Cultura

Una stanza tutta per noi

Una parola muore / quando è detta / Dice qualcuno / Io dico che proprio / Quel giorno / Comincia a vivere.

-Emily Dickinson

Dicono che gli occhi siano una finestra sull’anima. E ci sono momenti in cui, oltre le tende delle iridi, il soffio di un pensiero scopre gli angoli nascosti di una vita rimpiattata. Solo l’osservatore attento però, quello che cammina con la testa per aria e che non crede alla terra su cui tutti invece poggiano saldi i piedi, è in grado di sbirciare l’attimo – e dicono anche questo, sì, che un attimo possa valere l’infinito. Le anime delle donne sono un dentro oltre quegli occhi che nel corso della Storia, quella con la “S” maiuscola, in pochi hanno avuto il coraggio di sbirciare. Ma anche un libro è una finestra sull’anima, una finestra che si apre e si chiude, come le palpebre: lasciano passare la luce, quando si aprono, perché le emozioni di un animo sensibile possono essere illuminanti, e perché un interno rinchiuso o solo inosservato è un esterno in cui sentirsi libere, in cui sentirsi se stesse; si chiudono al buio, quando riposano, per chiedere il silenzio del rispetto e il calore di un rifugio.

Sono innegabili i miglioramenti che ultimamente, in particolar modo nel mondo occidentale, hanno avvicinato l’universo femminile e quello maschile all’uguaglianza dei diritti e delle possibilità, eppure, parafrasando Virginia Woolf, le donne hanno spesso dovuto fare i conti con le proprie stanze, fossero esse costruite su muri fisici o su spettri che molti preferivano ignorare. Per il solo fatto di essere le “altre”, le diverse di fronte a una metà che esclude la restante – dentro o fuori. Ma non sempre le stanze hanno costituito un limite. In alcuni casi sono state il luogo di nascita di grandissime artiste, che hanno saputo vedere il mondo da prospettive alternative. Le prospettive che si possono avere solo guardando giù dall’alto di una finestra. E se è vero che anche i libri possono essere stanze, o occhi, molte scrittrici hanno donato la propria anima in opere che hanno segnato la letteratura. I quali la maggior parte delle volte sono stati delle rivelazioni, capolavori scoperti col tempo, magari solo dopo la morte delle loro autrici.

Si potrebbe allora parlare di Saffo che era confinata sull’isola di Lesbo, di Mary Anne Evans che si era dovuta serrare a chiave dietro lo pseudonimo maschile di George Eliot, di Anna Frank che aveva trovato il filo spinato a impedirle di crescere, o di tutte le scrittrici che non ebbero mai la fortuna di essere conosciute come loro. Ma in merito di stanze due autrici avrebbero da dire più delle altre. Emily Dickinson e Alda Merini, poetesse, vissero a cento anni di distanza l’una rispetto all’altra, agli opposti del globo (vennero alla luce rispettivamente nel 1830 a Amherst, Massachussets, e nel 1931 a Milano), eppure entrambe ebbero a che fare con forme di isolamento. Per la prima l’isolamento risultò volontario e probabilmente fu condizionato dalla ribellione alle regole di una società troppo severa per apprezzare il suo anticonformismo. Per la Alda invece fu una sorta di malattia che l’accompagnò per tutta vita e che iniziò ad eroderla piano piano da fuori con il successivo internamento in manicomio.

Emily Dickinson, seconda di tre fratelli, nacque in una famiglia borghese puritana da Edward Dickinson, avvocato, e da Emily Norcross. Frequentò l’Accademia di Amherst e il seminario femminile di Mount Holyoke, quest’ultimo soltanto per un anno però, al termine del quale interruppe gli studi, forse a causa del suo rifiuto verso l’orientamento fortemente religioso della scuola, che non condivideva. Da allora non si mosse più dal luogo natale se non per un viaggio a Washington nel 1855 e per alcuni soggiorni a Filadelfia, Boston e Cambridge. Anche la formazione di Alda, figlia di Nemo Merini e di Emilia Painelli, anche lei secondogenita, terminò prima del previsto: nonostante i voti alti ottenuti durante gli studi alla scuola primaria, Alda fallì nella prova di italiano necessaria per accedere al Liceo Manzoni di Milano.

