Cultura

La verità e altre bugie dell’era digitale

“Voleva trovare la verità, e la cercava con un’ansia appena paragonabile al terribile timore di trovarla, sospinta da un vento incontrollabile più imperioso della sua alterigia congenita, più imperioso persino della sua dignità: un supplizio affascinante.”

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera

L’uomo si distingue dagli altri esseri viventi per la capacità di pensare, o meglio, per la consapevolezza di ciò che pensa. Le informazioni che acquisiamo con i sensi dal mondo esterno vengono elaborate attraverso un processo di cui siamo perfettamente consci, proprio perché siamo noi stessi a dirigerlo. Si potrebbe dire che l’uomo sceglie ciò a cui credere e ciò a cui non dare credito: l’essere umano giudica. Per compiere questo processo di discernimento del vero dal falso si devono confrontare le informazioni ricevute con criteri ritenuti universalmente validi, l’insieme dei quali costituisce la Verità. Uso qui la maiuscola per sottolineare l’unicità della verità che, per definizione, è una sola. Il problema che si presenta ora all’uomo è quale sia questa Verità.

L’essere umano si pone questa domanda fin dai tempi antichi, quando la curiosità e l’esaltazione della sapienza diedero il primo impulso allo sviluppo del pensiero filosofico. Il concetto di verità fu da subito uno dei temi principali trattati dai filosofi. Innanzitutto si definirono due aspetti distinti attraverso i quali studiare la verità: quello ontologico, che consiste nella sua identificazione e definizione; quello gnoseologico, ovvero l’individuazione dei criteri per conseguirla. Bisognava innanzitutto concentrarsi sul primo aspetto. Ebbe così inizio una corsa alla definizione più corretta, più precisa, più specifica, una gara che si è protratta fino ai giorni nostri, con scarsi risultati.

Una delle prime definizioni fu enunciata da Parmenide: “L’essere è e non può non essere. Il non essere non è e non può essere”. Il filosofo presocratico introduce quindi i criteri di identità e non contraddizione. Seguendo la sua linea di pensiero, si può concludere dunque che tutto ciò che sia conforme a questi due principi, ovvero ciò di cui possiamo provare l’esistenza, sia vero. Definizione questa che – dopo averla letta lentamente per una decina di volte – non può che sembrare inattaccabile. Applicandola all’aspetto gnoseologico del vero, però, il problema si ripresenta: come provare che l’oggetto della mia analisi esiste o meno?

Parmenide sta alla base della maggior parte dei pensatori greci, tra cui Platone e, di conseguenza, il suo allievo Aristotele. Fu quest’ultimo ad affermare che “dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso” e che “dire di ciò che è che è, o di ciò che non è che non è, è vero”, una complicazione della definizione che aveva già fornito il presocratico che introduce, però, un elemento fondamentale: il soggetto.

Fino a quel momento, la verità era considerata un’esclusiva dell’oggetto che si prendeva in esame. Ora invece essa dipende anche da noi, che la affermiamo o la neghiamo. La verità si trova quindi a esistere solo quando qualcuno ne fa uso.

La distinzione tra soggetto e oggetto diventa cruciale in due ideologie filosofiche fra loro contrapposte, Epicureismo e Stoicismo. Secondo Epicuro, la verità coincide con il mondo sensibile: i sensi non sono quindi che un tramite attraverso i quali ci è mostrato il vero, che risiede però nel mondo esterno, ovvero nell’oggetto. Secondo gli stoici, invece, sta all’uomo, al soggetto, giudicare il mondo esterno e dare ad esso l’assenso.

Questa distinzione si affermerà sempre di più nel corso della filosofia moderna con il faccia a faccia tra Illuminismo e Idealismo. Secondo gli Illuministi la verità sta al di fuori del soggetto, nel mondo, e il nostro compito consiste solo nel trovare attraverso la ragione – sempre se ne siamo capaci – gli strumenti adatti a raggiungerla. Secondo gli Idealisti, invece, il vero sta dentro di noi: dobbiamo quindi prima di tutto conoscere noi stessi per raggiungerlo. In questo periodo, grazie al progresso scientifico, l’aspetto gnoseologico passa in primo piano: tutto confluisce nel come, non nel cosa. Aprire la disputa tra Kant e Hegel sarebbe come scoperchiare il vaso di Pandora. Basti dire che, come chiunque altro tra i filosofi e non, entrambi erano convinti del proprio metodo, della propria Verità.

