Cultura

Alle radici dei totalitarismi

Sulla soglia di questo breve testo, prima di addentrarci, è d’uopo una precisazione. La materia viva dell’articolo, la sua linfa, traggono la propria forza e sostanza da un “gigante” della letteratura, a tutt’oggi il più importante, direi imbattuto studio politologico sul totalitarismo. Ve ne caldeggio una lettura più attenta e approfondita della mia: ricordare significa anche leggere; e, se si è già letto, rileggere sarà forse più importante, per garantire la freschezza di quel processo eternamente rinnovabile che è la coscienza storica e culturale della nostra civiltà. In una parola? Per garantire la freschezza della Memoria. Non si tratta di un testo recente. Hannah Arendt aveva concluso l’opera già nell’autunno 1949, ovvero quattro anni dopo la disfatta del regime e della Germania di Hitler, e la prima luce editoriale risale al 1951, due anni prima della morte di Stalin.

Non credo sia inopportuno esordire muovendo dal contributo più originale dell’intellettuale, nella sua analisi accurata della sindrome totalitaria. Vale a dire l’assoluta novità del totalitarismo: una forma politica radicalmente nuova che va ad inserirsi nel quadro storico del secolo scorso, intimamente novecentesca dunque, e sostanzialmente diversa dalle altre forme riconosciute di regime autoritario e di potere personale quali il dispotismo, la tirannide, la dittatura.  La sua “originalità” deriva da un nucleo essenziale, il binomio ideologia-terrore che trova piena estrinsecazione nei regimi hitleriano e staliniano, su cui torneremo. Alcuni autori hanno creduto di poter scorgere antecedenti storici del totalitarismo, guardando al mondo classico: Franz Neumann considerava dittature totalitarie tanto il regime spartano, per il controllo totale esercitato sulla società e nella sfera privata, quanto l’impero romano nella sua fase tardo antica, al tempo di Diocleziano (284-305 d.C.) per la rigida regolamentazione delle attività produttive, attraverso una sorta di sistema corporativo coercitivo.  Al di là di queste evocative reminiscenze antiche, a ben vedere, la questione è cruciale e per nulla scontata: si tratta di capire se l’esistenza di un regime totalitario sia dovuta esclusivamente al fallimento accidentale delle tradizionali forme politiche (e con esse intendiamo, a titolo esemplificativo, le forze liberali, conservatrici, repubblicane e monarchiche) o se, invece, goda di una sua propria natura, e può essere definito al pari di altre forme di governo apparse nella storia umana del bacino occidentale. Si è vista già la risposta. Il totalitarismo è qualcosa “di più” di una normale forma di potere arbitrario, quale è la tirannide: non frenata dal diritto, essa è un governo senza legge, potremmo dire la negazione di un’idea di stato,  in cui il potere è tenuto saldamente da un uomo solo. “Ubi tyrannus est, ibi dicendum est nullam esse rem publicam” proferiva un Cicerone (Cic., Rep., 3, 43) ancor saldamente e nostalgicamente ancorato alle istanze repubblicane. Il totalitarismo – badate bene! – annulla la tradizionale alternativa tra governo legale e governo illegale, tra potere arbitrario e potere legittimo: di fatto, non opera né senza la guida di una legge, né è meramente arbitrario, perché pretende di obbedire in modo inequivocabile alle inesorabili leggi della natura e della storia, che sono eterne, e dalle quali sono storicamente derivate tutte le leggi positive. Il totalitarismo attinge pertanto (meglio, pretende di attingere) alla fonte vera dell’autorità, da cui venne tratto il diritto positivo, e quello stesso diritto è da esso calpestato nel nome di una forma superiore di legittimità, volta unicamente alla completa attuazione delle leggi sopradette. Leggi che sono della storia e della natura. Cosa significa? Apriamo il Mein Kampf. La dissertazione storica appare completamente irretita in una trama di metafore biologiche che l’assorbono completamente: Ebraismo e “malattia”. Il sangue che deve conservare la propria “purezza”, che non si deve “contaminare” e altre similari elucubrazioni che non andremo ad approfondire. La storia, e la sua interpretazione, appare dunque fagocitata dalla biologia, soprattutto nella fattispecie nazista. Si sottolinei che i capi totalitari si fanno promotori, agenti e interpreti di queste leggi, assolutamente sicure, e dunque inesorabili, prevedibili, destinate alla lunga ad avere il sopravvento e che non possono essere contraddette né dalla disfatta, né dalla rovina contingente: sono forze destinate a manifestarsi completamente entro archi di tempo lunghissimi, nell’ordine dei millenni. Il capo totalitario, istituendo questo peculiare regime, si limita ad accelerarne e a catalizzarne i processi di attuazione nella storia del mondo.

