Cultura

Dentro un campo di concentramento

  1. Voi che vivete sicuri
  2. nelle vostre tiepide case,
  3. voi che trovate tornando a sera
  4. il cibo caldo e visi amici:
  5. considerate se questo è un uomo
  6. che lavora nel fango
  7. che non conosce pace
  8. che lotta per mezzo pane
  9. che muore per un sì o per un no.
  10. Considerate se questa è una donna,
  11. senza capelli e senza nome
  12. senza più forza di ricordare
  13. vuoti gli occhi e freddo il grembo
  14. come una rana d’inverno.
  15. Meditate che questo è stato:
  16. Vi comando queste parole.
  17. Scolpitele nel vostro cuore
  18. stando in casa e andando per via,
  19. coricandovi alzandovi;
  20. ripetetele ai vostri figli.
  21. O vi si sfaccia la casa,
  22. la malattia vi impedisca,
  23. i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, “Se questo è un uomo

In principio si sentirono dei rumori sordi e delle grida, provenienti dalla scalinata del palazzo, poi dei colpi alla porta e qualcuno da fuori che ordinava di uscire. Un uomo andò ad aprire e dei soldati irruppero nell’appartamento. Stavano urlando di preparare i bagagli e di farlo in fretta: la cosa migliore era obbedire. Le famiglie vennero condotte in strada in piena notte. I bambini, ancora assonnati, piangevano e chiedevano spiegazioni ai genitori per quella sveglia improvvisa ma nemmeno loro avevano una a risposta o, forse, se ce l’avevano preferivano tenerla per sé.

Lungo la strada erano parcheggiati dei camion, le luci accese, pronti a partire. Davanti ai veicoli altri soldati in attesa, pronti a fare fuoco contro chiunque avesse tentato la fuga. Ma fuggire era un suicidio e così, spaventati e confusi, tutti salirono. Il viaggio fu breve ma sembrò durare un’eternità. C’era chi pregava, chi piangeva e chi guardava soltanto fisso nel vuoto, avendo forse compreso ciò che li aspettava. I camion arrivarono ad una stazione in cui si trovavano anche altre persone, provenienti da chissà dove. Vennero radunati tutti per essere smistati e poi fatti salire su dei convogli, una cinquantina di persone in un vagone che avrebbe potuto contenerne forse la metà, senza luce, senza cibo e senza acqua, con solo un secchio per i bisogni. Il treno partì in fretta poiché i convogli dei deportati, in tempo di guerra, avevano la precedenza.

Gli uomini e le donne che venivano considerati adatti al lavoro furono mandati nei campi di concentramento, come Auschwitz I, dove i prigionieri erano costretti a sfilare sotto la beffarda scritta Arbeit matcht frei, ovvero “Il lavoro rende liberi” (presente anche sui cancelli di altri lager) spesso accompagnati da una marcia suonata da un’orchestra formata da altri prigionieri.

Le donne incinte, gli anziani e i bambini troppo piccoli per lavorare erano registrati per poi essere uccisi nelle camere a gas o utilizzati come cavie per sperimentazioni chimiche. Venivano fatte regolarmente delle selezioni da parte delle SS, poiché capitava che dei bambini riuscissero a rimanere insieme agli adulti, che si premuravamo di nasconderli ed evitare loro i lavori più pesanti.

Il dottor E. Berhold, professore di pediatria e prigioniero delle SS, descrisse una di quelle selezioni:

Per la selezione dei bambini, gli uomini delle SS fissarono una stanga dell’altezza di 1,2 m. Tutti i bambini che passavano sotto la stanga andavano al crematorio. Essendo coscienti di questo, i bambini piccoli alzavano più che potevano le loro testoline per trovarsi nel gruppo di quelli destinati a vivere…

All’arrivo i prigionieri erano separati in base al sesso e condotti davanti a un blocco davanti al quale dovevano spogliarsi, ivi veniva loro rasato il capo, dovevano poi camminare fino al bagno dove era loro concessa una doccia bollente o gelata. Pochi minuti dopo venivano spinti nel cortile, nudi, qualunque fosse la stagione, dove ricevevano le uniformi, troppo leggere per proteggere dal freddo, sporche e stracciate. Quelle stesse divise erano state di altri deportati di cui ormai si era persa ogni traccia. A questo punto dovevano essere registrati e marchiati. Nel campo di Auschwitz il tatuaggio era sull’avambraccio sinistro e costituiva il solo segno d’identità del prigioniero, il cui nome non aveva più importanza.

Dopo essere stati registrati, i prigionieri dovevano rimanere in quarantena per un periodo di 6-8 settimane, durante il quale venivano sottoposti a dire esercitazioni, per abituarsi alla vita nel campo e venivano frequentemente picchiati. Il cibo era scarsissimo in quanto durante questo periodo i prigionieri non lavoravano. Tutto ciò aveva lo scopo di spezzare l’individuo, fisicamente e psicologicamente. Gran parte delle persone non sopravviveva a questo periodo e i pochi che ci riuscivano erano mandati in uno dei Kommando, le squadre di lavoro.

