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Cultura

Femminismo – Tra origini e modernità

“Il Femminismo è un movimento che sostiene la parità sociale, politica ed economica tra i sessi”.

Questa è la definizione estrapolata dal dizionario e tengo a chiarire il punto, in modo da partire tutti sapendo di cosa si tratti. Negli ultimi anni la parola è tornata a galla e molti ne parlano. Purtroppo, spesso in senso dispregiativo. Coloro, tra di noi, che si proclamano femministi (sì, anche gli uomini possono esserlo) vengono bersagliati da dozzine di commenti sarcastici, solitamente da parte di persone che non hanno la benché minima idea di cosa si stia parlando. Mi rendo conto che su un argomento simile sia facile creare confusione: come tutte le grandi cose, ha una storia lunga e articolata, ricca di sfumature e anche di contraddizioni, di diversità e di idee. Esso nasce dalle donne e per le donne, ma ormai ingloba così tante sfaccettature che, a mio parere, vederlo come un qualcosa di esclusivamente femminile, come continuano a fare molti, è limitante. Allo stesso tempo, viene coltivato e continua a crescere ogni giorno grazie a milioni di donne. In occasione dell’otto marzo, parlerò di femminismo partendo proprio dalle sue origini e ripercorrendo il suo cammino, nella speranza di aiutare, anche pochi di voi lettori, a fare chiarezza e magari vedere sotto una luce diversa i valori che porta.  

Le primissime tracce del femminismo sorsero insieme alla Rivoluzione Francese, grazie ad Olympe de Gouges e Mary Wollostonecraft, le quali scrissero le prime rivendicazioni per i diritti delle donne, principalmente il diritto al voto, ad un’istruzione ed all’indipendenza sociale. Ci volle circa un secolo però perché nascessero veri e propri gruppi, i quali manifestavano principalmente a favore del suffragio universale (in Inghilterra nacque il termine dispregiativo di suffragette), con scioperi, petizioni ed azioni di disobbedienza civile, talvolta anche violenta. Le donne che lottarono per l’acquisizione dei diritti basilari, fino ad allora negati, fanno parte della cosiddetta “prima ondata del femminismo”, a cui ne susseguiranno altre tre.

La seconda nacque parecchio tempo dopo, negli anni ’70 del ‘900, in America, e si concentrò sul raggiungimento di un’uguaglianza più effettiva all’interno della società, che rimaneva legata ad un modello tradizionale. Iniziarono quindi le manifestazioni per il diritto alla contraccezione, all’aborto, al divorzio e contro le molestie sessuali. Vennero fondati i primi consultori e le prime case per donne maltrattate.

In questo periodo nacquero associazioni femminili, attraverso cui le donne rivendicavano i loro diritti e la loro posizione sociale, anche all’interno dei sindacati, dissociandosi completamente da eventuali gruppi di uomini. Dentro al movimento stesso vi erano discrepanze e divisioni: le leader erano quasi tutte bianche ed eterosessuali e non ritenevano le istanze portate avanti dalle donne omosessuali e/o afroamericane pertinenti con il tema del femminismo. Per questa ragione si crearono diversi “sottogruppi”: le associazioni di donne lesbiche ed una corrente denominata Black Feminism, in cui venivano portate avanti le battaglie delle donne nere, che combattevano contemporaneamente contro il razzismo ed il sessismo.

Sarà con la terza ondata, durante gli anni ‘90, che questi gruppi si riuniranno sotto la grande etichetta di “femminismo”. Questo diverrà un movimento più unitario ed inclusivo, che tratterà di problemi presenti in gruppi di minoranze e che si batterà per una sessualità vissuta più liberamente e in maniera fluida da parte della società.

Solo con l’arrivo della quarta ondata, iniziata simbolicamente nel 2008, si potrà parlare di una reale intersezionalità: il femminismo odierno tratta sia di tematiche, per così dire, femminili, che legate al mondo LGBT+ o all’immigrazione, ma anche la questione della mascolinità tossica e del ruolo dei padri all’interno della famiglia. In generale, si può dire che guarda ad appiattire tutte le disparità presenti nel nostro mondo e si oppone a chi ancora sostiene un modello sociale basato sul patriarcato. Le sue istanze nascono soprattutto sui social network, la più famosa delle quali è sicuramente la campagna MeToo, di cui riprenderò a parlare tra poco.

