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Storia

Tiro alla fune – Storia del muro di Berlino

Tiro alla fune

Al giorno d’oggi non sono pochi i capi di stato che sostengono di voler difendere i confini delle proprie nazioni dalle presunte – a detta loro – “minacce” che provengono dall’esterno: basti pensare a Donald Trump, presidente degli USA, che è intenzionato ad alzare una barriera al confine con il Messico per impedire ai cittadini quest’ultimo di immigrare negli Stati Uniti in cerca di uno stile di vita migliore, a Matteo Salvini, ministro dell’Interno italiano, che ha deciso la totale chiusura dei porti alle navi che trasportano migranti provenienti dal Nord Africa, suscitando molte polemiche, o anche a Viktor Orbàn, primo ministro ungherese, che una barriera al confine con la Serbia l’ha già fatta costruire. Ma la barriera di cui tratteremo oggi è stata costruita per una ragione ben diversa, ovvero quella di non fare uscire i cittadini dalla propria nazione, la Germania Est: si tratta del Muro di Berlino.

Il muro della vergogna

Il Muro di Berlino, in tedesco Antifaschistischer Schutzwall, barriera di protezione antifascista, è stato un complesso edificato durante la Guerra Fredda dall’Unione Sovietica sul confine che separava la sfera d’influenza russa da quella alleata. Il suo scopo era impedire la libera circolazione dei cittadini dall’Est verso l’Ovest e tuttora è considerato il simbolo della cortina di ferro che separava le due Germanie.

Sopra “Il muro di Berlino“, immagine di bentnielsen, da Pixabay

La sua costruzione fu ultimata nel 1961 e consisteva in una cinta muraria alta circa tre metri con del filo spinato sulla sommità, in modo tale che fosse impossibile scavalcarlo. In seguito, la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) fece sviluppare diversi tipi di sistemi di sicurezza, fino a rendere la fortificazione non più un semplice muro, ma una vera e propria rete di trappole. Fino al 1989, data del suo crollo, furono aggiunti: una rete di segnalazione, delle recinzioni di contatto e una protezione anti-intrusione, delle torri di avvistamento dotate di fari, un tracciato illuminato, una via di passaggio per permettere alle truppe di sorvegliare la zona, una linea di controllo e uno sbarramento anteriore. Inoltre si iniziò a pensare di potenziare ulteriormente il muro con sistemi high-tech di ultima generazione, come ad esempio dei rilevatori a infrarossi.

Preludio di un lungo conflitto

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, con la caduta del regime Nazista, le potenze vincitrici, ovvero URSS, USA, Francia e Inghilterra, che avevano occupato la nazione, raggiunsero un accordo su come ripartirsi il territorio alla Conferenza di Jalta. I problemi tra Stati Uniti e Unione Sovietica iniziarono quando nel 1948 il presidente statunitense Truman si rifiutò di far pagare alla Germania Ovest i danni di guerra che spettavano all’URSS, nonostante questi ultimi non rientrassero negli accordi del Patto di Potsdam, e decise anche di introdurre un nuovo Marco tedesco.

I sovietici non furono d’accordo e risposero di conseguenza con un Blocco, chiusero le vie d’accesso ai settori alleati, tagliando la rete elettrica, i collegamenti stradali e ferroviari, privarono il paese dei beni primari necessari per vivere: fu allora che Lucius D. Clay, governatore militare statunitense, organizzò un ponte aereo per consegnare dall’alto dei viveri ai berlinesi a est. Per la prima volta emerse il conflitto tra gli ideali del Comunismo e del Capitalismo, che portarono il mondo sull’orlo di una nuova guerra: gli effetti di questo clima si tradussero in una rivolta, in cui molti cittadini tedeschi persero la vita scontrandosi con i militari russi il 17 Giugno 1953.

Il governo della DDR non riusciva a convincere i propri cittadini, in particolare quelli più giovani, che il comunismo fosse un sistema migliore del Capitalismo: dal ’49 al ’61, circa un sesto degli abitanti a Berlino Est aveva lasciato il paese, sia che fosse per motivi politici e personali sia che fosse per cercare un migliore stile di vita.

A causa dell’emigrazione di massa, il governo decise definitivamente di barricare la propria parte di Germania dietro una cortina di ferro e la costruzione del muro fu inevitabile.

Sopra “John Fitzgerald Kennedy“, immagine di skeeze, da Pixabay

La presa di posizione

Tra maggio e agosto del 1961, dopo difficili negoziati portati avanti dalla DDR e dall’URSS, iniziò la costruzione del Muro di Berlino, nonostante prima ci fosse stata una smentita da parte del presidente tedesco Ulbricht in merito alla questione. Il 13 Agosto del 1961, durante la notte, Polizia e Armata Popolare sbarrarono le vie d’accesso a Berlino Est, come era avvenuto durante il Blocco del ’49. Alla notizia, che si stava propagando in tutto il mondo a macchia d’olio, la reazione della Repubblica Federale Tedesca (BRD) e degli Alleati fu estremamente contenuta poiché l’obiettivo principale era quello di evitare un conflitto, tanto che giunsero addirittura a giustificare ciò che stava succedendo. Lo stesso J.F.Kennedy, diventato presidente degli USA proprio in quell’anno, ammise che l’unica alternativa di risposta alla DDR sarebbe stata la guerra.

