Cultura

Esiodo, l’età dell’oro e Vernant

Un paradiso perduto

Vi è mai capitato di sentire un anziano esclamare, con una punta di malinconia, che “una volta” le cose andavano meglio? Oppure che vostra nonna, rimproverandovi, se ne venisse fuori con un “ai miei tempi…!“, seguito da un nostalgico ricordo?

Tranquilli, non siete i soli: a tutti almeno una volta nella vita è successo. Ma i nostri nonni non sono gli unici a lamentarsi: in ogni tempo e luogo ci sono stati dei nostalgici, che hanno scritto e parlato dei bei tempi andati, al punto che il rimpianto per un passato migliore è diventato un vero e proprio “tòpos letterario”, cioè un argomento che, nel passare delle epoche, torna sempre in un gran numero di scritti. In questo caso il leitmotiv è la nostalgia per un passato reale o immaginario, detto età dell’oro, che viene idealizzato e a cui si oppone il crudo presente, visto come un periodo di decadenza per l’uomo.

Questo mito su una aurea aetas, in particolare, ha origini antichissime: il primo a parlarne è Esiodo, un poeta greco vissuto tra VIII e VII secolo a.C., nella sua opera intitolata Le opere e i Giorni.

La prima età – Oro

( I riferimenti tra virgolette sono al testo de “Le Opere e i Giorni”, vv.105-206. https://archive.org/details/bub_gb_-E1WAAAAcAAJ/page/n97  per il testo in lingua originale, https://bifrost.it/ELLENI/Fonti/Hesiodos_Ergakaihemerai.html per una traduzione italiana)

La prima età, quella dell’oro, era una sorta di Eden, una El Dorado situata in un incantevole contesto bucolico. Gli uomini “vivevano come dei”; lontani dalle malattie e liberi dal faticoso lavoro, passavano la vita a banchettare. Quando poi dovevano morire, erano “come presi dal sonno”. Dopo il trapasso, essi “divennero spiriti venerabili sopra la terra, custodi degli uomini”.

Questa generazione di uomini appare la migliore: onorava gli dei, ed essi facevano sì che la terra producesse da sola i suoi frutti. La vita si svolgeva così nella più grande armonia: la loro stessa morte era dolce e senza affanno. In più, in virtù della loro condotta, dopo la morte divenivano esseri divini, detti demoni epictoni: questi spiriti benevoli sorvegliavano gli esseri umani, e ne patrocinavano le azioni.  Conclusasi questa prima età, un giorno, ne successe un’altra: l’età degli uomini d’argento.

La seconda età – Argento

Esiodo ci descrive questa generazione come “molto peggiore e per nulla simile” alla precedente: questa seconda età è un’antitesi della prima. Infatti gli uomini d’argento vivevano senza onorare gli dei: Esiodo, nel descrivere i loro misfatti, parla di un “atteggiamento sprezzante e orgoglioso”. Nell’età d’argento al timore divino, dunque, si sostituisce la superbia, e l’ingiustizia: per questo  “il Cronide Zeus li fece sparire”. Una volta nell’aldilà, essi divennero demoni ipoctoni, con una sorte opposta a quella degli uomini dell’età precedente. La constatazione, però, che anche questi uomini terribili diventassero divinità delinea un quadro abbastanza insolito. Più tardi, conclusa la ripresa del mito, ne parleremo più approfonditamente. Ora veniamo alla terza età, quella del bronzo.

La terza età – Bronzo

Zeus “cavò fuori [questa generazione] dai frassini (un legno flessibile, utilizzato principalmente per i giavellotti)”: questi uomini “non mangiavano pane” e  “amavano le violenze di Ares”. Erano insomma amanti della guerra, la guerra ingiusta e sanguinosa. Forti di una incredibile muscolatura, avevano case, scudi, armi in bronzo. Questi uomini non vengono puniti da Zeus, benché il loro atteggiamento sia tracotante: essi vengono “domati dalle loro stesse mani”. In altre parole, trovano la morte nella sanguinosa battaglia fratricida, e scendono poi nell’Ade “senza nome”.

Quest’ultima precisazione è forse la più interessante: le stirpi precedenti infatti si erano trasformate in esseri divini. Di quest’ultima invece, una volta che è terminata, non rimane neppure il ricordo. Passiamo all’età su cui gli studiosi hanno discusso più a lungo: l’età degli eroi.

La quarta età – Eroi

Esiodo ci dice che gli uomini di questa stirpe sono “semidei”; quanto a riferimenti cronologici, “che vennero immediatamente prima della nostra era…”. Questi eroi, anch’essi guerrieri, ma giusti, al contrario degli uomini di bronzo, sono ricordati: e i luoghi del ricordo sono i poemi epici. Esiodo cita il ciclo troiano, quello dei Pelopidi, quello tebano e degli Argonauti. Tra questi, alcuni morirono, altri “Zeus stabilì ai confini del mondo…nelle isole dei Beati”.

Dopo aver percorso tutta la storia dell’uomo Esiodo arriva a l presente. Giunge finalmente all’ultima stirpe: quella dell’età del ferro.

La quinta età – Ferro

“Mai avrei voluto trovarmi con la quinta stirpe degli uomini: ma o prima morire o nascere dopo”. Questa frase ha sollevato un dibattito: che cosa intendeva dire Esiodo? Molti studiosi concordano su una rappresentazione ciclica del tempo, come il ripetersi continuo delle stagioni durante l’anno. Altri credono invece che il ciclo non sarebbe ricominciato dall’età dell’oro, ma sarebbe proceduto a ritrosoun po’ come un pendolo –  dalla quinta, con un’inversione direzionale. Continuiamo con la descrizione di questi uomini: essi “non cesseranno di distruggersi per la fatica né di giorno né di notte”, gli dei daranno loro “beni mescolati ai malanni” e “il figlio non sarà simile al padre”. Inoltre costoro “non onorano gli dei” praticando violenza e malvagità; fanno risiedere “la giustizia nelle mani”; Gelosia prenderà tutti gli uomini, e “non vi sarà difesa alcuna contro il male”.