Si può dire che, in tutta la sua storia, il femminismo sia stato un gruppo di lotta, che fosse contro il governo o la società. Per citare Giulia Blasi, autrice del libro “Il Manuale per Ragazze Rivoluzionarie”: “Se si è femministi, si è destinati a dare fastidio a qualcuno.”

In pochi si sono sentiti veramente attratti da questa corrente, un secolo fa come al giorno d’oggi. Gli uomini la squadrano da lontano e la trattano come un terribile nemico, mentre le donne, per cui pure è nata, la evitano e non vogliono venirne associate, come se fosse un qualcosa di vergognoso.

Una questione che tormenta molti è la ragione di tanto astio. A me piace pensare che il messaggio portato abbia una portata talmente grande da minare le certezze con cui siamo cresciuti. Sappiamo tutti che viviamo in una società patriarcale, anche se non ne parliamo mai. Una ragazza cresce sapendo che dovrà faticare di più per ottenere la stessa paga del suo collega e le verrà insegnato fin da bambina come e quando deve girare per strada. Ad un ragazzo non verrebbe mai in mente che il suo abbigliamento possa provocare attenzioni indesiderate, a meno che non si tratti di un outfit vistoso o “effeminato”, o che alcune parti del suo corpo debbano essere nascoste o, al contrario, valorizzate. Noi sappiamo perfettamente come la società, dai tempi degli antichi greci fino ad oggi, fa sentire le donne, anche i maschi ne sono consapevoli e per questo hanno paura.  Quando si è in una posizione privilegiata, si vive nel costante terrore di perderla, poiché si teme di vivere lo stesso trattamento riservato a chi quel privilegio non ce l’ha.

Secondo questo ragionamento, però, tutte le donne dovrebbero abbracciare il femminismo, invece molte lo allontanano come se fosse la peste bubbonica. Semplicemente, spesso è più facile stare nelle fila di chi ha il potere: se accetti le sue condizioni, ti dà lavoro e notorietà. Inoltre, talvolta non si vuole neppure ammettere di essere vittime di qualche genere discriminazione o molestia.

Prendiamo come esempio il movimento MeToo: è più facile riconoscersi nelle situazioni raccontate, sia pure da così tante donne, o è più facile non parlarne e aspettare che tutto passi da sé? Oppure, è più facile ammettere di aver avuto atteggiamenti molesti verso qualcuno, perché la società ci aveva insegnato che si poteva fare, o far finta di niente e additare chi protesta come “esagera”?

Il sessismo e il patriarcato, però, hanno due facce e colpiscono anche i maschi. Per esempio: se è compito delle donne occuparsi delle questioni domestiche, gli uomini non dovrebbero nemmeno prendersi cura dei loro figli. Se mostrare affetto fisicamente è “una cosa da donne”, i ragazzi non dovrebbero mai abbracciarsi tra amici. Per questo, la corrente femminista vuole liberare gli uomini da questo: mostrando che femminile non è brutto, che il rosa non è il colore dei deboli, anche i maschi con atteggiamenti più tipici delle femmine non saranno giudicati, anzi, saranno più sereni nell’esprimere loro stessi.

Il femminismo, perlomeno quello odierno in cui mi riconosco, non mira a rendere le donne superiori agli uomini e, a mio avviso, neppure a renderli uguali: spinge ad eliminare i privilegi, che siano di genere o di altro tipo. In una società che da millenni ti dice come ti devi comportare, a seconda che tu sia nero o bianco, gay o etero, uomo o donna, il femminismo si pone come obbiettivo di non creare stereotipi e di lasciare tutti liberi di esprimere la propria diversità. Non vuole renderci tutti uguali, come sostengono alcuni nostri esponenti politici; al contrario, spinge a diversificarci in modo che non esista più un canone di “giusto e sbagliato” o “bello e brutto”.

Per queste ragioni secondo me, citando Chimamanda Ngozi Adichie, “dovremmo essere tutti femministi”.

Alice Buselli

(In copertina rielaborazione grafica di b0red, da Pixabay, a cura di Davide Lamandini)

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