Cultura

E venne il giorno

Il processo per la Liberazione iniziò verso la fine del 1944, quando i vertici nazisti, dopo che da parte dell’Armata Rossa era stata messa a punto l’offensiva per entrare nel cuore della Germania, si resero conto che era necessario procedere con lo smantellamento dei campi di concentramento.

Nell’estate del 1944 l’armata sovietica riuscì a conquistare i campi di sterminio di Majdanek, Belzec, Sobibor e Treblinka, situati in Polonia. In seguito, nel novembre dello stesso anno, il ministro dell’interno tedesco Heinrich Himmler ordinò la distruzione delle camere a gas di Birkenau, rimaste ancora in funzione; mentre il 17 gennaio 1945 ad Auschwitz venne fatto l’ultimo appello; poco tempo dopo le SS cominciarono a far evacuare i prigionieri, circa 60.000, costringendoli a iniziare quelle che presero il nome di “marce della morte”. Dei prigionieri rimasti nei lager migliaia vennero uccisi prima della partenza. Gli altri, per lo più malati, morirono nei giorni che precedettero la Liberazione e i pochi sopravvissuti, che ammontavano a circa 7.000 prigionieri, furono soccorsi il 27 gennaio quando, verso mezzogiorno, le prime truppe sovietiche varcarono il cancello di Auschwitz.

Non si può però ridurre a poche righe l’orrore di quegli ultimi giorni prima della Liberazione, che molti non fecero nemmeno in tempo ad assaporare. Infatti quando, il 18 gennaio 1945, cominciò l’evacuazione di Auschwitz-Birkenau, non solo vennero distrutti numerosi documenti che provavano l’avvenuta carneficina e fatti saltare in aria i forni crematori, ma morirono anche circa 3.000 prigionieri, chi per la debolezza, chi perché non riuscì a resistere nemmeno all’inizio della “marcia della morte”, chi ucciso perché non ritenuto in grado di compiere quella camminata lunga e difficoltosa.

La fine dell’incubo non fu meno terribile del suo inizio. Dopo la partenza degli altri prigionieri insieme alle SS, quelli rimasti nel campo dovettero provare a sopravvivere senza cure, viveri, luce e calore. Dei 9.000 prigionieri ancora presenti nel lager, la maggior parte era malata gravemente e quelli più lucidi e impavidi si ammalarono in fretta cercando cibo e altri beni nel campo.

Durante gli ultimi dieci giorni prima della Liberazione, narrati anche nel capitolo finale di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, aleggiava un’aria di illusa speranza, si vociferava l’arrivo dell’armata sovietica e si lottava fino all’ultimo per non morire, non prima almeno di aver assaporato la libertà.

Poche ore prima dell’entrata delle truppe russe vennero uccisi circa 700 prigionieri ebrei e, finalmente, il 27 gennaio 1945, a mezzogiorno, l’Armata Rossa guidata dal generale Kurockin varcò il cancello su cui sta incisa, a lettere cubitali, la frase “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”), trovandosi davanti uno spettacolo mostruoso: ombre di quelli che un tempo erano stati uomini che guardavano impietriti quelle figure che simboleggiavano la loro libertà; fosse comuni che strabordavano di corpi morti; cadaveri accatastati in strada come se nulla fosse; baracche distrutte e una profonda desolazione.

Purtroppo non potremo mai comprendere l’emozione che i sopravvissuti provarono in quel momento, nell’istante in cui capirono che era finita realmente, che non sarebbero stati più un numero e sarebbero tornati uomini, che non ci sarebbero stati più appelli, né avrebbero mai più visto un uomo venire ucciso davanti ai propri occhi; da quel momento avrebbero potuto mangiare quanto cibo desideravano e dormire di nuovo in un letto, un vero letto e, con un po’ di fortuna, si sarebbero anche ricongiunti con la propria famiglia e gli amici.

Quello che successe in quei cinque anni però non si può dimenticare in pochi secondi, le truppe sovietiche non poterono che salvare gli involucri dei deportati sopravvissuti, ma l’anima di quegli uomini, corrotta dall’orrore e dal terrore non poté essere curata, il ricordo delle torture subite rimarrà scolpito nella loro memoria e non potrà mai essere cancellato.

Non siamo bravi ad imparare. Infatti, nonostante la storia insegni, continuiamo a commettere errori riconducibili alla Shoah ed è per questo che noi abbiamo il dovere di scolpire nella nostra memoria quello che successe poco più di settant’anni fa, perché purtroppo le testimonianze orali non dureranno per sempre e, quando arriverà il momento, sarà compito nostro alzare la voce e raccontare ciò che successe e, in parte, sta succedendo, affinché i posteri non dimentichino a loro volta e facciano tesoro delle nostre parole e le tramandino come noi stiamo facendo con le loro.

Perché la vera libertà si otterrà quando le frasi dei poeti internati non ci sembreranno più “attuali”, la razza non sarà più oggetto di discriminazione tra i popoli e i diritti umani non saranno più violati.

Stella Mantani

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