Un tragico risveglio

I berlinesi furono colti alla sprovvista dalla presenza della barriera, ma si resero ben presto conto dell’entità del blocco. Infatti, quando il muro era in fase embrionale, costituito solo da pareti in cemento ad altezza d’uomo, iniziò l’esodo di migliaia di tedeschi dall’altra parte: emblematico fu il caso di “Nonna Schultz”, una vecchietta che si arrampicò sul cornicione del proprio appartamento nel tentativo di fuga, la cui foto fece il giro del mondo: di fatto, durante le fasi costruttive, la DDR si preoccupò poco di dove il cemento venisse posto e dunque il muro finì per bloccare le entrate di diversi edifici, costringendo la gente che li abitava a entrare e uscire dalle porte sul retro.

Naturalmente il popolo non mancò di far sentire il proprio dissenso, e persino Willy Brandt, sindaco di Berlino Ovest, tentò di fermare questo folle gesto facendo pressione su J.F. Kennedy e accusando l’inerzia dei paesi alleati.

La tensione tra le due superpotenze che controllavano il territorio tedesco divenne critica quando, nell’Ottobre del 1961, presso il Checkpoint Charlie, si ritrovarono radunati carri armati statunitensi e sovietici gli uni davanti agli altri, pronti a far fuoco in qualsiasi momento. Fortunatamente la situazione si risolse senza alcuno spargimento di sangue: se anche un solo soldato si fosse permesso di sparare, le conseguenze sarebbero state catastrofiche.

Vivere dietro le mura

Però, seppur fosse difficile stare dietro la cortina di ferro, la vita dei berlinesi est si stava via via sempre più normalizzando e la popolazione si abituava sempre di più al mostro di cemento che li opprimeva: ciò che alleggeriva di più il clima erano alcuni permessi che venivano concessi ai cittadini dell’ovest per entrare nella DDR, in modo tale che potessero visitare i propri amici e parenti. Agli angoli delle cinta murarie, inoltre, furono allestiti campetti da gioco e aree disponibili in cui alcuni animali erano liberi di pascolare.

I berlinesi dell’est non potevano lasciare comunque lo stato, nonostante le agevolazioni messe a disposizione del quieto vivere, e ciò spronò molti a tentare disperate corse dall’altra parte: sono stati registrati circa 5.000 tentativi di fuga. Queste ultime venivano organizzate con ogni sorta di stratagemma possibile, ci fu chi modificò le proprie automobili, chi si nascose in valigie appositamente tagliate e poste vicine le une alle altre nei bagagliai per permettere il trasporto di una persona, chi tentò di scavare gallerie sottoterra e chi costruì velivoli artigianali per oltrepassare il muro.

L’inizio della fine

La svolta che avrebbe portato al crollo del Muro di Berlino avvenne quando Andropow Mikail Gorbachov fu eletto segretario del Partito Comunista sovietico nel 1985, che riconobbe le criticità in cui versavano gli stati aderenti al Patto di Varsavia, stipulato nel ’55 contrapposto al Patto Atlantico.

Lui promise una politica di fioritura economica e la fine della Guerra Fredda cosa che però, a causa di opposizioni interne alla DDR causate dal neo-presidente Honecker, si fece attendere. Ma d’altro canto, i paesi del blocco sovietico erano disperati: l’Ungheria fu il primo stato che decise di rompere la cortina di ferro al confine con l’Austria, permettendo la fuga di 13.000 tedeschi dell’est.

La fine giunse quando Honecker si dimise dalla carica di presidente il 18 Ottobre del 1989, a causa di errori fatali fatti con il ministro degli esteri di Bonn, capitale della Germania Ovest in merito alla questione degli espatriati: ciò danneggiò pesantemente l’immagine della Germania comunista.

Il 9 Novembre a Gunter Schabowski, ministro della propaganda della DDR, fu recapitata la notizia che il Partito Comunista aveva preso la decisione di concedere permessi di passaggio ai berlinesi est per andare dall’altra parte, ma non gli dissero come diffondere il comunicato: egli disse semplicemente che, per accontentare i loro alleati, i posti di blocco sarebbero stati aperti.

Come sentirono la notizia, tutti i cittadini assaltarono le entrate del muro e i sorveglianti, colti alla sprovvista dall’immane folla, alzarono davvero le sbarre, permettendo il passaggio e, siccome ormai la cortina di ferro era formalmente caduta, tutti i presenti si armarono di picconi e martelli e distrussero definitivamente le cinta murarie. Fu così che iniziò la riunificazione della Germania.

Una parete, una cultura

Non tutto il Muro di Berlino fu abbattuto, la parte che era ancora rimasta in piedi divenne un monumento per la cultura tedesca, tutt’oggi visitabile alla East Side Gallery: nel 2009, l’anno del ventesimo anniversario dal crollo, furono chiamati degli street-artist da tutto il mondo per dipingere la parete del muro, rendendo quest’ultimo un vero e proprio mosaico di cultura. Divennero celebri alcuni di questi murales, come ad esempio il bacio tra Leonid Breznev ed Erich Honecker e “Test the Best”, in cui è ritratta una Trabant che sfonda la parete, con la data del crollo incisa sulla targa. Simbolico anche il concerto tenuto il 21 Luglio del ’90 da Roger Waters, bassista dei Pink Floyd, che si esibì con l’album The Wall.

Sopra “Graffiti muro di Berlino“, immagine di Caro Sodar, da Pixabay

Leonardo Bacchelli

(In copertina MariaTortajada, da Pixabay)

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