Cultura

Come nelle favole

Tutti noi in un qualche modo ci nascondiamo dietro a delle maschere. Maschere che coprono il nostro io più profondo, maschere che ci mostrano agli altri sempre con un volto diverso. Maschere che ci fanno assumere di fronte agli altri un’identità precisa che definisce la nostra persona e che spesso è legata al nostro posto nel mondo. Maschere che rendono la vita umana sopportabile, secondo Nietzsche.

Hannah Arendt, in Responsabilità e giudizio (Einaudi, 2004), racconta che il termine “persona” nell’originale significato greco indicava la maschera che un attore tragico doveva indossare per interpretare il suo ruolo. Nella fattispecie, l’accezione moderna del verbo “impersonare” deriva dalla presenza di una grande apertura in corrispondenza della bocca per permettere alla voce dell’attore di uscire e “risuonare”. Furono i romani a distinguere la persona-ae, dotata di diritti civili, dall’homo-inis, che ne era privo pur essendo superiore ad un animale.

Ognuno di noi si muove costantemente sotto i riflettori del grande palco della vita, a volte si consuma una tragedia, a volte una commedia. Resta sempre comunque tutta una finzione. Secondo Pirandello cambiamo continuamente maschera in base alla persona con cui ci relazioniamo, e al luogo e al contesto in cui lo stiamo facendo. Siamo uno, ma allo stesso tempo siamo centomila persone. E forse per questo in fondo non siamo nessuno. Come nelle favole, burattini di una vita già assegnata. Forse quando ci troviamo di fronte allo specchio, solo in quel momento, siamo davvero noi stessi, senza trucchi o travestimenti che ci possano mostrare diversi. Maschere nude.

E partendo proprio dallo studio delle tragedie greche il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche individuò i due grandi impulsi che muovono la nostra esistenza, le due maschere dietro le quali si possono ascrivere tutte le altre che indossiamo: quella apollinea e quella dionisiaca, una incarnazione della divina razionalità e pertanto in grado di farci capire e accettare il mondo, personificata nel dio del sole Apollo; l’altra manifestazione del nostro lato più primitivo, animalesco, abbandonato al caos della vita, e quindi rappresentata dal dio dell’estasi Dioniso. La prima è legata a una sorta di realtà illusoria di bellezza e armonia, corrispondente al sublime nell’arte, ma allo stesso tempo molto distante dalla realtà, una sorta di meraviglia fine a se stessa, irraggiungibile e perfetta come una statua greca. La seconda è un’ebbrezza che spinge a lasciar andare qualsiasi freno e artisticamente si può identificare nella musica. Sono rarissimi i casi, secondo il filosofo, in cui apollineo e dionisiaco riescono a trovare un giusto equilibrio, e colui che attraverso questo complesso bilanciamento è anche in grado di raggiungere la felicità può essere considerato un perfetto esempio di superuomo.

Ma sono solo ruoli all’interno di una messinscena che ci sembra sempre troppo ripetitiva e che eppure, alla fine, cerchiamo ogni volta e che ci serve per farci accettare dagli altri. Forse per non sentire quel vuoto che è presente in ognuno di noi e che, se seguito, ci inghiottirebbe in un abisso vertiginoso. Eppure per conoscerci davvero dobbiamo scendere in quell’abisso, racconta sempre Nietzsche, imparare a distinguere le nostre maschere, esplorare il sottosuolo dei nostri sentimenti, comprenderlo per capirci più a fondo, e nella discesa in quegli “Inferi”, come eroi greci, accettare i compagni di viaggio incontrati lungo la strada: la follia, i mostri interiori, i demoni. I mostri del nostro essere umani. Senza neanche un Virgilio in grado di condurci fuori dai guai, la posta in gioco è la morte di quel poco che davvero resta di noi di fronte al mondo, Euridice, giustiziata con un solo sguardo dalla pubblica opinione.

E noi, persi in un sogno a occhi aperti, menti erranti di questo mondo pieno di contraddizioni, trafficanti di illusioni, ruotiamo eternamente incollati al nostro carillon. Una cantilena lontana che scandisce le giornate. Una parte che non ci appartiene da impersonare fino alla fine. Monotoni come un Principe Azzurro e una Biancaneve da salvare in un regno incantato, ma tanto ormai conosciamo a memoria il copione: la regina cattiva offrirà la sua mela di Eris avvelenata dal seme dell’odio e solo il bacio del vero amore potrà riportare in vita la principessa. E nel frattempo Mister Hyde ha definitivamente divorato le spoglie del povero dottor Jekyll e ora si aggira per il mondo con la maschera dell’agnello sopra le sembianze del lupo. Quando arriverà il cacciatore per salvarci deleghiamogli meriti e colpe, e intanto soffochiamo ancora nell’indifferenza. Vuoti come gusci di grilli nella stagione della muta, in attesa che una folata di vento troppo forte ci strappi dalla corteccia del nostro albero e finalmente ci trascini con sé nell’abisso…

Davide Lamandini

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