Cultura

L’ultima lezione di Hannah Arendt

«Le azioni erano mostruose ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso»

Hannah Arendt, “La banalità del male

Ancora un’altra volta

Sono passati solo quattro giorni dall’annuale Giornata della Memoria, in cui ricordiamo il momento culmine della Seconda Guerra Mondiale, quello della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, preso comunemente come simbolo della tragedia dell’Olocausto e, più in generale, come esempio della violenza che un uomo è in grado di compiere nei confronti di un altro uomo. Sono passati solo quattro giorni e già nuove notizie di cronaca hanno messo da parte il triste teatrino dei messaggi di cordoglio e ricordo sui social, dei post condivisi su Facebook e dei più o meno lunghi e “sentiti” discorsi dei politici che hanno monopolizzato la Giornata con l’ovvietà delle loro parole, tutte uguali, identiche a quelle dell’anno scorso, le stesse inutili parole di cui si riempiranno la bocca tra trecento sessantuno giorni, come sempre. Come al solito. Fuori dalla finestra intanto il freddo dell’inverno sta lentamente lasciando il posto alla pioggia lieve di inizio primavera, i giorni si stanno allungando, la luce del sole – anche se ancora timida – torna a baluginare dopo una notte così tanto lunga. E sarebbe bello addormentarsi la sera davanti al camino leggendo un buon libro e svegliarsi la mattina con il sole già alto in cielo e in basso, nel cuore, solo un vago ricordo lontano di quello che è successo nel frattempo. Come incubi, ombre di un passato su cui non ritorneremo. Sì, sarebbe bello, ma intanto la vita va avanti. I giorni si srotolano sotto i nostri occhi senza soluzione di continuità, la storia passa e il tempo scorre. Come sempre. Ancora un’altra volta.

Il lungo epilogo

Quando, nel 1945, gli Alleati si ritrovarono a dover giudicare i principali responsabili degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, decisero di istituire un processo che sarebbe poi passato alla storia con il nome della cittadina tedesca, nel nord della Baviera, dove si svolse: Norimberga. L’intento era giudicare tutti coloro che, vivi, morti o fuggiti altrove, fossero stati in qualche modo coinvolti negli avvenimenti. Tra questi erano presenti i principali esponenti del partito nazista, esclusi ovviamente Adolf Hitler (morto suicida – o almeno questa è la tesi comunemente accettata dagli storici – il 30 aprile 1945 nel Führerbunker a Berlino); il Ministro della Propaganda Joseph Goebbels (suicidatosi il 1° maggio 1945 insieme alla moglie Marta Ritschel e ai loro sei figli); e il comandante della polizia Heinrich Himmler (che ingerì una capsula letale di cianuro il 23 maggio 1945, prigioniero degli inglesi). Finirono di fronte alla giuria, tra gli altri, Hermann Göring, maresciallo del Reich e braccio destro del Führer; Joachim von Ribbentrop, il Ministro degli Esteri; Martin Bormann, il segretario del partito nazista; e Rudolf Hess, storico amico di Hitler da quando aveva trascritto sotto dettatura il Mein Kampf e uno dei più importanti rappresentanti del partito nazionalsocialista.

Furono gli americani, nella persona del neo-presidente Harry Truman, a spingere per fare un processo e non giustiziare direttamente gli imputati. Il successore di Franklin Delano Roosevelt (morto il 12 aprile 1945) doveva infatti trovare un modo per giustificare di fronte all’opinione pubblica americana la morte di più di quattrocentomila soldati e, per farlo, diede un profondo senso ideologico alla guerra avvenuta: lo scontro tra il bene e il male. Il primo rappresentato dagli Alleati, portatori di umanità, libertà e pace; e il secondo incarnato da Hitler e dal ricordo vivissimo degli orrori dei campi di concentramento, ricordo troppo vicino per non pesare sulle coscienze di tutte le persone coinvolte. Era solo il comune teatrino messo in scena dai vincitori nei confronti dei vinti. Ma l’obiettivo più importante della corte rimaneva quello di processare l’ideologia razziale nazista e gli efferati omicidi compiuti dai tedeschi in base ai criteri di crimini contro l’umanità, contro la pace e, più in generale, crimini di guerra. Dopo un anno di dibattiti che sollevarono non solo la questione umana ma anche e soprattutto quella morale, il principale processo di Norimberga – quello ai gerarchi nazisti, – si concluse con dieci condanne a morte.

Nel 1960, a quindici anni dalla Liberazione di Auschwitz e a quattordici dalla fine del primo processo di Norimberga, nel cuore dell’Argentina i servizi segreti israeliani del Mossad individuarono Adolf Eichmann, ex SS-Obersturmbannführer del Terzo Reich ai tempi della Germania nazista, esperto di questioni ebraiche e principale responsabile della cosiddetta “Soluzione finale”. La scoperta, assolutamente casuale, avvenne grazie a una svista del figlio di Eichmann, che si presentò alla ragazza che frequentava con il suo vero nome e non con la copertura che aveva permesso al padre di nascondersi in Argentina. Non poteva sapere che la ragazza era figlia di Lothar Hermann, un sopravvissuto all’Olocausto di origini ebraiche. I servizi segreti israeliani progettarono in tutti i dettagli il rapimento di Eichmann dal suo nascondiglio a Buenos Aires visto che a quei tempi in Argentina l’estradizione non esisteva, e lo portarono a Gerusalemme, dove venne giudicato nel 1961. Il ricordo delle atrocità dell’Olocausto era ancora fermo nelle menti del mondo e quel processo rappresentava il simbolo della battaglia che gli Ebrei stavano sostenendo. Hannah Arendt, filosofa tedesca di origini ebraiche, seguì l’intero svolgimento del processo come inviata del New Yorker e lo raccontò in uno dei saggi più importanti che siano stati realizzati sulla Shoah: “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme“. Partendo dalla constatazione che Eichmann era una persona “assolutamente normale”, la Arendt scrisse una grande lezione e pose la questione morale del suo grado di responsabilità, dal momento che, finché erano in vigore le leggi razziali di Hitler, egli si era limitato a seguirle e a rispettarle in ogni dettaglio. A questo si aggiunsero le dichiarazioni dello stesso imputato che si definì sempre innocente e, anzi, nonostante fosse lui l’organizzatore della “Soluzione finale”, spiegò di non aver avuto mai nulla contro gli ebrei. Semplicemente “aveva seguito gli ordini”. Questa frase, pronunciata in aula, scosse profondamente la Arendt, a tal punto che è passata alla storia la definizione che diede di Eichmann: “Incarnazione dell’assoluta banalità del male“.

Davide Lamandini

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