcuni passaggi fondamentali:

  • Considerare tutte le fonti.

Non possiamo ignorare una testimonianza soltanto perché è scomoda: lo storico deve far raccontare la storia ai documenti, e non distorcere le informazioni per avvalorare la propria tesi.

  • Non saltare a conclusioni affrettate.

Se vediamo un gatto bianco e da questo deduciamo che tutti i gatti sulla terra sono bianchi, stiamo commettendo un errore.

  • Essere puliti nel linguaggio.

Lo storico non è un retore: per questo il discorso non dovrà deviare qualcuno che vorrà leggere i nostri ipotetici libri di storia: ovvero non è necessario che diciamo tutta la verità – capita a tutti di commettere qualche errore –, ma che siamo sinceri. I negazionisti “ricercatori”, come potete immaginare, contravvengono costantemente e in ogni momento a queste regole non solo di buonsenso, ma di deontologia professionale. Per dimostrare l’infondatezza delle loro fonti mi sono concentrato particolarmente su:

  1. L’utilizzo distorto delle fonti
  2. L’ironia
  3. L’ironia e la presupposizione

1. L’utilizzo distorto delle fonti

Mi avvalgo ancora una volta dell’ausilio della Dottoressa Valentina Pisanty, famosa per i suoi studi sulle cause del razzismo e sull’analisi delle correlate discipline parascientifiche. Ecco che cosa ha scritto a proposito di negazionismo e raccolta documentale:

Lo storico onesto sa bene che ogni testimonianza va corroborata da altre testimonianze, in quanto nessun singolo testimone è infallibile. La singola testimonianza costituisce la tessera di un mosaico più ampio che, complessivamente, ci informa di come si siano verosimilmente svolti gli eventi a cui ciascuna testimonianza si riferisce in modo necessariamente parziale. Invece di far dialogare le varie voci tra loro, il negazionista estrae la singola testimonianza dalla rete probatoria nella quale essa è inserita.

Valentina Pisanty, Sul Negazionismo, 1988


Per capire, dunque, la maniera in cui opera un negazionista, vi fornirò un esempio: Carlo Mattogno, nel suo Gli Einsatzgruppen nei territori orientali occupati indaga l’esistenza di cosiddetti “camion della morte”, la prima forma di camera a gas, dove le vittime venivano soffocate dalle emissioni del veicolo. Su circa 400 testimoni dello sterminio nei gaswagen, Mattogno ne cita soltanto 8 (per una lettura più approfondita in merito a questa vicenda rinvio al sito Internet inglese http://holocaustcontroversies.blogspot.com/2018/12/mattogno-his-einsatzgruppen-book-and.html)

Oltretutto non si è limitato a considerare una minima parte dei testimoni; ma ha selezionato tutti i racconti più lacunosi, contraddittori e incerti, per poter – tramite una critica serrata e pedante del materiale – dimostrarne la totale infondatezza. Grazie, dunque, a questa estrapolazione faziosa, Carlo Mattogno è riuscito a “dimostrare” l’inesistenza dei camion della morte. Ovviamente, però, il vizio è metodologico, e sta a monte: non si può pensare che la verità di una testimonianza, oltretutto isolata, risieda unicamente nel come viene deposta: altrimenti, è facile da capire, potrebbe testimoniare soltanto un campione del linguaggio, capace di sostenere un’intera conversazione senza mai tentennare, senza mai avere dubbi o incertezze. Nelle condizioni di reclusione in cui versavano la maggior parte dei testimoni – se per testimone, beninteso, si intende solo chi è rimasto vivo – era impossibile rimanere lucidi; e, ricordando a distanza di anni un evento traumatico, è possibile commettere un gran numero di errori in buona fede. Considerazioni del genere, però, vengono sapientemente taciute, da Carlo Mattogno come da molti altri.

2. L’ironia

Questo negazionista italiano – proveniente da Orvieto, per la precisione – risulta estremamente didattico anche per evidenziare quali siano i principali difetti logico-interpretativi che affliggono, in maniera più o meno evidente, i discorsi della sua corrente pseudo-storiografica. La lista è lunga: abbiamo già parlato dell’analisi frazionata, ma vi sono molti fraintendimenti volontari, obiezioni inesistenti, sproporzioni, utilizzi di argomenti ex silentio, e petitiones principii.

Ora, però, concentriamoci sull’utilizzo particolarmente fuorviante della parola da parte dei negazionisti, che se ne servono come strumento di derisione e accrescimento del consenso.

