CronacaPolitica

La famiglia tradizionale – Cosa si è detto al Congresso di Verona


Dal 29 al 31 marzo 2019 si è tenuto a Verona il Congresso Mondiale delle Famiglie, la XIII edizione di un evento pubblico di portata internazionale a cui partecipano ogni anno importanti leader e organizzazioni provenienti da tutto il mondo: tra i temi caldi la famiglia, la genitorialità, l’aborto e la figura femminile nella storia e nella società, il tutto impregnato di una forte ideologia religiosa e di destra.


Il congresso di Verona: un appuntamento non casuale

La prima edizione del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) si è svolta a Praga nel 1997. L’evento è nato dall’unione della destra religiosa statunitense e del tradizionalismo ortodosso russo. Originariamente creato per salvaguardare i valori familiari di stampo conservatore e fare opposizione all’aborto, al divorzio e all’omosessualità, nel corso degli anni ha assunto un valore sempre più politico.

Si tratta quindi di un evento con una discreta storia alle spalle, ma l’edizione di quest’anno ha segnato una svolta decisiva: il Congresso è stato ospitato da un paese fondatore dell’Unione Europea con il patrocinio di una consistente ala del governo. Ancora più significativo è stato il periodo scelto, poco prima delle elezioni europee che si svolgeranno a maggio.

Massimo Prearo, ricercatore del Dipartimento di Scienze Umane all’Università di Verona,  fornisce una possibile spiegazione: “I movimenti ProLife italiani fanno parte da tempo della rete internazionale che organizza il Congresso, ma quest’anno hanno deciso di portare in Italia questa manifestazione per il particolare momento storico che viviamo, che garantisce un largo appoggio da parte delle istituzioni.

L’impressione è quindi che questi movimenti, che esistono ormai da molti anni, stiano ora cercando di ottenere la credibilità e l’appoggio stabile che un’istituzione governativa può offrire.

I partecipanti

Chi, nel concreto, si è presentato al Congresso di Verona quest’anno? Personaggi di spicco, fanatici religiosi, oligarchi, aristocratici, tradizionalisti provenienti da tutta Europa, dagli Stati Uniti e dalla Russia. Tra di essi si sono distinte personalità come Dmitri Smirnov, presidente russo della Commissione Patriarcale per la Famiglia e la Maternità; Katalin Novàk, ministro ungherese per la famiglia; Igor Dodon, presidente moldavo di dichiarate posizioni omofobe; Theresa Okafor, attivista nigeriana che nel 2014 ha proposto di classificare come crimine l’unione tra individui dello stesso sesso; Lucy Akello, che nel 2017 ha presentato in Uganda una legge che puniva con la morte l’“omosessualità aggravata”.

Al consiglio di amministrazione del WCF ha preso parte, tra gli altri, Aleksei Komov, che con il socio Konstantin Malofeev ha finanziato in passato iniziative dello stesso tipo. Per quanto riguarda l’Italia, ha partecipato al Congresso la componente di destra, soprattutto leghista, del governo: il Ministro dell’Interno Matteo Salvini; il Ministro della Famiglia Lorenzo Fontana; e il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. E ancora sindaci, presidenti di regione, senatori e parlamentari come Luca Zaia, Massimiliano Feoniga, Federico Sboarina, Simone Pillon, Elisabetta Gardini e Giorgia Meloni.

Il Movimento 5 Stelle, alleato di governo della Lega, si è invece fermamente opposto all’evento: “Sui diritti civili non si arretra di un millimetro”. I componenti del partito si sono alternati nelle loro dichiarazioni attraverso canali istituzionali e mediatici; la loro posizione può essere riassunta nell’estratto di una lettera scritta al femminile e  firmata dall’intero movimento: “Siamo lontane anni luce dalle idee e dalla visione degli organizzatori del Congresso Mondiale delle Famiglie. Allarmate dalla diffusione di modelli che rischiano di sconfessare le conquiste raggiunte in questi anni sui diritti civili e sociali, minacciando l’avvento di una caduta libera nel passato e di un arretramento culturale pericolosissimo per un paese civile, come il nostro”.

Il deputato Vincenzo Spadafora ha dichiarato alle telecamere di Agorà, su Rai 3, che “le tesi del Congresso delle Famiglie di Verona non diventeranno mai azioni di questo governo”.

