Cronaca

Il dramma del low-cost

In ogni città, dal paesino di provincia alla metropoli, si può trovare almeno un negozio d’abbigliamento di un marchio cosiddetto low-cost o fast fashion. È impossibile non vederlo, dato che questi posti sono tendenzialmente molto grandi, con insegne altrettanto colossali ad annunciare la loro presenza. All’interno è venduto soprattutto vestiario, ma anche accessori, bigiotteria, borse, talvolta cosmetici e prodotti di bellezza, il tutto caratterizzato da prezzi molto bassi. Ovviamente non si tratta di produzioni locali, bensì di grandi catene che esportano i loro prodotti in tutto il mondo. In questo modo lo stesso abito si può acquistare in Irlanda, Giappone, Francia, Argentina…

A mio parere il titolo di imperatore di questi marchi è da attribuirsi a Primark, sia per la fama che per i prezzi che offre. Durante un soggiorno in Inghilterra sono entrata all’interno di uno dei loro negozi e ne ho annotati alcuni: t-shirts £3; un paio di jeans £9; un pigiama completo £5. Penso, o perlomeno mi auguro, che nessuno si aspetti di acquistare oggetti di alta qualità a simili costi. Dal momento che il prezzo di vendita di un qualsiasi oggetto deve coprire i costi di produzione (quindi, nel caso di un capo d’abbigliamento il tessuto, il filo, lo stipendio delle persone che l’hanno creato, i trasporti ecc.), com’è possibile che il risultato di tutto questo lavoro da Primark arrivi a essere pagato solo £4?

La risposta, purtroppo, è da cercarsi nei quartieri degradati dei paesi più poveri del pianeta. È lì che migliaia di persone, tra cui anche moltissimi bambini, lavorano pigiati gomito contro gomito dodici ore al giorno, confezionando gli abiti che noi andremo poi a comprare, stipati in stanze pericolanti e senza finestre, a contatto con materiali tossici, gli stessi che noi poi indosseremo sulla nostra pelle. Noi, noi persone occidentali, sappiamo tutti queste cose, ne siamo perfettamente consapevoli. Semplicemente decidiamo di chiudere gli occhi tutti i giorni. Coltiviamo l’illusione che tutto ciò non ci riguardi o che non possiamo fare nulla per impedirlo.

Nel 2013 sono morte a Dacca, la capitale del Bangladesh, più di ottocento operai di quattro fabbriche low-cost, a causa delle inadeguate misure di sicurezza degli edifici. Ottocento persone senza vita perché ogni giorno decidiamo di scegliere la via più facile ed economica, ignorando ciò che comporta.

Io credo fermamente che in ogni vita ci siano decisioni da prendere e che queste debbano essere anche di tipo etico. Noi abbiamo la possibilità di scegliere a chi dare i nostri soldi, quale tipologia di industria e di commercio finanziare: magari spendiamo una cifra irrisoria, venti o trenta euro, che però contribuisce ad arricchire persone che sfruttano fino allo sfinimento altri esseri umani che non hanno alcuna colpa se non quella di essere nati in condizioni sfortunate.

Ho deciso di usare l’esempio del fast fashion perché mi aveva colpito particolarmente, ma questo è solo un esempio di una tendenza tipica dei nostri tempi, ossia l’acquisto compulsivo ed impulsivo. Quante volte compriamo un oggetto pensando: “Tanto costa poco” oppure perché in quel momento lo troviamo irresistibile e quante volte questi oggetti finiscono chiusi in un cassetto e ci scordiamo persino della loro esistenza?

Questo ci porta ad avere le case piene di oggetti che non usiamo, creati con il lavoro di persone sfruttate. Penso onestamente che ognuno di noi dovrebbe iniziare ad essere consapevole dei propri privilegi e dell’impatto che una singola azione può avere sulla vita di qualcun altro. Ritengo anche che dovremmo guardare ogni nostro oggetto di uso quotidiano in maniera diversa, chiederci che storia ci sia dietro e domandarci se vorremmo che questa venisse raccontata.

Alice Buselli

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