Un esempio a proposito di ironia viene fornito dai commenti ad alcuni passi dei diari di Kurt Gernstein, ex-membro dell’Istituto di igiene delle SS, assegnato al campo di sterminio di Belzec: appena terminato il conflitto raccolse le sue memorie in tre diari, oggi noti come Rapporti Gernstein, redatti in francese e tedesco. In questi ricordi emergono dettagli di spietata crudeltà in merito al genocidio ebraico, di cui Gernstein tentò, invano, di informare ambasciatori e prelati. È evidente come l’esperienza del campo, anche se da carceriere, sconvolse profondamente il soldato, allora trentacinquenne; ma veniamo al punto. In un brano del diario si descrive una montagna di scarpe alta quaranta metri. Ovviamente il dato non deve essere interpretato alla lettera: non è possibile che una montagna di scarpe sia davvero così alta. Noi però lo sappiamo, e constatiamo che egli abbia scritto quaranta metri forse perché impressionato dalla mole del cumulo, che doveva essere certo notevole. Ecco invece come chiosano alcuni negazionisti:

“Trovo davvero sorprendente che lo Sterminazionista non abbia suggerito che il pendio venisse impiegato dai tedeschi come pista da sci, o per spingere le vittime in basso verso la morte, risparmiando così ai tedeschi la fatica delle procedure di gassazione”.

Felderer 1980: 72

“Questo Kurt Gernstein non ha decisamente il compasso nell’occhio, e per un ingegnere non è molto lusinghiero”.

Rassinier 1964: 63

A nessuno di voi sfugge l’ironia salace di questi commenti. Ma proviamo a fare un analogo esempio nel mondo reale: è come se, parlando davanti al giudice, affermaste di aver rinvenuto la vittima “in un lago di sangue”, e vi sentiste rispondere che, siccome non è possibile che il corpo umano contenga così tanti liquidi, state sicuramente mentendo. Ciò che un negazionista non comprende, dunque, è che si può testimoniare male di ciò su cui si testimonia realmente. I negazionisti traggono forza dalla sottile differenza tra il fatto e il come, essi dicono: il tutto della testimonianza risiede nel come. E per questo catalogano un’iperbole come una patente di falsità.

3. Gli inganni di punteggiatura

La lingua, lo abbiamo già visto nei punti precedenti, è uno strumento duttile e potente: la scelta delle parole, e con essa la struttura del discorso e il suo tono, si rivela di fondamentale importanza per veicolare un determinato messaggio. Spesso lo spostamento di una sola virgola può portare a notevoli fraintendimenti, modificando il senso generale dello scritto. Queste potenzialità sono in parte espletate dalla punteggiatura, una delle armi predilette dai negazionisti: attraverso essa, infatti, è possibile dare messaggi impliciti, ovvero segnali che sono avvertiti in maniera indistinta, e che pertanto si prestano ad essere i più insidiosi.

Provo a spiegarmi: prendiamo ad esempio queste due frasi

  1. Per fortuna sei arrivato.
  2. Per fortuna sei arrivato…!

Se nella prima possiamo immaginarci il sollievo di chi parla nel vedere l’arrivo del destinatario della comunicazione, nella seconda il tono sembra essere decisamente ironico. Come si può ben notare, la differenza sta soltanto nell’utilizzo della punteggiatura: bastano pochi punti di sospensione e un punto esclamativo per cambiare il contenuto di un atto comunicativo. Veniamo, dunque al nostro un ultimo esempio, estrapolato dalle carte del presunto fondatore del movimento negazionista, Robert Faurisson: proprio l’utilizzo della punteggiatura, insieme a una buona dose di scetticismo e di paranoia, costituiva la sua cifra stilistica più significativa, tratto che poi erediterà tutta la pseudo-storiografia negazionista.

È l’esistenza delle “camere a gas”, veri mattatoi umani, che si contesta. Questa contestazione va crescendo. I grandi mezzi d’informazione non l’ignorano più. Nel 1945 la storiografia ufficiale affermava che delle “camere a gas” erano entrate in funzione sia nell’ex Reich che in Austria, sia nell’Alsazia che in Polonia. Quindici anni più tardi, nel 1960, correggeva il suo giudizio: “camere a gas” non avevano, “prima di tutto” (?), funzionato che in Polonia.

