Cultura

Grinfie invisibili

Globalizzazione – progresso di uno Stato o regresso di un sistema?

Dopo la scoperta, l’uomo connette. È qualcosa di intrinseco alla sua natura e al modo in cui la nostra specie è portata a progredire. Ormai non c’è angolo della terra che non sia stato interamente esplorato, eppure non abbiamo mai smesso di viaggiare, di ricercare, di rammendare continenti attraverso i fili del mercato, della tecnologia, dei trasporti e delle comunicazioni, per dare un senso unico a un pianeta come gli altri. Questo meccanismo spontaneo può essere considerato un sistema biologico di arricchimento umano e di stimolo all’evoluzione su tutti i piani, se definiamo connessione una relazione che si instaura tra due soggetti in precedenza indipendenti: ne sono esempi al livello conoscitivo gli scambi di informazioni che in uno stesso individuo uniscono gli organi percettivi a quelli intellettivi, oppure i legami che, quando acquisiamo più nozioni, si formano tra concetti differenti. Ma il medesimo schema interessa, in altro modo, anche l’ambito dei rapporti interpersonali, e non solo: ciò avviene anche all’interno del macrocosmo dell’avanzamento storico e tecnologico mondiale, per cui l’unione delle forze e la condivisione delle idee, possibili solo grazie alla comunicazione tra le parti in gioco, stanno alla base della produttività.

Alla luce di queste riflessioni la globalizzazione può essere letta in chiave positiva: sarebbe facile risolvere il problema del derivante rischio di conformismo culturale ribaltando la questione, e mettendo l’accento sullo stimolo alla competizione che la salvaguardia di quell’identità, condizione di esistenza di ciascuna nazione, comporta in risposta. Così si vede però il bicchiere mezzo pieno, quando, a pensarci bene, è solo riempito quanto basta a non sembrare vuoto.

Un simile processo associativo esisteva già prima che la mappatura terrestre venisse completata: si tratta antecedenti storici, ma dimostrano la tendenza dell’uomo a globalizzare, non solo nell’accezione costruttiva che il termine può assumere, cioè quella legata alla conoscenza e alla condivisione. Oggi questo meccanismo appare innocuo perché contiene una tendenza ancestrale ben più antica, velata tuttavia di civilizzazione. I grandi popoli di un tempo non connettevano, annettevano: il progresso era conquista, lo scambio un patto di ricatto in cui era avvantaggiato il più potente tra i contraenti. Dunque il pericolo della globalizzazione non è la perdita di identità culturale per semplice influenza o livellamento, bensì dalla lotta all’egemonia che ne è diretta conseguenza, e che vede due piani di azione in continuo scontro: quello degli sfruttatori e quello degli sfruttati. A separarli è una distanza colmabile solo con un’ovvia conflagrazione finale, ovvero una guerra dopo la quale il progresso risulta ugualmente distribuito solo perché manca da entrambe le parti.

Un discorso a favore della globalizzazione può essere valido se riportato all’interno delle relazioni tra nazioni parimenti ricche e sviluppate, ma quando il processo di interconnessione tra gli Stati coinvolti si inserisce in un contesto già destabilizzato, è inevitabile che a prevalere sulla parte “buona” di questo fenomeno sia il desiderio di superarsi sul piano economico. È il mercato che impedisce il progresso e favorisce l’omologazione e l’assoggettamento di molti Paesi a uno solo, è il mercato che porta a conflitti interminabili per il primato sul petrolio, è il mercato che, per non vanificare un simile sforzo, impone ai suoi clienti di servirsi di auto a benzina o a diesel quando i mezzi tecnologici per sviluppare e mettere in circolazione a prezzi normali auto elettriche sarebbero sufficienti – ma anche allora il problema non troverebbe soluzione, perché la maggior parte dell’elettricità che utilizziamo proviene da fonti di energia non rinnovabili.

Ci si potrebbe appellare alla “mano invisibile” di Adam Smith, e ammettere le disuguaglianze e le lotte in nome di un finale raggiungimento dell’interesse generale, di un totale positivo, risultato di una serie di somme e sottrazioni. La scusa è legittima, se ci vogliamo accontentare di una giustizia parziale ed escludere valori come l’uguaglianza dall’idea di sviluppo. Il progresso è insito nella storia, comunque la sua razionalità si manifesti in essa, sosteneva Hegel; ma la filosofia hegeliana parla di tesi, antitesi e sintesi, dove la sintesi non cancella l’antitesi, ma la conserva pur superandola: non possiamo affidarci a una sorta di determinismo e dimenticare così che il progresso nasce dalla crisi, dal conflitto, ma da un conflitto non violento, e che proprio in quanto “progresso” porta avanti, non indietro, al nulla prima di tutto. Bisogna fare differenza tra una globalizzazione determinata dalla sottomissione e una globalizzazione intesa come condivisione reciproca tra i popoli, l’unica possibile in termini di crescita umana. Altrimenti rischiamo di dare più valore a ciò che l’uomo ha inventato rispetto all’uomo stesso, rischiamo di diventare schiavi della realtà che ci siamo costruiti.

Elisa Ciofini

(In copertina Free-Photos da Pixabay)

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