Problemi interpretativi

Come già accennato durante la narrazione, vi sono numerosi punti oscuri nel testo: il più interessante riguarda sicuramente la cosiddetta età degli eroi. Infatti non ci sarebbe alcun senso nell’inserire una stirpe degli eroi laddove tutte le altre età vengono associate a un metallo. Data anche la fortuna del mito, numerose teorie esegetiche hanno tentato di spiegare questa stranezza.

Una delle più recenti – e rivoluzionare – è stata avanzata da Jean Pierre Vernant (1914-2007), uno dei più importanti studiosi novecenteschi della civiltà classica.  Egli infatti, nel 1960, pubblicò su “Revue de l’Historie des Religions” un suo articolo, intitolato Le mythe hésiodique des races. Essai d’analyse structurale. L’articolo cerca di spiegare due cose: in primo luogo perché esista una quarta razza che, apparentemente, non ha nulla a che vedere coi metalli; e poi perché questa razza non sia peggiore della precedente, ma migliore. Sembrerebbe infatti, che con la stirpe degli eroi si arresti quel processo di decadimento tipico di ogni mito dell’età dell’oro. Ma vediamo cosa dice lo storico di Provins.

La società tripartita

Per Vernant il mito è una commistione di racconti in origine autonomi: uno sul declino dell’uomo e uno sulla gerarchia divina. Esiodo non avrebbe fatto altro che unirli, attingendo ora da uno, ora dall’altro. Prendiamo come esempio la concezione del tempo: esso è raffigurato ora nella sua forma statica (il destino eterno delle razze dopo la loro morte), ora nella sua forma dinamica (il succedersi delle età). Con un linguaggio e riferimenti puntuali e precisi al testo, Vernant sembra suggerire che la prima forma, quella statica, derivi dal primo racconto, quella dinamica dal secondo. Ma non si ferma qui.

Lo storico, ricorrendo alle teorie del collega Georges Dumézil (1898-1986), introduce nel poema il concetto di società tripartita, ovvero di un’originaria divisione divisione in tre caste della società. Queste caste sarebbero quella regale-sacerdotale, quella guerriera e quella produttrice. Una concezione del genere viene fatta risalire alle civiltà indoeuropee, ma Vernant crede che nel poema si trovi qualche corrispondenza. Scendiamo nei particolari: alla casta sacerdotale apparterrebbero le prime due età (oro-argento), a quella guerriera la terza e la quarta (bronzo-eroi), a quella produttrice la quinta (ferro).

Tracotanza e Giustizia

Prima di proseguire, però, occorre ricordare che nel mondo greco il poema aveva precise funzioni didattiche: Esiodo si rivolge molto spesso al fratello Perse, ammonendolo a seguire la via della giustizia e ad evitare quella dell’ingiustizia. Questo invito, ovviamente, non ricadeva solo sul fratello, ma su tutti gli uomini del tempo.

Per Vernant, con questo mito delle età Esiodo vuole mostrare a Perse gli effetti del Bene e del Male. Infatti, in questa rappresentazione della società umana, il poeta avrebbe inserito ogni razza come esempio per i suoi comportamenti giusti o ingiusti. Prendiamo il caso delle prime due razze: esse rappresentano i due modi in cui i re-sacerdoti dovrebbero agire. Nel primo caso, gli uomini dell’età dell’oro agiscono secondo giustizia (katà dìken): questa giustizia si realizza nella gioia dei continui conviti e nella venerazione degli dei, cui si innalzano sacrifici. Gli uomini dell’età d’argento, al contrario, agiscono in maniera ingiusta: da una parte offendono gli dei, dall’altra lottano gli uni contro gli altri per via della loro tracotanza, cioè della loro presunzione.  Si viene così a creare una logica speculare, nella quale “ciascuna delle sue parti, mediante un gioco flessibile e insieme rigoroso, si corrisponde a ogni livello”.

Il ragionamento pare funzionare anche per la terza e per la quarta razza. Afferma Vernant: “La prima razza sta alla seconda come la quarta sta alla terza”. In altre parole, la razza degli eroi sarebbe la rappresentazione della società guerriera secondo giustizia, che andrebbe presa come modello da imitare. Viceversa, agli uomini dell’età del bronzo, Zeus ha destinato l’oblio, a causa della loro ingiustizia.

Ma come si può applicare questo schema anche all’età del ferro?

Un presente ambiguo

Finora nel racconto si erano succedute razze che rappresentavano gli aspetti diametralmente opposti della realtà: giustizia e ingiustizia. Nell’età del ferro, che per Esiodo coincide con il presente, questi due valori sono presenti simultaneamente. Distinguere le azioni degli uomini diventa così molto complicato: in esse si mescolano, a un tempo, giustizia e ingiustizia, armonia e discordia. Gli uomini hanno il compito, siano essi agricoltori guerrieri o sacerdoti, di realizzare il trionfo di Dìke (Giustizia) all’interno di ogni ambito sociale.

Altrimenti, come chiosa Vernant, “tutto sprofonda nel caos. Se invece essa sarà rispettata […] ci saranno più beni che mali; si eviteranno le sofferenze inerenti alla condizione mortale”.

Francesco Faccioli

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