Cultura

Ammazzare il tempo – Montale, Leopardi e il vuoto dell’infinito

Ci sono problemi e problemi. Alcuni sono limitati al particolare, legati sempre a una determinata circostanza, a una certa persona o a un dato evento, e hanno una portata talvolta più grande, talvolta più ridotta, ma comunque in entrambi i casi circoscritta. Altri assumono un carattere più universale, rimangono gli stessi in qualsiasi epoca, condizione o ambiente, erano così ieri e saranno tali anche domani. Problemi che prescindono dalla singolarità di un individuo e allargano progressivamente il loro raggio d’azione per coinvolgere l’umanità, il mondo interi. La maggior parte di questi ultimi esce dalla dimensione del tempo per diventare un vero e proprio mantra, leitmotiv della vita, la cui esistenza li rende inevitabili, irrisolvibili e, direi quasi, irraggiungibili. A ognuno di questi problemi corrispondono una o più domande a cui da sempre l’uomo cerca di trovare una soluzione, anche se sempre provvisoria, fallace, limitata alle fondamenta su cui si basa, che siano esse costruite sul fragile terreno della religione, disegnate con la filosofia o ricercate in una legge matematica.

Eugenio Montale, uno dei più celebri poeti italiani del Novecento, premio Nobel per la letteratura nel 1975, riassume questo concetto nell’opera “Auto da fè. Cronache in due tempi” (Il Saggiatore, Milano, 1966) e individua come problema principale del nostro tempo proprio l’atto di ammazzare il tempo. O meglio, il bisogno di ammazzare il tempo che costringe l’uomo moderno, diretto discendente dell’Illuminismo, figlio della Rivoluzione Francese e reduce da due guerre mondiali e dalla morte di Dio, con un piede nel passato e l’altro nel futuro, a tenersi sempre occupato, a vivere una vita frenetica e scomposta, continuamente a caccia di tempo per fuggire dal tempo stesso. Un bisogno, questo, che è impresso nelle nostre coscienze come un marchio a fuoco e che cela un altro problema, ben più profondo e radicato nella natura umana: l’enorme – infinito, per usare le parole di Giacomo Leopardi – vuoto, che ognuno di noi sente dentro di sé e con il quale nessuno, in fondo, riesce a convivere. Tutti lo percepiscono e chi nega di farlo sta soltanto ignorando il problema nell’illusione di potervi fuggire.

È un vuoto doloroso e lancinante che lo stesso Montale, all’interno della sua riflessione poetica, identifica con il “male di vivere”. È quel vuoto formato in parte dalla tendenza naturale dell’uomo a isolarsi e in parte dal suo bisogno altrettanto naturale di vivere in società. È quella solitudine che Leopardi ha raccontato con tanta poesia e raffinatezza osservando il mondo dalla finestra della casa di famiglia nel “natio borgo selvaggio”, Recanati. Quella stessa solitudine che Ungaretti ha intravisto in un giorno d’autunno su un albero ormai spoglio, con ancora qualche foglia, timida, invincibile, aggrappata alla vita solo per poter vedere un altro cambio di stagione.

L’uomo passa il tempo per fare qualcosa e non dover davvero guardare dentro di sé e cercare sotto il tappeto tutti i mostri – demoni, li chiamerebbe Dostoevskij – che fanno parte della sua essenza. Il vertiginoso abisso di cui parlava Nietzsche. Eppure, lasciando passare il tempo, l’uomo perde tempo, tanto che presto, troppo presto, nel fragile battito d’ali di una farfalla destinata a vivere e bruciare nello spazio che intercorre tra un’alba e un tramonto, anche dell’uomo non resta che polvere. La sua clessidra finisce, qualcuno si preoccuperà di girarla nuovamente per permettere alla sabbia di ricominciare a scorrere. La foglia alla fine si stacca dal ramo e cade nel fango. Anche la candela prima o poi si scioglie e la fiamma annega in un lago di cera rovente. E il sole tramonta, alla fine del giorno, per fare spazio alle tenebre della notte. Una notte sempre più nera e vuota come l’infinito scorrere del tempo, come i demoni che vivono nelle nostre anime e come gli incubi che ogni giorno divorano un pezzo di vita in più.

Davide Lamandini

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