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Musica italiana in radio

Dopo l’ultima edizione del Festival di Sanremo, è arrivata una proposta da parte della Lega per le quote radio: una canzone su tre dovrà essere italiana. Dice Alessandro Morelli, presidente della Commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera: «Intendiamo puntare sulla nostra musica, dare spazio agli esordienti, tutelare la nostra tradizione. La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici vincono rispetto alla musica. Mi auguro, infatti, che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività italiana e soprattutto sui nostri giovani».

Morelli è, infatti, il primo firmatario di una proposta di legge sulle “Disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana” che prevedrebbe che le radio italiane riservino almeno un terzo della loro programmazione alla «produzione musicale italiana». In più, una quota «pari almeno al 10 % della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana» dovrebbe essere «riservata alle produzioni degli artisti emergenti». Nella proposta, si dice poi che la vigilanza sulla applicazione della legge sarà affidata all’Autorità la quale potrà, in caso di «reiterata inosservanza delle disposizioni», sospendere l’attività radiofonica «da un minimo di otto ad un massimo di trenta giorni».

Al Bano Carrisi ha preso parte esprimendo tutto il suo sostegno. Il cantante ha detto espressamente che, secondo lui, bisognerebbe dare maggiore spazio ai brani italiani rispetto a quelli stranieri. Il cantante pugliese ha dichiarato che Morelli è stato fin troppo blando: «Solo una canzone italiana su tre è poca cosa. Almeno sette su dieci! Bisogna fare come in Francia dove le radio trasmettono il 75% di musica nazionale e il 25% di musica straniera. Occorre tutelare di più la nostra tradizione, come fanno gli altri Paesi».

Una proposta che richiama l’esempio già utilizzato da tempo in Francia, dove dal 1994, con l’approvazione della legge Toubon sull’uso e la promozione della lingua francese in tutti i contesti, le radio transalpine sono obbligate a trasmettere musica francese per il 40% della programmazione giornaliera.

Peccato che la proposta, qualora dovesse diventare legge ed essere applicata, avrebbe come effetto la diminuzione delle canzoni italiane trasmesse, oggi al 45% del totale.

Sembrerebbe un paradosso quello della «radio sovranista», progetto sul quale il parlamentare si augura di «raccogliere il maggior numero di firme tra i gruppi». E non è escluso che accada, considerando che un progetto simile era già stato proposto da Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali del Centrosinistra.

Censura o ventata di novità? Purtroppo non è la prima volta che succede una cosa del genere.

«A poco a poco è nata una musica leggera nostra in cui una certa vena melodica è risorta sullo sfondo ritmico che ha invaso il mondo compresa la Germania e il Giappone e quindi si tratta, insistendo, di avvicinarsi sempre di più a un tipo di musica nostra»; «[si tratta] di italianizzare il tipo della musica leggera corrente, quella di creazione italiana che ha ripreso la sua via di espansione e si diffonde un po’ dappertutto». A dirlo è Alessandro Pavolini, ministro della Cultura Popolare dell’Italia fascista dal 1939 al 1943, in un rapporto ai giornalisti finalizzato alla promozione e al rilancio della «musica leggera nostra», italiana, quella insidiata dai ritmi «degli americani e degli inglesi».

Nei momenti di massimo splendore, il regime fascista arrivò a proibire la musica di «ebrei e negri». In realtà, “protezioni” sulla produzione musicale nazionale affiorano anche nella storia della Repubblica: lo stesso festival di Sanremo nasce, nel 1951, con l’obiettivo di supportare la canzone italiana contro «l’influsso della musica popolare afro-americana e ispano-americana».

Tanto le politiche culturali del Fascismo quanto quelle della Rai del dopoguerra che portarono alla nascita di Sanremo si fondavano sul revival di alcuni presunti caratteri nazionali “puri” della canzone che non sono mai esistiti. I brani di oggi non fanno eccezione: non c’è alcuna analisi musicale che possa dimostrare che Ultimo abbia portato a Sanremo un brano “più italiano” di quello di Mahmood. L’italianità in musica è costruita attraverso stereotipi, non è un fatto etnico.

Dovrebbe far riflettere soprattutto la sovrapposizione forzata tra una presunta “tradizione” e la “produzione nazionale”, che mescola un pericoloso discorso ideologico e nazionalistico con una questione economica e di sviluppo industriale.

Non si capisce se la proposta sia o meno legata alla vittoria di Mahmood, cosa che, nel caso, farebbe pensare a una ideologia razzista. Mahmood, a dispetto delle origini arabe, è italiano. Il suo brano sanremese è co-firmato con due produttori italiani, Dardust (Dario Faini) e Charlie Charles (Paolo Alberto Monachetti) ed è cantato in italiano, salvo una breve frase in arabo. Quindi Morelli starebbe mescolando degli ambiti diversi: l’idea di italianità, di tradizione e la questione della produzione nazionale.

Di per sé, l’idea di sostenere l’industria musicale nazionale non è sbagliata. D’altro canto, l’imposizione di quote radiofoniche avrebbe certo degli effetti. Le radio sono in buona parte aziende private, e giustamente hanno diritto di lavorare sulla propria programmazione con una certa autonomia. Le radio pagano i diritti su quanto trasmettono; se i detentori dei diritti sono italiani, i soldi rimangono in Italia e il settore cresce.

Tuttavia non dovrebbero servire “quote di italianità” per definire passabile in radio un brano ma servirebbe lasciare spazio ad artisti più sconosciuti, indipendentemente dal loro passaporto.

Claudia Sarrubbi

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