Ogni giorno, oltre alle ore di lavoro in condizioni disumane, i prigionieri erano costretti all’appello, il cui scopo era quello di verificarne il numero. “Appello” potrebbe forse sembrare una parola innocente ma questa pratica era solo un altro modo per torturare i prigionieri che dovevano rimanere fermi sull’attenti a capo scoperto fino alla fine di questa pratica. L’appello veniva prolungato di proposito per molte ore, qualunque fosse la stagione. Quando qualcuno crollava per la fatica e la spossatezza, veniva percosso finché non si fosse rimesso in piedi e, se non ci fosse riuscito, lo aspettava la morte. Nel campo delle donne le prigioniere erano costrette a rimanere inginocchiate con le braccia in alto. Il 06 luglio 1940 l’appello durò diciannove ore.

La prigioniera Sewerina Szmaglewska, descrisse con queste parole il procedimento dell’appello nel campo femminile:

Dopo che le capocamera ebbero calcolato il numero delle persone che si trovavano davanti alle baracche, (Le SS) condussero fuori quelle febbricitanti o indebolite o in terra. Infine portarono fuori le agonizzanti e le distesero davanti al blocco per contarle. Quelle figure umane, stanche, immobili sulla terra umida, appena riparate da plaids bagnati nel fango, incatenarono gli sguardi delle donne sane da poco arrivate. Non si può distogliere gli occhi, perché ovunque, in ogni baracca, lo stesso quadro. Qualcuna bisbiglia quasi a se stessa. È giusto che Auschwitz sia celata come un segreto, che i bambini non sappiano come muoiono le loro madri…

Ogni giorno i prigionieri venivano torturati, vedevano morire i loro compagni, perennemente circondati dal filo spinato elettrificato. Alcuni non riuscivano a reggere a tutto ciò e con un ultimo sforzo si gettavano contro i fili di metallo.

Queste furono le parole del comandante del campo Höss a riguardo:

Per esperienza so che le condizioni psicologiche in cui vivevano i prigionieri nel campo giocavano un ruolo non inferiore a quello delle condizioni fisiche. Si devono menzionare l’incertezza e non la speranza di ricevere la libertà e il terrore legato all’incertezza sul domani, che minacciava i prigionieri. Spesso non conoscendo il motivo dell’arresto, i prigionieri crollavano psichicamente, perdevano il desiderio di vivere e concludevano che valeva la pena di rischiare quando si poteva essere fucilati da un momento all’altro. Fuggire equivaleva a suicidarsi. Perciò il suicidio era la più acuta espressione dell’abbattimento del prigioniero…

Il campo di Auschwitz venne ampliato dagli stessi prigionieri. Il lavoro andava svolto correndo e chi cadeva a terra veniva picchiato e calpestato dai soldati delle SS. Al ritorno dal lavoro ognuno doveva portare cinque mattoni e se non ci riusciva anche in questo caso veniva tormentato.

Il dottore E. Bertold, un prigioniero, raccontò le condizioni di lavoro negli stabilimenti di Monowice, uno dei tre campi principali che formavano il complesso concentrazionario di Auschwitz:

Per recarsi al luogo di lavoro, i prigionieri dovevano percorrere 4-6 km. Oltre a ciò dovevano star ritti per l’appello del mattino e della sera da una a due ore. Dunque, a quelle condizioni non potevano vivere più di 3-4 mesi; perivano stremati di stanchezza e debolezza. Io come medico non partecipavo personalmente a quel penoso lavoro, ma dovevo prestare la mia opera in ambulatorio. Ivi bendavo i malati e li assistevo cime meglio potevo. Venivano da me ogni giorno 500-600 pazienti. Accadeva spesso che durante il lavoro i prigionieri venivano bastonati gravemente. Perciò ogni giorno almeno dieci persone venivano trasportate all’ambulatorio morte o moribonde…

I prigionieri ricevevano da mangiare tre volte al giorno. La colazione del mattino consisteva in genere in un surrogato del caffè o infuso di erbe con qualche grammo di zucchero. Per pranzo veniva preparata una zuppa di verdure con un minimo di carne o grasso. Infine la cena consisteva in del pane, spesso raffermo, con dei supplementi che variavano ogni giorno (per esempio un cucchiaio di marmellata o di margarina) con mezzo litro di surrogato di caffè o infuso di erbe. La crescente mancanza di nutrimento era una delle cause principali di malattie.

L’ospedale del campo però era temuto dai prigionieri, perché non era un luogo di guarigione. I soldati delle SS facevano regolarmente delle selezioni e tutti coloro che non erano più in grado di lavorare venivano mandati nelle camere a gas.

Queste erano le condizioni in cui venivano costretti a vivere uomini e donne la cui unica colpa, come ricorda Liliana Segre, era quella di essere nati. Vennero internati e morirono nei campi ebrei, zingari, omosessuali, prigionieri di guerra, oppositori politici, testimoni di Geova. Esseri umani.

Matilde Boni

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