Cronaca

Sulla tragedia di Genova

È ben poca cosa. Dico, quale debba essere il nostro giudizio sull’ultima tragedia d’Italia. La valutazione delle responsabilità. A chi, o a quale istituzione additare finalmente la colpa, o parte di essa. Da chi la “spara grossa”, come scrive Anzaldi (PD),  masticando un discorso irrorato dalla consueta bevanda demagogica, esprimendosi sull’imminente revoca della concessione ad Autostrade, a chi attacca il ministero delle Infrastrutture, cui spettava parte della tenuta e della manutenzione del ponte Morandi. È ben poca cosa, dicevo: quanto mai dovremo aspettare perché questo rumoreggiare disordinato, questa pluralità di voci che si leva da ogni angolo della nostra amata penisola cessi del tutto? Quanto dista, da oggi, il silenzio? La dimenticanza? A quando il succedersi di un secondo evento, degno oggetto su cui proiettare le nostre infinite, analoghe, ciance? Passerà presto, il ponte Morandi. Crollerà nuovamente sprofondando negli anfratti della Storia. Cadrà nell’oblio, forse, anche l’allarme del Cnr: quei 10.000 ponti “scaduti”, giunti al termine dell’esistenza, che ora impressiona le coscienze di tutti. Quanto ne terremo conto, tra un mese? La finisco qui.

Immersi in questo zibaldone d’opinioni, in quest’orgia di commenti e dichiarazioni, non credo che il nostro minuscolo stuolo di aspiranti giornalisti possa competere in fatto d’informazioni aggiornante: tutto è già stato detto! Non dei soccorritori. Di loro non si dirà mai abbastanza. Le nostre parole, i nostri pensieri si rivolgono al cuore generoso del corpo dei Vigili del Fuoco, già ricordati, nella giornata di ieri, dal cardinal Bagnasco, arcivescovo di Genova, in occasione dei funerali di stato per 19 delle 42 vittime. “Sappiamo che qualunque parola umana, seppure sincera, è poca cosa di fronte alla tragedia, così come ogni doverosa giustizia nulla può cancellare e restituire“, ha aggiunto. E ha detto giusto. È lecito l’invito al silenzio. Non il silenzio dell’oblio, di cui dicevamo poc’anzi. È quel silenzio percorso da un fremito diverso: c’è chi l’ha sentito. Fremito di pianto, di mille pensieri e sentimenti, e che c’invita alla lotta. Contro chi ? Contro cosa? Quale istituzione? Quali uomini? Le calamità non hanno volto. Noi impegniamoci a proteggere i nostri, di volti, e dei nostri connazionali. Ricostruiamo, se c’è da ricostruire. E mentre formuliamo queste nobili intenzioni, conserviamoci in quel silenzio: sarà il grembo che ospiterà la memoria di Genova, del crollo, delle vittime, e che forse ci condurrà a rendere veritiere quelle parole che noi tutti andiamo ripetendo, in cuor nostro. Mai più.

Luca Malservigi

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