Vediamo ora, un poco più approfonditamente, l’organismo statale. Il mio invito è di aggiungere alla vostra biblioteca, se già non lo possedete, il capolavoro orwelliano. “1984” è un’attenta disamina della compagine totalitaria nella sua forma più brutale e, a mio avviso, autentica: la fantasia creativa dello scrittore non apre spiragli su mondi esistenti esclusivamente nella finzione letteraria, su vicende, per così dire, squisitamente astoriche. Piuttosto ci introduce con veemenza in luoghi che hanno un aspetto sin troppo familiare, storie sin troppo accostabili e assimilabili alla puntuale trattazione della Arendt.

I movimenti totalitari mirano ad organizzare le masse. Il termine, in auge dai primi decenni del XIX secolo (già citato da Leopardi nello Zibaldone) si riferisce a quei gruppi che non posso inserirsi in un’organizzazione basata sulla comunanza di interessi, quali sono, ad esempio, i partiti politici, a causa di una sostanziale indifferenza verso tutti gli affari pubblici. L’ondata totalitaria fa leva sulla nuda forza numerica di questa congerie indifferente ed amorfa, attraverso una propaganda martellante, riuscendo poi ad attrarre i membri dei partiti tradizionali, inclini all’associazione, e altri elementi completamente disorganizzati, i tipici “astensionisti”. Le masse emersero dai frammenti di una società atomizzata (è questa la società tipicamente novecentesca!) a partire dal collasso del sistema classista: il singolo sapeva riconoscersi in quanto individuo appartenente ad una determinata classe sociale. Il dissolvimento di quest’ultima, nelle ondate di crisi che travolsero l’Europa al termine della Grande Guerra, posero il cittadino in completo isolamento, venendo a mancare anche le normali relazioni sociali, familiari, affettive. È questo lo scopo principe del totalitarismo: esigere completa fedeltà da un individuo totalmente isolato, che sente di avere un posto nel mondo esclusivamente mercé l’appartenenza al movimento, al partito unico. Un intrico di uffici moltiplicati a più livelli e una burocrazia irrobustita caratterizzano gran parte dell’ossatura dello stato totalitario, e al di sopra di questa, troviamo il vero centro del potere: la polizia segreta. La differenza che intercorre, in questo senso, tra il regime hitleriano e quello staliniano riguarda la monopolizzazione e l’accentramento dei servizi di polizia nelle mani di Himmler, da una parte, nella rete di attività poliziesche apparentemente non collegate della Russia, dall’altro.  Il ruolo che spetta a queste istituzioni è il cuore pulsante dello stato totalitario: uno stato di terrore permanente non già contro gli oppositori politici, che sono già venuti meno in questo stadio evolutivo della sindrome totalitaria, quanto sulla popolazione inerme e soggiogata. Questa è una differenza essenziale rispetto a tutti i governi apertamente tirannici della nostra storia.  Si rammenti la caccia al “nemico oggettivo”:  differisce dal “sospetto” delle polizie segrete dispotiche in quanto la sua identità è determinata dall’orientamento politico del governo stesso, non dal desiderio dell’imputato di rovesciarlo. In altre parole, non si tratta di un individuo che deve essere smascherato per le sue idee pericolose, per il suo passato, ma è piuttosto un “portatore di tendenze” non dissimile dal portatore di una malattia, i cui effetti possano indirettamente risultare nocivi alla salute dello stato. In una seconda fase, ulteriormente degenerata, le vittime possono essere scelte completamente a caso e, senza alcuna accusa, dichiarate indegne di vivere: va così formandosi una nuova categoria di “indesiderabili”, che va dai deboli di mente, dai malati di polmoni e di cuore. La macchina di sterminio nazista non si sarebbe fermata. Il nemico oggettivo cambia: secondo le circostanze, ne vengono scoperti di nuovi. Prevedendo il completamento dello sterminio del popolo ebraico, i nazisti avevano già adottato le misure preliminari necessarie per la liquidazione del popolo polacco, nonché di certe categorie di tedeschi. Come riporta Hannah Arendt, già nel 1941, in una riunione al quartier generale di Hitler, si parlò di imporre al popolo polacco le norme con cui gli ebrei erano stati preparati al campo di sterminio: pena di morte per i rapporti sessuali tra tedeschi e polacchi, obbligo di portare sugli indumenti una “P” simile alla stella gialla ebraica (diario di Hans Frank, Trial, XXIX). Arriviamo al capo. Egli rappresenta il movimento in modo completamente differente rispetto agli altri organi di partito: la moltiplicazione di uffici che condividono le medesime competenze ministeriali produce effetti deresponsabilizzanti tra i funzionari. È il capo che si assume la responsabilità per qualsiasi azione, lodevole o condannabile che sia: ne consegue una totale identificazione con i suoi subordinati. Essi rappresentano, potremmo dire, la sua diretta incarnazione. Lui è l’unico esponente del movimento che agisce al di sopra dello stesso, l’unica persona – in linea teorica- che sa quello che sta facendo.