Come fin da giovanissima la Dickinson trovò nella lettura e nella produzione di poesia uno sfogo alla consapevolezza di essere in qualche modo differente, così ben presto Alda si rese conto che il fatto di essere “nata il ventuno a primavera” poteva essere un problema. Già nel 1947, quando le fu diagnosticato un disturbo bipolare, trascorse un mese nella clinica di Villa Turro a Milano: in un’intervista del 2004 nella quale racconta della sua infanzia in periodo di guerra, delle miserie al tempo dei bombardamenti e della nascita del fratellino di cui fu lei ostetrica a soli dodici anni, allude alla sua fede nella “crudeltà di Dio”, un Dio “che ha creato persone deformi, senza fortuna”. Tre anni dopo l’internamento riuscirà a pubblicare i suoi primi componimenti con l’editore Scheiwiller, e stringerà amicizia con Salvatore Quasimodo.

Facendo di nuovo un passo indietro lungo quasi un secolo, si potrebbe dire che sin dall’infanzia la breve vita di Emily Dickinson fu segnata, a differenza di quella della Merini, da una serie di lutti che la impressionarono molto e che le instillarono nell’animo una forte paura verso la morte, intorno alla quale, di fatti, ruota il centro tematico di molte sue poesie. Abbiamo invece, testimonianza dei rapporti che mantenne a partire dall’abbandono del seminario grazie alla fitta corrispondenza epistolare intrattenuta con amici e parenti, un intero corpus di lettere, o meglio un condominio di tante piccole stanze fuoriuscite dal circoscritto perimetro di Amherst dietro al quale la poetessa americana si era misteriosamente barricata. La maggior parte dei suoi scambi con l’esterno riguardavano amicizie personali o conoscenze utili alla sua produzione letteraria, come il colonnello e scrittore Thomas W. Higginson, cui aveva chiesto un parere sui suoi scritti, ricevendone poi un giudizio di totale ammirazione di fronte alla sua grande sensibilità.

Emily Dickinson non si sposò mai, tuttavia molte sono le supposizioni degli studiosi a proposito dei possibili innamoramenti non ricambiati o comunque non realizzati che potrebbero aver influenzato la sua esistenza, ad esempio quello con il reverendo Wadsworth, o quello con Samuel Bowles, direttore di un giornale che pubblicò alcune sue poesie, o addirittura in tarda età quello con il giudice Otis Lord. Ad ogni modo, sappiamo che dal 1860 in poi la quantità di componimenti da lei scritti impennò vertiginosamente, in modo direttamente proporzionale a quanto il suo isolamento si andava inasprendo: alcuni sostengono che fu per la sua alienazione dalla vita sociale, altri per disturbi nervosi, altri ancora per patologie quali l’agorafobia e l’epilessia, ma comunque nel 1855 si confinò letteralmente entro le mura di una stanza, situata al piano superiore della casa paterna, fiduciosa nella ricerca della felicità ai quattro angoli della propria solitudine.