Faurisson, 1978

Cercherò di mettere in luce alcune significative valutazioni sul testo. In primo luogo, “camere a gas” ricorre soltanto tra virgolette: questo procedimento, apparentemente innocuo, è eloquente circa la posizione dell’autore rispetto alla questione, e conduce, di conseguenza, anche il lettore a interrogarsi sulla loro reale esistenza. Bisogna poi soffermarsi sull’inciso “mattatoi umani”: nel testo, infatti, questi luoghi abominevoli vengono chiamati “veri”, ma la sensazione trasmessa al lettore è che non esistano affatto. Vi sono inoltre alcuni riferimenti alla crescente popolarità delle tesi negazioniste nel campo storiografico ufficiale: se ciò fosse vero, in effetti, sembrerebbe credibile. In realtà, però, la maggior parte degli storici della “Holocaustica Religio” – come solitamente i negazionisti definiscono la storiografia scientifica – rifiutano persino il dialogo con questi pseudo-storiografi. Da ultimo, è interessante notare l’inserzione di un punto interrogativo fra parentesi dopo un’espressione fra virgolette: anche in questo caso la punteggiatura è funzionale a gettare discredito sulle tesi ritenute generalmente vere dalla comunità degli storici.

Oltre a un’interpunzione oculata, un negazionista trae la sua forza dalla cosiddetta “presupposizione”, che consiste nell’assunzione di tesi derivate da ipotesi non dimostrate: il discorso sembra ragionevole, ma le basi su cui esso si regge non sono fondate. Ecco un altro passo di Faurisson:

Il nazismo è morto e sepolto, col suo Führer. Oggi rimane la verità. Osiamo proclamarla. L’inesistenza delle “camere a gas” è una buona notizia per la povera umanità. Una buona notizia che si farebbe male a tenere ancora nascosta.

Faurisson, 1980

Il paragrafo risulta sapientemente manipolato: innanzitutto, viene presupposto – quindi senza argomentare – che la posizione dell’autore del testo corrisponda alla “verità”, di cui egli si farebbe audace portatore; quindi, viene dato per scontato che anche l’inesistenza delle camere a gas sia da accogliere al pari di una “buona notizia” da parte dell’umanità, cui si unisce l’aggettivo “povera” per suscitare compassione nel lettore. Ogni rimando al Nazionalsocialismo viene infine negato, per rassicurare il lettore della bontà di quanto sta leggendo.

La responsabilità di pensare

Quali che siano le prove avanzate da un negazionista, esse finiranno inevitabilmente per convergere in un’unica direzione: quella del complotto.

Stando a questa interpretazione, esisterebbe un’organizzazione segreta che riunisce gli ebrei più influenti del pianeta e che, attraverso “certi ambienti del sionismo internazionale”, controlla il mondo e la sua memoria storica: una clamorosa fandonia, non c’è dubbio, se non altro perché questa teoria non è mai stata confermata da nessun dato documentale, statistico o giudiziario. Eppure, ancora oggi, un gran numero di persone crede a queste leggende: com’è possibile?

In questo modo, sembra quasi che la propaganda totalitarista sia riuscita, a distanza di lustri, a ottenere un’ulteriore vittoria: dal desiderio di contrastare questa tendenza è nato, essenzialmente, l’articolo che ora state leggendo.

La battaglia contro la disinformazione in Rete non passa tanto dalla distruzione del materiale incriminato, che sarebbe impossibile da eliminare completamente; essa si gioca piuttosto sullo sviluppo del senso critico e della capacità, prettamente umana, di discriminare il falso e il vero. Laddove la Legge, né tantomeno lo Stato, possono arrivare, occorre che l’individuo si emancipi tramite la cultura e la formazione di un pensiero autonomo e indipendente: ciò significa, è vero, non dare nulla per scontato; ma anche saper riconoscere ciò che è degno di essere creduto da ciò che non lo è. Nel caso particolare del negazionismo è possibile rintracciare, amplificate, prassi e consuetudini sbagliate derivanti da ragionamenti illogici e ingannevoli: possiamo difenderci da questo soltanto studiando, accrescendo il nostro patrimonio culturale e sottoporre al vaglio della nostra intelligenza critica ogni prova e ogni documento. Dal momento che ce ne viene concessa la libertà, non possiamo permetterci di non essere critici; altrimenti, presto o tardi, potremmo vederci negato questo diritto irrinunciabile.

Francesco Faccioli

(In copertina rielaborazione grafica di Elissa Capelle Vaughn, da Pixabay, a cura di Linda Venturi)

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