I gadget

Non sono mancati i gadget a rendere ancora più macabro un ambiente già impregnato di dichiarazioni – non solo proclamate sul palco del Congresso di Verona, ma anche urlate dalla folla dei sostenitori – degne di una mentalità medievale: feti di gomma della misura di un embrione di dieci settimane che al tatto sembrano veri, accompagnati dalla scritta “l’aborto ferma un cuore che batte”; portachiavi con piedini azzurri definiti da dieci settimane, anche se quella è la misura che raggiungono solo dopo tre mesi; la svista sembra essere stata corretta nelle spille con gli stessi piedini, ma dorati e classificati come di dodici settimane.

I depliant esibivano fotografie accompagnate dalle frasi “Sarà ancora possibile dire mamma e papà?”, “utero in affitto”, “venditore di seme”, “venditrice di ovulo”. Tra le altre, spiccava l’immagine di un bambino etichettato come “prodotto”.

Per l’occasione è stato anche scritto un libro a quattro mani, firmato dal Ministro Fontana e dall’economista Ettore Gatti Tedeschi, con la prefazione di Matteo Salvini: La culla vuota della civiltà. All’origine della crisi: il libro si oppone alla globalizzazione e alle politiche dell’Unione Europea, accusate di portare alla perdita dei valori identitari attraverso il multiculturalismo, e attribuendo la causa del calo demografico alla rivoluzione sessuale e all’emancipazione della donna.

Da qui uno spietato attacco – supportato da molti altri scritti di sostenitori del Congresso – alla legge 194, accusata di non aver perseguito nessuno dei suoi obiettivi. “Cos’è successo alle donne? Perché sono diventate così deboli e psichicamente fragili tanto che al primo sospetto di gravidanza vanno subito fuori di testa?”, ha scritto il giornalista Perfori. L’aborto, attraverso la legittimazione dell’“uccisione del proprio figlio in grembo”, riuscirebbe quindi a “curare le donne da questa malattia”, ovvero la fragilità femminile.

Sono davvero queste le idee che il Congresso di Verona ha portato avanti?

Gli interventi

Ad aprire la tre giorni è stato il leader del Family Day e organizzatore dell’evento Massimo Gandolfini, che fin dall’inizio non ha lasciato ambiguità sulla piega che gli interventi avrebbero preso. “L’aborto è l’omicidio di un bambino in utero, e la legge 194 è stata applicata soltanto negli articoli che permettono la soppressione di una vita e non in quelli che permettono la maternità”, ha esordito Gandolfini, toccando due dei temi che sarebbero stati protagonisti nei giorni successivi.

D’accordo è sicuramente l’esponente della chiesa ortodossa russa Dmitri Smirnov, che aveva già scatenato l’indignazione dell’opinione pubblica definendo “cannibali” le donne che decidono di interrompere la gravidanza.

L’intervento del prete però non ha riguardato solo l’aborto, ma ha presentato un altro tema costantemente dibattuto per tutta la durata dell’evento: il ruolo della donna.

Congresso di Verona

Come ci si può aspettare, le posizioni occupate dalla maggior parte dei presenti al Congresso sono state a dir poco tradizionaliste. L’obiettivo della discussione era ricercare la causa che ha portato la donna a uscire dalla sua condizione “naturale; la “propaganda che ha spinto la donna fuori casa instillando in lei pensieri nocivi”, per dirla con le parole di Smirnov.

Quale sarebbe quindi il posto riservato alla figura femminile, il gineceo del mondo e della storia? Secondo molti, Dio lo ha espressamente indicato: “Sulla questione uomo e donna ho sempre creduto che siano uguali, quello di cui parliamo è un Dio buono, un Dio di misericordia e non di condanna, ma allo stesso tempo crediamo in un Dio di ordine. Dio non discrimina la donna. Ma potrebbero esserci dei ruoli diversi“, ha dichiarato l’ex calciatore di serie A Nicola Legrottaglie, che con quel “ma” ad apertura dell’ultima frase anticipava già la direzione in cui il suo discorso si sarebbe diretto.

Il senso della famiglia oggi è un po’ sballato, ma nel momento in cui l’uomo torna a prendersi delle responsabilità, allora la donna non vede l’ora di fare quello per cui è stata creata. Dio ama la donna così tanto da non farle fare quello che per lei può risultare più faticoso. È ovvio che la donna sia più portata a prendersi cura dei figli, è nella sua indole.