Si dice che i matti abbiano uno sguardo vuoto. Vuoto, perché le persone costruiscono muraglie pur di non addentrarsi dentro ai ripostigli dei loro occhi. È il vuoto del buio, non del nulla, è il vuoto di una pupilla che vede il sole a strisce bianche e nere, da dietro la finestra di una cella “tutta per sé”, ovvero senza nessun altro. E senza nessuno ci si trova a fronteggiare le ombre che si annidano dietro gli stipiti delle porte e le creature da noi create contro di noi. Noi, che come Frankenstein dei nostri alter-ego, forse tremiamo così forte proprio perché quei figli ci assomigliano così tanto. Allo stesso modo, per Alda, in seguito al primo matrimonio con Ettore Carniti, iniziò un periodo difficile. Le figlie, che furono allontanate dai genitori e affidate a nuove famiglie, ricordano sul sito dedicato alla madre come il padre a volte si fosse dimostrato violento nei confronti di Alda, che tuttavia lo amava e si struggeva per questo rapporto distorto. La donna venne internata più e più volte in manicomio, dove fu sottoposta a torture e soprusi di ogni genere. La frustrazione di quei momenti sarebbe sfociata più avanti nel lamento unisono delle poesie de La Terra Santa, le “creature” con cui si aggiudicherà il Premio Librex Montale nel ’93. Dopo la morte di Carniti, nel 1984 si risposò con il poeta ed ex cardiologo Michele Pierri, insieme al quale poi si trasferì a Taranto. Lì venne ricoverata sempre per problemi neurologici nel 1986, stesso anno in cui uscì la sua prima opera in prosa, L’altra verità. Diario di una diversa. Tornò poi, d’improvviso, la serenità, quando Alda si ristabilì a Milano, una volta che ormai aveva raggiunto una certa fama letteraria. Le figlie, sempre sul sito dedicato alla madre, descrivono così il periodo: “continua a vivere come una clochard nella casa dei Navigli, in un passato sepolto sotto mille oggetti accumulati nel tempo, in una casa piena di libri, quadri e fotografie, dove i muri divengono la rubrica su cui scrivere i numeri di telefono, ed il pavimento è un mosaico di sigarette spente… un rifugio, nella foschia dei Navigli, per artisti, barboni o squattrinati, che le facevano visita.” Da allora pubblicò molte raccolte, tra cui Vuoto d’amore, La pazza della porta accanto e Ballate non pagate.

Emily Dickinson morì di malattia, di enjambement, di trattini e di altri singhiozzi irriverenti il 15 maggio 1886. Solo dopo il decesso fu riconosciuto il valore della sua opera: delle 1800 poesie riscoperte dalla sorella unicamente 7 le erano state già pubblicate. Alda Merini invece si spense dieci anni fa a Milano, l’1 novembre 2009.

Al giorno d’oggi, se da una parte sono state superate alcune delle forme di disparità che un tempo impedivano alla donna di considerarsi al pari dell’uomo, è anche vero che spesso siamo ciechi di fronte alle strumentalizzazioni cui la società dell’immagine sottopone il corpo della donna: anch’esso è considerabile come una stanza, un confine che separa il dentro dal fuori, e alla stessa maniera delle altre va protetta, perché può essere un simbolo di indipendenza così come trasformarsi in una prigione imposta. Dire che Emily e Alda furono solo esempi di ciò che tante altre donne hanno fatto e che hanno vissuto o addirittura sofferto, sul grande palcoscenico dell’arte internazionale o dall’alto di un balcone di un appartamento, sarebbe riduttivo, come in fondo è riduttivo il trattamento che riservano i libri alla Storia. Possiamo dire al contrario che sono un esempio di ciò che tante altre donne possono fare e del coraggio che possono avere. Le guerre si decidono nelle stanze degli strateghi, ed Emily e Alda hanno combattuto contro l’assedio delle paure altrui verso il diverso e di quelle proprie verso se stesse, serrate nelle stanze della loro libertà, armate di inchiostro e della propria femminilità. Hanno messo nero su bianco opere che sono gli occhi di cui nessuno si era accorto. Occhi che si aprono e chiudono nel battito di una farfalla, che contengono l’energia per “scatenar tempesta” e spiccare il volo come “quella cosa con le ali” che è la Speranza. Ma le farfalle a volte, come tutti, possono essere fragili, e mirare al cielo ma finire per bruciarsi su una lampada. Devono aprire gli occhi e capire che è proprio il loro sguardo a possedere la luce del sole.

Se la mia poesia mi abbandonasse / come polvere o vento, / se io non potessi più cantare, / come polvere o vento, / io cadrei a terra sconfitta / trafitta forse come la farfalla / e in cerca della polvere d’oro / morirei sopra una lampadina accesa, / se la mia poesia non fosse come una gruccia / che tiene su uno scheletro tremante, / cadrei a terra come un cadavere / che l’amore ha sconfitto.

Alda Merini

Elisa Ciofini

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