Cultura

Specchio riflesso

Stereotipi

Stereotipi, stereotipi ovunque, stereotipi a perdita d’occhio. Per ogni cosa che vediamo, c’è sempre una vocina nella nostra testa che ci suggerisce cosa abbiamo davanti, cosa dobbiamo pensarne, come comportarci e come catalogarla. Tutti l’abbiamo sentita, in molti casi l’abbiamo ascoltata, anche se in fondo sapevamo che farlo non era una cosa giusta.

Quella vocina racchiude due preconcetti che molti confondono: lo stereotipo, che è un’idea generale, sommaria e condivisa riferita a qualcosa; e il pregiudizio, ovvero la credenza personale e soggettiva rispetto a qualcosa. Se ci pensiamo fin da piccoli siamo cresciuti tra stereotipi, non c’era verso di far capire al mondo che per una bambina andasse bene anche il colore blu, o che non ci fosse nulla di strano in un ragazzo che si veste di rosa. Pensate a quante volte hanno dato per scontato che una bambina facesse danza e un bambino calcio, perché era giusto così, perché da piccoli eravamo abituati – e non solo noi – a vedere il mondo o solo bianco o solo nero. Un ragazzo che fa danza classica? È per forza gay. Una ragazza che si trucca? Ah, è una “facile”. Perché? Chi lo dice?

È inutile fare tanto i moralisti, quelli che parlano di accettazione, denunciando il bullismo e i pensieri razzisti, se poi non sappiamo puntare il dito in primo luogo contro noi stessi. Anche se non ce ne rendiamo conto veniamo giudicati o giudichiamo soprattutto per le cose più superficiali, come il modo di vestirsi. Sfidiamo chiunque a non aver mai anche solo pensato a uno stereotipo verso chi ama i vestiti appariscenti o verso chi preferisce una tuta e delle scarpe da ginnastica piuttosto che una gonna corta e dei tacchi alti. Siamo così convinti di essere perfetti, di sapere sempre tutto. Anche se sappiamo poco o niente di psicologia, non risulta troppo difficile porsi delle ipotesi sul perché il pregiudizio sia così facile a crearsi e sul perché gli stereotipi siano così onnipresenti.

L’uomo, di per sé, è ignorante e necessita di un’istruzione completa in ogni aspetto, per non lasciare la sua immaginazione a spaziare anche in campi dove esiste una risposta razionale e, soprattutto, veritiera; questa istruzione, tuttavia, è quasi impossibile da trovare in forma esauriente e i buchi lasciati si riempiono con i pensieri e gli orientamenti insiti in ognuno di noi, atteggiamenti che spesso sono influenzati dal contesto familiare o sociale in cui ci troviamo. Il pregiudizio è, quindi, l’ignoranza che prende forma e riempie i vuoti lasciati dall’istruzione, alterando il nostro modo di vedere le cose e insediandosi permanentemente come la vocina di cui sopra. Lo stereotipo è invece un fenomeno collettivo, generalizzato e molto più storico del pregiudizio, ma anch’esso trae le sue radici dall’ignoranza.

Quando l’uomo è privato delle necessarie conoscenze e delle basi fondamentali della tolleranza e della differenziazione, tende a “raggruppare a fattore comune” tutte le persone. Perché cercare di conoscerle, queste persone, quando puoi avere le tue finte certezze, il tuo stereotipo, che ti dice quello che ti serve sapere senza che tu ti debba esporre, senza fare domande? Le risposte sono molte, e spesso suonano solo come moralismo senza significato: “perché non è giusto”, “perché parlare in generale non è bello”, “perché non è vero” e simili ricadono nel vuoto alle orecchie di chiunque faccia regolarmente affidamento sullo stereotipo. Con questo non si vuole dire, però, che l’ uso degli stereotipi renda le persone spregevoli né tantomeno volutamente ignoranti, significa solo che siamo stati abituati così, ad essere superficiali, ogni tanto.

L’unica arma che abbiamo contro lo stereotipo è l’informazione, che non deve mai mancare, e il dubbio riguardo alle proprie certezze. Combattere il pregiudizio è invece più complicato, poiché l’uomo si crea i propri laddove non è stato istruito e non ha idea di come comportarsi. Pensiamo ai famosi “leoni da tastiera”, che ancora usano parole come “frocio”, “finocchio” e “lesbica” come insulto; alle classificazioni in base all’età o all’anno di nascita; oppure quelle in base al modo di vestirsi o di atteggiarsi che derivano da un’ideale soggettivo diffuso e difficile da allontanare, in quanto ti resta attaccato come una “etichetta”. Perciò l’unico modo per liberarsi del pregiudizio è attraverso il rapporto umano e la conoscenza personale, fare esperienze dirette e condividere le proprie idee, anche per vederle poi sfatate o contestate, l’importante è buttarsi senza aver paura di cosa ci aspetta dopo.