Nicola Legrottaglie

John Eastman, politico repubblicano statunitense, ha seguito lo stesso percorso dichiarando che “le donne evangeliche hanno un tasso di natalità più alto di quello delle donne laiche”, e promettendo che “le ali più radicali contro la famiglia naturale presto saranno ricondotte verso la verità”. Lo stesso Eastman che aveva criticato le leggi di Obama riguardo alla concessione della cittadinanza ai figli di migranti.

Il laicismo non è stata infatti una tematica passata inosservata, come naturale in una situazione governata da ideologie di stampo religioso. Ed Martin, presidente dell’Eagle Forum, si è presentato con lo slogan “Make Europe Great Again”. Ha affermato che “gli Stati Uniti sono pronti a dare una mano per far di nuovo dell’Europa un grande continente in questi tempi così difficili“, contribuendo alla lotta contro la più grande minaccia che il vecchio continente si trova ad affrontare, appunto il laicismo. Non sono mancati interventi di stampo più complottista, come quello di Ignacio Arsuaga, presidente di CitizenGo: “I nemici della famiglia naturale sono infiltrati in tutte le istituzioni, come le Nazioni Unite, e controllano la maggior parte dei media. Vogliono controllare le nostre menti, la nostra società, vogliono zittirci. Sono i liberali laici“.

Ciò che il Congresso vuole salvaguardare dalle suddette minacce è la “famiglia naturale”, formata da un padre di sesso maschile e una madre di sesso femminile uniti in un legame matrimoniale, e finalizzata a garantire la continuazione della vita grazie alla nascita dei figli. Perché sarebbe proprio questa la condizione naturale dell’essere umano? Secondo il presidente di ProVita Antonio Brandi:

Nella famiglia composta da madre e padre, uniti biologicamente nel matrimonio, vi sarebbero meno casi di violenza contro le donne e i bambini, una maggiore salute fisica e mentale del minore, redditi più alti e una disoccupazione meno frequente.

Antonio Brandi

Viene spontaneo chiedersi il significato della prima parte della proposizione: ci sarebbero quindi più casi di violenza femminile in una famiglia composta da due donne? O forse in una composta da due uomini?

Il tema della salute dei figli è stato ripreso da Allan Carlson, che ha fatto parte della Commissione nazionale per i bambini nel governo di Ronald Reagan: “I bambini nati e cresciuti dai parenti biologici legati in matrimonio sono più felici e hanno più successo nella vita”. Ci si chiede anche la fonte di questi dati statistici. Salvini, durante il suo intervento, ha dichiarato che il suo dovere è appunto “difendere i diritti di coloro che non hanno voce”, ovvero i più piccoli.

Così è dunque come il mondo dovrebbe funzionare, almeno secondo i partecipanti sopra citati, dal momento che in passato la situazione è sempre stata questa. Qual è stato quindi l’elemento che ha cambiato le cose? Ignazio Giuseppe Terzo Yonan, patriarca della Chiesa Siro-cattolica, ha fatto risalire la causa alla rivoluzione sessuale degli anni Settanta, che “ha voluto far credere ai giovani che sono liberi, assolutamente liberi, che devono essere individualisti, che devono solo pretendere e chiedere il piacere nella vita”. I movimenti di quel periodo avrebbero quindi deviato lo stile di vita delle persone verso una condizione di degrado e incuria, condizionando in generale le nuove generazioni e in particolare le donne: con le “loro notizie martellanti hanno voluto farci credere che la donna è libera di scegliere e di disporre del feto in qualsiasi momento, che sia libera di scegliere di abortire”. Ecco che si fa ritorno all’aborto, tema di punta per quanto riguarda la libertà femminile. Il patriarca ha poi spostato il discorso sul multiculturalismo, definito come una minaccia: “Ci vogliono far credere che noi siamo preparati a accettare tutti, qualsiasi gruppo di persone, di religione, etnia o razza”.

Il dogma da rispettare non è quindi quello generale della religione, ma solo quello cristiano. Se molti degli interventi hanno presentato il laicismo come il problema, l’ostacolo da superare per tornare “alle origini”, non è mancato chi ha coinvolto anche l’Islam, obiettivo facile da centrare poiché preso costantemente di mira – non sempre a torto – in questi ultimi anni.