A questo punto l’analisi è giunta a compimento: non ritengo necessario dilungarmi sul campo di sterminio, per quanto si sia giustamente insistito sul fatto che è la più vera, raccapricciante, logica emanazione della temperie totalitaria: è il laboratorio in cui è stato pienamente attuato il dominio assoluto, “totale” sull’uomo. È stato possibile modificare la natura umana, annientandola e riducendola a un mero fascio di reazioni. Spogliando l’individuo della persona giuridica, della caratteristica morale, dell’identità, della sua spontaneità in quanto tale, che con la sua incalcolabilità è il massimo ostacolo al dominio totale sull’uomo, il campo di sterminio ha fatto dell’essere umano un oggetto, qualcosa che neppure gli animali sono. Ma questo è già stato detto, e meglio, in altri articoli del nostro ciclo, ormai giunto al termine.

Come nota finale, desidero insistere sul fatto che il totalitarismo non è stata un’anomalia, un accidente storico, ma appare intrinsecamente connaturato allo sviluppo delle società moderne: è una variante di tale sviluppo, che può scaturire tanto dalla crisi della democrazia parlamentare come nel caso della Germania weimariana sia dalle contraddizioni e dalle degenerazioni della rivoluzione comunista, nel caso dell’Unione Sovietica. Nonostante entrambi i sistemi siano stati sconfitti storicamente, nessun organismo politico contemporaneo appare del tutto immune da questa potenzialità degenerativa.

Su questa asserzione arendtiana, desidero siate voi ad esprimervi: pare condivisibile appieno anche oggi, nei medesimi termini, nel nostro 2019? O non la riterrete piuttosto una posizione fuorviante, dettata dalle preoccupazioni di vivere, scrivere e riflettere in un momento storico tanto prossimo ai traumi degli anni ’30 e agli orrori della seconda guerra mondiale, rammentando che l’anno di stesura del libro è il 1949? A voi la parola. Per parte mia, non sono troppo convinto della seconda ipotesi.

Luca Malservigi

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