Purtroppo il pregiudizio, a volte, offusca la visione che abbiamo del mondo, e più una persona risulta a noi diversa, più ci spaventa e più ci induce a giudicarla pesantemente. Per citare un esempio, quando una persona nasce con una disabilità, nasce con lui la paura di non essere accettato dalla società, dalla famiglia, dagli amici, dai futuri compagni, dai datori di lavoro, una paura che viene fomentata e incrementata da persone che si spaventano alla loro vista, che non li considerano alla loro altezza, che non vogliono nemmeno averli vicini né guardarli negli occhi, o per disgusto o per paura.

Proviamo a metterci nei loro panni, una vita avanti e indietro dall’ospedale, una vita che a volte non supera nemmeno i trent’anni, una vita che è vissuta all’ombra di quelli “normali”. Nonostante ciò in alcuni persiste una voglia di viverla appieno, di godersela comunque, nonostante le enormi difficoltà che questo comporta. Cerchiamo dunque di capirli, di considerarli per ciò che sono, ovvero esseri umani, che per quanto possano essere diversi, ostacolati, ci sono più vicini di certi altri che magari non hanno le loro stesse limitazioni, e possono insegnarci davvero tanto.

Per ricollegarci al tema principale, ci rivolgiamo direttamente a te, che giudichi e che sei stato giudicato e catalogato almeno una volta, a te, che non ti vedi mai come vorresti, a te, che ti fai mille paranoie, a te vogliamo ricordare che sei importante, ma non così tanto da poterti permettere di piazzarti su un piedistallo osando giudicare il prossimo, credendoti superiore. Ricorda che per quanto umilii, sarai umiliato, per quanto giudichi, dagli altri sarai giudicato, per quanto tu ti ritenga superiore, ci sarà sempre qualcun altro che sistemerà il suo piedistallo sopra al tuo.

Quindi smettiamo di preoccuparci se quello fa lo youtuber o il contadino, se una ragazza sta con qualcuno più piccolo o più grande, se la persona che ci sta davanti è cinquanta chili o centocinquanta… e iniziamo invece a preoccuparci di risolvere i problemi che abbiamo creato, prendiamo parte attiva nel nostro futuro e in quello degli altri, chiunque essi siano. Non pieghiamoci all’informazione dello scintillante mondo di attori, cantanti, youtuber, influencer e fashion blogger, ma invece rivolgiamoci a quella che ti fa vedere chiaramente ciò che è intorno a te e ciò che succede quando stereotipi e pregiudizi diventano talmente grandi da perdere il loro ruolo di pensieri per diventare verità accettate e mai confutate.

Ormai quando apriamo un giornale sappiamo già che ciò che ci aspetta sarà un elenco di sventure e catastrofi, ma non per questo dobbiamo chiudere gli occhi e fingere che non esistano, perché come nasce il pregiudizio nel nostro piccolo pensiamo a cosa potrebbe succedere a livello mondiale, pensiamo a come ci sentiamo lontani da quel mondo che raccontano i giornali e rendiamoci conto che non lo siamo.

Alcune persone hanno provato a mandare questo messaggio attraverso il progetto Agente 0011; il nome si rifà allo slogan della campagna, ovvero “Licenza di salvare il pianeta”, e nasce come mezzo di sostegno per un progetto ancor più grande: i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile creati e promossi dall’ONU. Agente 0011 è mirato ai giovani, persone comuni, che ha il vero potere, per quanto limitato possa essere, di cambiare le cose. Con questo coloro che partecipano vogliono, come noi, mandare un messaggio, quello dell’accettazione, che deve partire dal nostro piccolo presente, e solo così diventeremo le persone che un domani forse potranno parlare davvero di come eliminare la repulsione per il diverso.

Per fare questo dobbiamo partire da noi, prendiamoci un minuto per pensare, dunque, a quante volte abbiamo puntato il dito verso la gente, i “diversi”, e ora iniziamo a puntarlo contro noi stessi, chiedendoci cosa vogliamo fare,  chi vogliamo essere e a che ruolo vogliamo giocare nella vita di tutti i giorni.

Iacopo BriniArianna Solmi


Articolo originariamente pubblicato su @claxon minghetti nel numero di ottobre 2017.

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