Si tratta del discorso di Matteo Salvini, che ha schernito le femministe accusandole di fingere di non vedere “il primo, unico, grande reale pericolo nel 2019, per i diritti, le conquiste sociali, la libertà di lavorare, di parlare, di studiare, di vestirsi come si vuole, che non è il Congresso Mondiale delle Famiglie ma è l’estremismo islamico e quella sub-cultura islamica per cui la donna vale meno che zero“. Quello di cui forse il Ministro dell’Interno non si rende conto è che sul palco del Congresso di Verona si sono susseguiti diversi interventi che non sembravano spingere per una donna libera, ma più verso un modello – con le dovute differenze – islamico.

Congresso di Verona

Così come islamico è il rifiuto per le coppie omosessuali, spesso presente nell’atmosfera della tre giorni, ma dal quale Salvini è sembrato prendere parzialmente le distanze: “Ognuno della sua vita privata fa quello che vuole, ognuno fa l’amore con chi vuole, figuratevi se voglio portare lo Stato in camera da letto di qualcuno.” Quello che all’apparenza non va bene al Ministro sono le famiglie costituite da due genitori dello stesso sesso: “I bambini sono gli unici che non devono essere tirati in ballo, che devono continuare ad avere una mamma, un papà e dei nonni, non un genitore 1 e un genitore 2“. “Mi sono domandato a chi nel 2019 in Italia e nel mondo può dare fastidio la parola mamma e la parola papà. Se a qualcuno dà fastidio la parola mamma o la parola papà il problema è suo, non è nostro“, ha continuato Salvini.

Non credo che qualcuno sia disturbato da questi termini, almeno fino al punto in cui “mamma e papà” non diventino le uniche parole ammesse. Allo stesso modo, a nessuno dovrebbero dare fastidio espressioni come “mamma e mamma” e “papà e papà”, ma a quanto pare il sistema non funzione se invertito.

La contro-manifestazione

Proprio per questo il movimento Non una di meno non è rimasto indifferente davanti a un evento del genere, e ha promosso per il 30 di marzo una contro-manifestazione a cui ha preso parte chi non si riconosce nelle idee antifemministe, anti-LGBTQI+ e antiabortiste espresse al Congresso. Secondo le stime, sono accorse da tutta Italia circa 20/30 mila persone.

Congresso di Verona

Davvero non può esistere una famiglia al di fuori del concetto di riproduzione? Non si tratta sempre di procreazione, anche se supportata da pratiche mediche e artificiali? E se non per mezzo di queste pratiche, che alternative rimangono alle coppie che non possono avere figli? Eppure queste domande non riguardano solo la sfera omosessuale, ma si possono applicare anche alla cosiddetta “famiglia naturale”: come viene classificata una coppia “naturale” che non può o non vuole avere figli? Sono stati questi i principali temi di scontro dei due cortei svoltisi contemporaneamente: quello dei sostenitori della “famiglia tradizionale” e quello di chi vuole dire “no”.

Significativo è stato anche l’intervento di Maria Gandolfini, figlia adottiva dell’organizzatore del Congresso di Verona:

Quando mi sono separata, mio padre mi disse che sarei andata all’inferno. E da quel momento non ha più voluto vedere i miei quattro figli. Noi siamo sette figli adottati. Mi ha fatto vivere nell’incubo per una vita, e tante cose non posso raccontarle, ma alla fine mi sono ribellata. Ma ora sono senza lavoro, ero la sua segretaria. Quando ho deciso di lasciare mio marito, mi ha licenziato.

Maria Gandolfini

Il corteo è stato sostenuto dalle sigle dei sindacati Cgil, Cisl, Uil, da organizzazioni femministe e da esponenti del Pd e dei Radicali, con la partecipazione ad esempio di Laura Boldrini, Monica Cirinnà e Livia Turco. “Siamo qui per manifestare la nostra libertà di pensiero, di espressione, di esistenza e resistenza ai tentativi neofascisti di ristabilire un etero patriarcato dove le donne vengono relegate a ruoli desueti, dove le persone Lgbt non avrebbero nessun tipo di diritto civile, dove il corpo delle donne viene definito in base alla capacità riproduttiva o meno. Quindi siamo qui per l’aborto libero, gratuito e sicuro, per l’educazione al genere e alle differenze nelle scuole, siamo qui perché siamo libere”, hanno dichiarato alcuni dei partecipanti.

Lo scopo del corteo non sembra, in fin dei conti, discostarsi così tanto dagli slogan adottati dal Congresso di Verona: volete salvare un cuore che batte? Allora perché non lasciate amare liberamente?

Clarice Agostini

(In copertina: Il Congresso Mondiale delle Famiglie)


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