È esattamente questo il problema della verità: il suo essere si ritorce contro la sua essenza. Mi spiego: per verificare che qualcosa sia vero, bisogna confrontarlo con qualcos’altro di cui abbiamo già accertato la verità. Si potrebbe andare avanti così all’infinito, confrontando e dimostrando, avvicinandoci sempre di più alla Verità con la maiuscola senza mai raggiungerla. L’unico metro di giudizio che ci resta sono le nostre certezze: ciò che è certo è anche vero, viene spontaneo pensare. Ebbene, non è così, almeno secondo la definizione che Karl Popper dà di verità e certezza: la prima è la possibilità oggettiva di raggiungere il vero, la seconda la consapevolezza soggettiva di averlo raggiunto. Ora la differenza è evidente, ma nonostante tutto continuiamo a confondere le due cose.

Nel nostro quotidiano, la verità è una questione di fiducia: dobbiamo fidarci di ciò che gli altri ci offrono come vero e dobbiamo fidarci della nostra capacità di giudizio. La maggior parte di noi, però, non dispone di mezzi consolidati per verificare direttamente la verità di ciò che ci circonda, ed è per questo che il rischio di una fiducia mal riposta è altissimo. Questo rischio, se attuato, causa il disorientamento delle nostre certezze, ovvero il nostro metro di giudizio, e di conseguenza manda in tilt il nostro cervello, settato su parametri di riconoscimento del vero alterati.

È esattamente ciò che accade quando, al primo dubbio, digitiamo qualche parola su Google e cerchiamo certezze nel web. Poi clicchiamo sulla prima pagina che compare – la prima è quella che hanno visitato più persone, quindi deve essere la più affidabile – e diamo una rapida scorsa soffermandoci sulle parole in grassetto. Nella nostra mente si sta formando una certezza che sarà alla base dei nostri ragionamenti futuri riguardo all’argomento. Siamo così entrati in quella che tecnicamente si chiama una camera dell’eco: tutte le informazioni non compatibili con la certezza prodotta da quelle poche parole vengono screditate, mentre le stesse idee sono ripetute e amplificate all’infinito.

Com’è facile immaginare, la crescente diffusione dei social network sta rinchiudendo sempre più individui all’interno di queste camere, condannando la Verità a una morte sociale.

Credo che la questione si possa illustrare in poche parole ricorrendo all’etimologia (d’altra parte, per spiegare il presente bisogna sempre dare uno sguardo al passato): la parola che in greco antico significa verità è αλήϑεια (aletheia), che letteralmente significa togliere il velo. L’aggettivo vero, αληθής (alethes), si può tradurre con svelato. La mia domanda ora è: come fa la verità a essere svelata se si nasconde dietro lo schermo di un computer o di uno smartphone?

I social network sono una contraddizione costante: sono nati per dare la possibilità di aprirsi al mondo, di condividere e di esprimere se stessi, con l’apparente controindicazione di diventare quasi trasparenti agli occhi degli altri. In realtà questa trasparenza non è altro che un vedo-non vedo dove ciò che è messo in mostra non siamo noi stessi ma ciò che vogliamo mostrare di noi stessi. Usiamo il web per cercare ciò che non conosciamo, per informarci, ma siamo i primi a sputare sentenze tramite i nostri post e le nostre condivisioni. Siamo allo stesso tempo l’ignorante (inteso nel senso stretto del termine di colui che ignora la verità) e la fonte del sapere, con la conseguenza che ci sentiamo contemporaneamente lettori disinformati e onnisapienti scrittori.

La curiosità tipica dell’uomo e la sua impulsività – sviluppatasi in un’epoca dove tutto corre così velocemente che non c’è più tempo per fermarsi a pensare – ci spingono a cadere nella trappola che noi stessi tendiamo. “La verità è una trappola” scrive Kierkegaard “non riesci a ottenerla senza rimanere catturato; non puoi ottenere la verità in modo tale che tu la afferri, ma solo in modo tale che essa afferri te”. Tuttavia, preferiamo essere catturati che non sapere, preferiamo conoscere il falso che non conoscere affatto. Ci nutriamo dei nostri stessi errori, che diventano automaticamente le nostre verità. Questo l’aveva già capito Nietzsche quando disse: “Cosa sono in fondo le verità dell’umanità? Sono gli errori irrefutabili dell’umanità”. Questa brama di conoscere affiancata dalla tendenza a predicare accompagna l’uomo fin dalle sue origini, e nel corso della storia ha cercato una via sempre più efficace per affermarsi. E forse, finalmente, l’ha trovata.

Clarice Agostini

(In copertina 412designs, da Pixabay)

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